Risarcimenti e reintegri nelle mansioni

Il demansionamento è un illecito! Un inadempimento contrattuale del datore di lavoro che dà diritto al risarcimento del danno alla professionalità. I giudici ne calcolano l'ammontare prendendo come riferimento la retribuzione mensile e moltiplicandola per i mesi in cui il lavoratore subisce il demansionamento.

Oltre al danno patrimoniale, viene generalmente riconosciuto anche il danno non patrimoniale (e, in particolare, biologico, morale ed esistenziale). conseguente all'assegnazione del lavoratore a mansioni inferiori, svilenti e degradanti, rispetto al proprio inquadramento contrattuale. Nei casi più gravi il lavoratore viene lasciato completamente o quasi inattivo per la maggior parte dell’intera giornata lavorativa, con un gravissimo danno alla professionalità e dignità morale, riconosciuto in fase di giudizio.

Avv. Michelangelo Salvagni    Continua

Sito web Michelangelo Salvagni

Lo Studio Legale Salvagni è stato il primo a patrocinare le cause del cosiddetto “Reparto ghetto” di Telecom ottenendo sentenze favorevoli per i lavoratori. Lo studio, da anni impegnato nella tutela dei lavoratori su vari fronti (licenziamenti, trasferimenti del lavoratore, appalti illeciti, somministrazioni di lavoro irregolare, lavoro subordinato in genere) patrocina numerose cause nei confronti anche di altre grandi aziende come IKEA, MANPOWER, ALITALIA, GSE, ATAC, AMA, LEONARDO-FINMECCANICA, INVITALIA, BNL, FIDEURAM, ACQUIRENTE UNICO, AERO SEKUR, LAZIOCREA, STAMPA ROMA.

ALITALIA
ALITALIA

Ci impegnamo a garantire la nostra massima disponibilità anche per i casi urgenti, per i quali è fondamentale agire tempestivamente e tutelare efficacemente i propri diritti. Abbiamo per questo attivato un apposito indirizzo email al quale inoltrare le Vostre richieste: demansionamenti@michelangelosalvagni.it

Fondazione Scuola Forense "Vittorio Emanuele Orlando" - Il regime dei licenziamenti dopo i recenti interventi della corte di giustizia e della corte costituzionale: opinioni a confronto

Mercoledì 14 luglio dalle ore 15 alle 17 l'Avvocato Salvagni interverrà come relatore nell'ambito del convegno dell'Ordine degli Avvocati di Roma"Il regime dei licenziamenti dopo i recenti interventi della corte di giustizia e della corte costituzionale: opinioni a confronto" che avrà luogo in diretta streaming tramite il canale YouTube dell'Ordine degli avvocati di Roma.

Link diretta streaming del convegno

Per motivi organizzativi, le iscrizioni al convegno chiuderanno inderogabilmente alle ore 10:00 del giorno dello svolgimento dell’evento.

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VERISURE CONDANNATA A RIAMMETTERE IN SERVIZIO IL PRESTATORE FORMALMENTE AUTONOMO E A RiSARCIRE IL DANNO.IL TRIBUNALE DI ROMA ACCERTA LA NATURA SUBORDINATA DEL RAPPORTO

Causa patrocinata dallo Studio legale Salvagni

Il Tribunale di Roma ha accertato la natura subordinata del rapporto di lavoro a fronte della sottoscrizione di contratti di collaborazione professionale di tipo autonomo, condannando Verisure a riammettere in servizio il lavoratore, nonché al risarcimento del danno e al pagamento delle differenze retributive maturate.
Il lavoratore, dottore commercialista iscritto all’albo, sebbene assunto con contratti di collaborazione professionale di natura autonoma, deduceva di avere prestato la propria attività lavorativa con modalità subordinate, essendo adibito con continuità al settore Contabilità della società, ove aveva sempre svolto mansioni inerenti al core business aziendale ed era inserito stabilmente nell’organizzazione interna.
La società, di contro, rilevava che la prestazione si era sempre svolta con modalità autonome, come dimostrato dai contratti sottoscritti, che il lavoratore aveva integralmente negoziato, essendo totalmente libero di autodeterminare modalità e tempi di esecuzione dell’attività.
Il Tribunale, all’esito dell’istruttoria, ha accolto in toto la tesi difensiva degli avvocati Salvagni e Panetta, scardinando l’impianto difensivo della società.
Il Giudice, innanzitutto, ha rilevato che, diversamente da quanto sostenuto dai legali di Verisure, il nomen juris attribuito dalle parti al rapporto non è determinante ai fini della qualificazione dello stesso come autonomo o subordinato, dovendosi attribuire rilievo alle concrete ed effettive modalità di svolgimento della prestazione.
A parere del magistrato, in ogni caso, talune clausole dei contratti sottoscritti non consentivano neppure di escludere univocamente la subordinazione. Sul punto, in particolare, accogliendo la tesi attorea, il Tribunale ha evidenziato che: i contratti non contenevano la determinazione dell’oggetto della collaborazione, ma solo le mansioni da svolgere, non essendo pertanto predeterminato il risultato dell’attività del presunto collaboratore; era pattuito un compenso annuo da corrispondersi con cadenza mensile; era previsto un obbligo di non svolgere attività con imprese o soggetti operanti in concorrenza con la società.
Anche l’istruttoria ha confermato la sussistenza di tutti gli indici della subordinazione in quanto il prestatore: era assoggettato al potere direttivo dei propri responsabili (dai quali riceveva indicazioni specifiche sui compiti da svolgere, i quali erano sempre predeterminati senza alcuna assunzione diretta di responsabilità da parte del lavoratore); era tenuto a recarsi tutti i giorni presso la sede della società e osservava sempre il medesimo orario di lavoro, uguale a quello di tutti i colleghi dipendenti; era stabilmente adibito al settore contabilità ove, insieme agli altri addetti (tutti dipendenti della società), aveva una propria postazione personale ed utilizzava esclusivamente strumenti aziendali, operando sui sistemi informatici e software interni.
Il Tribunale, nell’accertare la natura subordinata del rapporto, ha evidenziato che la soggezione del lavoratore, in caso di prestazioni intellettuali (qual è quella di un dottore commercialista), che mal si adattano ad essere eseguite sotto la direzione continua del datore di lavoro, deve essere vagliata attraverso il ricorso ad elementi sussidiari, attingendo ai dati fattuali emergenti dal concreto svolgimento del rapporto.
Infine, ha accolto la prospettazione del lavoratore anche con riferimento all’inquadramento spettante in ragione delle mansioni svolte, rilevando che le stesse erano riferibili al I livello del CCNL applicato dalla società.
Il magistrato, conclusivamente, sulla scorta dell’analisi dei contratti di lavoro e delle dichiarazioni testimoniali, ha accertato la natura subordinata del rapporto, rilevando l’assenza di un valido atto interruttivo dello stesso e ordinando, quindi, alla società di riammettere in servizio il prestatore.
La società è stata, inoltre, condannata a risarcire il danno nella misura di 6 mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR, nonché al pagamento delle differenze retributive dovute in ragione dell’inquadramento nel I livello CCNL di settore

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IL TEMPO - Studio Legale Salvagni al fianco dei lavoratori

Articolo pubblicato su Il Tempo del 22/06/2021:

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Lo Studio Legale Michelangelo Salvagni difende chi lavora in ogni fase del rapporto subordinato, autonomo o irregolare

Lo Studio Legale Michelangelo Salvagni nasce per volere del suo fondatore dopo un lungo e proficuo periodo di collaborazione con diversi studi professionali del settore giuslavoristico. In esso confluiscono una serie di professionalità specializzate, con particolare riguardo alla tutela del lavoratore e alle relazioni sindacali.

La vocazione principale dello Studio è tutelare il lavoratore in ogni fase del rapporto lavorativo, occupandosi delle fattispecie patologiche che lo interessano, ponendo particolare attenzione alla sfera della sua cessazione sia in termini di licenziamento (individuale e collettivo) sia per scadenza del termine del contratto (a tempo determinato, di somministrazione, apprendistato), nonché alle ipotesi di cambio appalto e a tutte le vicende in cui il lavoratore è illegittimamente estromesso nell’ambito di rapporti di interposizione illecita di manodopera, appalti illeciti e somministrazioni di lavoro irregolari con contratti instaurati formalmente con datori di lavoro fittizi ma riferibili all’azienda utilizzatrice.

 

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Lo Studio Legale Salvagni, peraltro, cura tutte le tematiche inerenti la professionalità del lavoratore sia nel caso di mancato riconoscimento di un livello contrattuale per lo svolgimento di mansioni superiori rispetto a quelle contrattualmente attribuite, sia per l’illegittima adibizione a mansioni inferiori, occupandosi anche del risarcimento dei danni conseguenti al demansionamento (danno alla professionalità, danno biologico, danno morale ed esistenziale)

LICENZIAMENTI
L’attuale periodo di pandemia e di legislazione emergenziale pone per l’immediato futuro una riflessione sulle conseguenze che, da mesi, tutte le parti sociali e politiche evidenziano nel momento in cui finirà il cosiddetto blocco dei licenziamenti. Da oltre un anno, le associazioni di categoria dei datori di lavoro premono affinché le società possano tornare a licenziare i propri dipendenti in ragione della crisi economica provocata dal Covid. È innegabile che la pandemia ha stravolto la redditività di molte aziende e realtà produttive, ma ciò non significa che tale situazione possa giustificare o autorizzare un uso indiscriminato, e a volte pretestuoso, dei licenziamenti, in quanto ogni situazione di estromissione dal lavoro deve essere valutata attentamente, al fine di comprendere se il licenziamento sia giustificato e legittimo. Per queste ragioni, ogni licenziamento presuppone uno studio approfondito della fattispecie al fine di contrastare efficacemente la perdita del posto di lavoro. Lo Studio Salvagni pone un particolare impegno nella difesa dei lavoratori contro i licenziamenti illegittimi di qualsivoglia natura, siano essi di tipo disciplinare o per motivi economici o per crisi aziendali, al fine di far accertare giudizialmente l’illegittimità del recesso, con la conseguente condanna del datore alla reintegrazione nel posto di lavoro e al pagamento del relativo risarcimento o indennità prevista per legge. La perdita del posto di lavoro a causa di un recesso ingiustificato comporta infatti per il prestatore non solo gravissime conseguenze economiche, ma genera anche numerose ripercussioni di tipo sociale, familiare e, a volte, psicologico, provocando un senso di smarrimento e frustrazione soprattutto in un periodo di forte crisi economica che non consente una facile ricollocazione nel mondo del lavoro.

 

GIUSTA CAUSA E DISCIPLINARE
Lo Studio Legale Salvagni è specializzato nella tutela dei lavoratori contro i licenziamenti per giusta causa e di tipo disciplinare, assistendo il lavoratore, dapprima, durante la fase del procedimento disciplinare, mediante la redazione di giustificazioni avverso le contestazioni disciplinari e, successivamente, nella fase giudiziale
in caso di sanzioni conservative o licenziamento disciplinare. 

INDIVIDUALI E COLLETTIVI
Lo Studio Salvagni offre assistenza nella difesa contro i licenziamenti individuali di tipo economico o motivati dalla soppressione del posto di lavoro (ossia per giustificato motivo oggettivo), nonché avverso i licenziamenti collettivi per crisi aziendali. Affronta, con particolare rigore e attenzione, ogni singolo caso mediante lo studio approfondito delle ragioni del recesso, del nesso di causalità tra il licenziamento e la posizione del dipendente, della violazione dell’obbligo di repechage, esaminando la tematica della mancata ma possibile ricollocazione del lavoratore ai fini della salvaguardia del posto di lavoro. 

SOGGETTIVI
Vengono trattati casi di licenziamento soggettivo per superamento del periodo di comporto nelle ipotesi di malattia o infortunio, con particolare attenzione a quelle patologie che sono state provocate dalla illegittima condotta datoriale in violazione delle disposizioni a tutela della salute e sicurezza sul luogo di lavoro (come ad esempio patologie ansioso depressive provocate da demansionamento o mobbing o infortuni causati dal mancato approntamento di misure di sicurezza sui luoghi di lavoro). 

ABUSO PERMESSI 104 E DIRIGENTI
Lo Studio Salvagni si occupa inoltre degli episodi di licenziamento intimato strumentalmente dal datore di lavoro per presunto abuso dei permessi e dei congedi straordinari per i titolari di benefici ex lege 104 del 1992. Offre, inoltre, assistenza ai dirigenti in caso di licenziamento disciplinare o per ingiustificatezza per presunta soppressione del posto di lavoro o del ruolo ricoperto. 

DEMANSIONAMENTO
Lo Studio pone poi attenzione specifica anche a tutte quelle condotte illegittime, anche di natura vessatoria e mobbizzante, che si realizzano durante il rapporto di lavoro, come ad esempio le vicende di demansionamento, che sono tese alla mortificazione della professionalità e della dignità personale e morale del lavoratore, che possono determinare sindromi ansioso-depressive; in tal caso, oltre all’assistenza legale, viene fornito anche il supporto di medici professionisti specializzati nel settore sia per la tutela della salute del lavoratore, sia per l’individuazione del tipo di danno risarcibile (danno biologico e all’integrità psicofisica e quantificazione invalidità permanente).

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AGI - Scuola Alta Formazione. Lezione in videoconferenza "I rapporti di lavoro non-standard". Avv.ti Michelangelo Salvagni e Roberto Alberto

Lunedì 5 luglio e venerdì 16 luglio 2021, per il BIENNIO IX - 2021-2022 della Scuola di alta formazione in diritto del lavoro, sindacale e della previdenza sociale "Luca Boneschi" dell'AGI, avrà luogo la lezione in videoconferenza degli avvocati Michelangelo Salvagni e Roberto Alberto.

VISUALIZZA PROGRAMMA >>

Modulo 4

Costituzione e tipologie dei rapporti di lavoro nel settore privato

- Lunedì 5 luglio 2021: 16,30 – 18,30 - I rapporti di lavoro non-standard: contratto a termine e somministrazione

- Venerdì 16 luglio 2021: 14,30 - 16,30 - I rapporti di lavoro non-standard: i contratti di somministrazione e di lavoro somministrato. 

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Studio Legale Michelangelo Salvagni, i diritti dei lavoratori tra demansionamenti e licenziamenti

Articolo pubblicato su La Repubblica del 13/05/2021:

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Il demansionamento è una condotta grave che può compromettere la salute psicofisica e comporta un risarcimento del danno

Quando si parla di tutelarsi all’interno dell’intricato mondo del lavoro, è sempre bene affidare il proprio futuro a mani esperte che, da anni, si occupano di sbrogliare le matasse e garantire ai propri clienti grande professionalità e attenzione alle loro esigenze. È il caso dello Studio Legale Avvocato Michelangelo Salvagni, realtà attiva dal 2012 che si pone come obiettivo la tutela del lavoratore in ogni fase del rapporto lavorativo. Il suo fondatore, l’avvocato Michelangelo Salvagni, può vantare un’ampia esperienza professionale nel settore avendo collaborato per molti anni con studi professionali operanti nel settore del Diritto del Lavoro. I collaboratori dello studio sono personalità specializzate in ambito giuslavoristico e civilistico, con particolare attenzione per il settore della tutela del lavoratore e delle relazioni sindacali.

I CAMPI DI AZIONE

Lo studio riserva un’attenzione particolare nel caso di mancato riconoscimento di un livello contrattuale per lo svolgimento di mansioni superiori rispetto a quelle contrattualmente attribuite, sia per l’illegittima adibizione a mansioni inferiori. In questo caso, la richiesta può essere quella di risarcimento dei danni che fanno seguito alla dequalificazione professionale. Inoltre, l’avvocato Salvagni e i suoi collaboratori hanno esperienza nel trattamento di cause riguardanti il mobbing durante il rapporto di lavoro o, in generale, tutte quelle condotte volte alla mortificazione del lavoratore e che possono comprometterne la salute mentale. In questo caso, il lavoratore sarà affiancato anche da medici specializzati nel settore della tutela della salute del lavoratore che aiuteranno lo studio a stabilire quale tipo di risarcimento richiedere in base al danno subito. Ciò che preme in particolar modo i professionisti facenti parte dello studio legale, inoltre, è la tutela del lavoratore messo di fronte alla cessazione del rapporto di lavoro che può avvenire per via di un licenziamento o per scadenza del termine del contratto.

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TELECOM CONDANNATA A PAGARE 170.000 EURO PER AVER DEMANSIONATO UN LAVORATORE INQUADRATO NEL 7° LIVELLO QUADRO

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

 Il Tribunale di Roma, con sentenza del 04.01.2021, ha accertato l'illegittimo demansionamento  subito da un lavoratore inquadrato nel livello 7° Quadro, statuendo che le mansioni  svolte in distacco presso altra società (la Loquendo) sono da ricondursi a quelle di Venditore e, come tali, riferibili all’inferiore 5° livello del CCNL Telecomunicazioni, mentre quelle di Store Fix Specialist, svolte successivamente, sono addirittura riferibili all’inferiore di 4° livello del CCNL applicato.

In particolare, il Giudice, a seguito della disamina delle dichiarazioni testimoniali e della giurisprudenza di legittimità in merito all’onere della prova in tema di demansionamento - che grava sul datore di lavoro - ha evidenziato che Telecom non ha fornito la prova dell’esatto adempimento dell’obbligo scaturente dall’art. 2103 c.c..

Il Tribunale, pertanto, raffrontando le mansioni svolte dal lavoratore con le funzioni previste dalla declaratoria relativa al livello Quadro ha rilevato come risulti del tutto evidente che le mansioni assegnate al medesimo non possano essere in alcun modo rispondenti alle caratteristiche che connotano tale livello, né possano essere ritenute equivalenti alle funzioni svolte antecedentemente al demansionamento, funzioni appunto connotate da competenza manageriale, gestionale e tecnica svolte con elevato grado di autonomia e decisionalità.

Il Tribunale, infine, ha affermato che l’inadempimento da parte del datore di lavoro al disposto dell’art. 2103 c.c. è suscettibile di determinare una pluralità di conseguenze lesive, con effetti sia patrimoniali, sia non patrimoniali.

Alla luce di quanto sopra, il Tribunale, pertanto, ha condannato la Telecom al risarcimento del danno subito dal lavoratore dal 2007 in poi, quantificandolo in oltre 170.000,00 euro per danno alla professionalità (in considerazione della notevole durata della dequalificazione professionale - dal 2017 - e della gravità del demansionamento), e circa 10.000,00 euro per non patrimoniale all’integrità psicofisica.

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ALITALIA CONDANNATA A RIASSUMERE LA LAVORATRICE: LA PROROGA NEL CONTRATTO A TERMINE E' LEGITTIMA SOLO OVE SIA STATO MANIFESTATO IL CONSENSO PER ISCRITTO

Causa patrocinata dallo Studio legale Salvagni.

Il Tribunale di Civitavecchia, con sentenza del 1 aprile 2021, ha accolto il ricorso promosso da una lavoratrice nei confronti di Alitalia – Società Aerea Italiana S.p.A. in Amministrazione Straordinaria dichiarando, in applicazione dell’art. 22, co. 2 del D.Lgs. n. 81/2015, costituito tra le parti un contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Nel caso di specie, alla scadenza del contratto a termine stipulato con la convenuta, il rapporto di lavoro della ricorrente era di fatto proseguito per oltre tre mesi, senza che la medesima avesse sottoscritto qualsivoglia documento (rectius proroga) idoneo a legittimarne la prosecuzione oltre il termine inizialmente pattuito.

Secondo la difesa aziendale, posto che la forma scritta ad substantiam è richiesta dalla legge solo per l’apposizione del termine di durata del rapporto di lavoro e non anche per la relativa proroga, il consenso della lavoratrice alla stessa avrebbe dovuto ritenersi manifestato per facta concludentia, ravvisabili nella prosecuzione dell’attività lavorativa da parte della medesima senza alcuna manifestazione di dissenso.

Il Giudice del lavoro ha respinto le deduzioni datoriali e, in accoglimento della prospettazione offerta dallo studio Salvagni, ha rilevato come, in assenza di forma scritta, la prosecuzione dell’attività lavorativa dimostri esclusivamente che la lavoratrice ha prestato il consenso alla continuazione del rapporto oltre la scadenza del termine ma non anche alla proroga del contratto a tempo determinato, con conseguente applicazione del meccanismo sanzionatorio di cui al citato art. 22, co. 2 del D.Lgs. n. 81/2015.

Il Tribunale ha, quindi, condannato Alitalia alla riammissione in servizio della dipendente e, stante la sottoposizione della società alla procedura di amministrazione straordinaria, dichiarato il diritto della medesima ad un’indennità risarcitoria pari a 6 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.

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Interposizione di manodopera e licenziamento giuridicamente inesistente: prime sentenze sull’interpretazione autentica dell’art. 38, c. 3, d.lgs. n. 81/2015

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n.2/2021, Parte II, RGL Giurisprudenza on line - Newsletter n.4/2021

Pdf pubblicazione

Articolo pubblicato su Comma 2 Lavoro e Dignità:

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I

CORTE APPELLO ROMA, 22.2.2021 - Est. Panariello - D.G.E., R.M., V.M.R., M.G. (avv.ti P. e C. Panici) c. F.I.S.P. s.p.a. (avv.ti Alliegro, Baldieri).

 

Somministrazione di lavoro – Somministrazione irregolare – Interposizione fittizia di manodopera – sussistenza – Licenziamento intimato dal somministratore – Inesistenza – tutela reale – Applicabilità

 

In base all’interpretazione autentica di cui all’art. 80-bis, d.l. n. 34/2020, tra gli atti che, compiuti dal datore di lavoro formale, devono imputarsi al soggetto utilizzatore ex art. 38, d.lgs. n. 81/2015, è escluso il licenziamento; tale interpretazione deve applicarsi anche alla fattispecie dell’appalto illecito in quanto, come per l’ipotesi della somministrazione irregolare, i due istituti realizzano un’identica vicenda di dissociazione fra datore di lavoro formale e sostanziale che viene difatti accertata dal giudice con illecita o irregolare con effetto ex tunc. Il recesso intimato dall’appaltatore è pertanto inesistente e determina la riammissione in servizio del lavoratore nella compagine aziendale dell’appaltante, oltre alla condanna di quest’ultimo alla corresponsione di tutte le retribuzioni maturate medio tempore sino alla riammissione in servizio.

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IL TRIBUNALE DI LATINA REINTEGRA DUE LAVORATORI DELLA SOCIETA' P.C.C. IMPIANTI S.r.l. LICENZIATI PER CESSAZIONE DELL'APPALTO PER MANCATA EFFETTUAZIONE DELLA PROCEDURA COLLETTIVA

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Latina, con due diverse ordinanze del 16 e 22 marzo 2021, ha reintegrato due lavoratori licenziati da un’azienda, la P.C.C. Impianti S.r.l., specializzata in appalti di manutenzione idraulica e termo idraulica.

Lo Studio Legale Salvagni instaurava, presso il Tribunale di Latina, distinte cause per difendere due dipendenti che erano stati licenziati insieme ad altri dipendenti e tutti con la medesima motivazione, ossia per giustificato motivo oggettivo a causa della cessazione dell’appalto a cui erano adibiti.

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Commento in tema di licenziamento inesistente e interpretazione autentica ex art 38 di cui alla Legge 77/2020

L' Avvocato Michelangelo Salvagni interviene sulla rivista on line "Comma 2. Lavoro è dignità" (06/05/2021).

Link all'articolo

Pdf pubblicazione (Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n.2/2021, Parte II, RGL Giurisprudenza on line - Newsletter n.4/2021)

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TRASFERIMENTO TELECOM: LA CASSAZIONE CONFERMA CHE LO SPOSTAMENTO DEL LAVORATORE TRA DUE SEDI SITE NELLO STESSO COMUNE (ROMA), CONFIGURA UN TRASFERIMENTO EX ART. 2103 C.C.

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

La Suprema Corte, con ordinanza del 08.02.2021, ha confermato la sentenza della Corte di Appello di Roma che aveva dichiarato l’illegittimità del trasferimento di un lavoratore dipendente di Telecom Italia S.p.A. fruitore dei benefici ex L. 104/92.

La Corte di Cassazione, innanzitutto, in accoglimento della tesi difensiva dello Studio Salvagni, ha statuito in merito alla infondatezza dell’interpretazione prospettata dalla Società Telecom con riferimento all’art. 25, co. 5, del CCNL delle Telecomunicazioni, secondo cui le disposizioni del trasferimento non si applicherebbero in caso di spostamento nel medesimo comprensorio (nel caso, il comune di Roma). Ed infatti, secondo la Suprema Corte, i giudici di Appello hanno correttamente deciso laddove hanno escluso che le disposizioni del contratto Collettivo possano introdurre eccezioni alle tutele apprestate da norme inderogabili, quali l’art. 2103 c.c. e l’art. 33 L. 104/92, secondo cui il lavoratore che assiste il familiare disabile non può essere trasferito senza consenso.

La Suprema Corte, pertanto, dopo aver proceduto alla disamina delle norme nazionali e sovranazionali (Carta di Nizza), nonché richiamati i precedenti della stessa Corte di legittimità (privi di contrasto sul punto), ha stabilito che la Corte di Appello, correttamente, aveva dichiarato l’illegittimità del trasferimento in applicazione delle suddette norme e in conformità ai principi ribaditi dalla stessa Cassazione, anche laddove aveva rivenuto la configurabilità di un illegittimo trasferimento per violazione dell’art. 33, co. 5, L. 104/92, anche nell’ipotesi in cui lo spostamento venga attuato nell’ambito della stessa unità produttiva.

Quanto sopra, evidenzia come la tesi difensiva avanzata dall’Avv. Salvagni in numerosi ricorsi patrocinati dall’omonimo studio, continui ad essere accolta tanto in primo grado, quanto nei successivi gradi di giudizio ma, soprattutto, confermata dalla Core di Cassazione.

Articolo su Rassegna di Diritto del Lavoro:

https://www.rassegnadirittolavoro.it/sentenza_commentata/cass-n-2969-2021-trasferimento-assistenza-di-familiare-disabile-sullonere-probatorio-datoriale/

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BLASETTI S.P.A.: LA CORTE DI APPELLO DI ROMA CONDANNA LA SOCIETÀ A RIASSUMERE LA LAVORATRICE PER CONTRATTI DI SOMMINISTRAZIONE IRREGOLARI: LA DECADENZA, SE VI È CONTINUITÀ, INIZIA A DECORRERE DALL’ULTIMO CONTRATTO

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con sentenza del 19.02.2021, la Corte di Appello di Roma, rigettando l’appello proposto dalla società, ha confermato quanto statuito dal giudice di primo grado in merito all’illegittimità dei numerosi contratti di somministrazione intercorsi tra le parti e alla costituzione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.
La Corte ha innanzitutto rigettato la tesi della Società secondo cui la lavoratrice, al fine di impedire la decadenza, avrebbe dovuto impugnare ogni singolo contratto alla sua scadenza, affermando che, invece, trattandosi in sostanza di un unico rapporto di lavoro, quello che rileva è il tempo trascorso tra l’impugnazione e la scadenza dell’ultimo contratto, poiché da tale data sorge, per il lavoratore, l’onere di impugnare nei termini di legge.
Nel merito, la Corte di Appello ha ritenuto che la Società non avesse provato l’effettiva sussistenza delle ragioni poste alla base delle assunzioni (“picco di attività”), nonché il nesso causale tra le suddette ragioni e l’assunzione della lavoratrice. La Società, infatti, non aveva dimostrato il normale andamento produttivo dell’impresa e ciò ha reso per il giudice impossibile verificare l’esistenza delle ragioni indicate nei contratti di lavoro in somministrazione (legate, infatti, ad una intensificazione di produzione solo temporanea).
Tale pronuncia, si pone in continuità rispetto al cospicuo contenzioso seguito dallo Studio Legale Salvagni in tema di lavoro a termine e in somministrazione, che, ad oggi, ha visto la vittoria nelle cause dallo stesso patrocinate dal primo grado sino al giudizio innanzi alla Corte di Cassazione.

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Jobs act e licenziamento per g.m.o.: obblighi formativi, repêchage e quantificazione dell’indennizzo in funzione dissuasiva

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n.4/2020

Pdf pubblicazione

TRIBUNALE LECCE, 19.6.2020 - Est. Carbone, D.A.G. e M.P. (avv. Chironi I.) c. G.F.L S.r.l (avv.ti Gallozzi S., Tondi V. e Tolomeo A). 

Rapporto di lavoro – Contratto a tutele crescenti – Licenziamento per gmo – Repêchage – Oneri a carico datore di lavoro – Obblighi formativi ex art. 2103 c.c. – Costi formativi non eccessivamente onerosi  – Correttezza e buona fede  –  Violazione repêchage – Illegittimità del recesso.

Rapporto di lavoro – Licenziamento per gmo – Regime sanzionatorio ex art. 3, comma 1, d.lgs. n. 23/2015 – Corte Costituzionale n. 194/2018 – Criteri di quantificazione dell’indennizzo – Condotta e condizioni delle parti – decisione Ceds – Illegittimità del recesso anche per violazione repêchage – Risarcimento in funzione dissuasiva.

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Licenziamento disciplinare per abuso dei permessi ex art. 33, L. n. 104/1992

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n.1/2021

Pdf pubblicazione

CASSAZIONE, Sent. 19.06.2020, n. 12032 – Pres. Nobile, Est. Piccone, P.M. Cimmino (rigetto) – P. S.p.a. (avv. Macrì) c. D.A.G. (avv. Barbanera).

Conf. C. Appello di Bologna, 26.07.18

Licenziamento individuale – Licenziamento disciplinare – Permessi ex L. n. 104 del 1992 per assistenza a persona affetta da handicap – Mancato rispetto della assistenza continuativa e permanente al disabile – Abuso del diritto – Accertamenti tramite agenzia investigativa – Insufficienza della prova – Illegittimità del recesso – Reintegra.

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TELECOM PERDE DIECI CAUSE: IL TRIBUNALE DI ROMA DICHIARA ILLEGITTIMO IL TRASFERIMENTO ANCHE TRA DUE SEDI SITE NELLO STESSO COMUNE E ACCERTA IL DEMANSIONAMENTO SUBITO DA DIECI LAVORATORI ADDETTI AL SETTORE DAC/CDA

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Roma, con dieci pronunce di due distinti giudici, rispettivamente del 29.10.2020, del 10.11.2020 e del 18.01.2021, ha dichiarato l’illegittimità del trasferimento, poiché disposto dalla Telecom in violazione dell’art. 2103 c.c..

In particolare, i giudici hanno riconfermato, come già avvenuto in numerosi precedenti - in cause patrocinate da questo studio - la natura di trasferimento del provvedimento datoriale di spostamento del lavoratore effettuato tra due diverse sedi di lavoro, anche se all’interno del medesimo comune (nella specie quello di Roma), qualora identificabili con due distinte unità produttive.

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TELECOM CONDANNATA ALLA RIAMMISSIONE IN SERVIZIO DI UN “CONSULENTE” PER L’ILLEGITTIMA INTERPOSIZIONE DI MANODOPERA E APPALTO NON GENUINO (cd. Body Rental), CON CONSEGUENTE ACCERTAMENTO DI UN RAPPORTO DI LAVORO SUBORDINATO

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con sentenza del 29.12.2020, il Tribunale di Velletri ha accertato che il rapporto di lavoro formalmente intercorso tra il lavoratore e le società formali datrici di lavoro - società di consulenza informatica che si limitavano alla mera fornitura di manodopera (cd. Body Rental) - doveva in realtà essere imputato alla Telecom Italia in qualità di effettivo datore di lavoro.

Nel caso di specie, il lavoratore aveva sin dal 2013 prestato la propria attività lavorativa di natura subordinata - svolgendo mansioni di tipo informatico - direttamente in favore della Telecom, ricevendo disposizioni specifiche, direttive e indicazioni dai referenti della società stessa, essendo inoltre sottoposto, da parte degli stessi, al controllo e/o riscontro della propria prestazione lavorativa.

Alla luce delle risultanze emerse dall’istruttoria testimoniale e della documentazione prodotta dal lavoratore, il Tribunale, pertanto, ha dichiarato l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, a tempo pieno e indeterminato, intercorso con la Telecom in modo irregolare, tutt’ora in essere, condannando la Società alla riammissione in servizio del lavoratore e al pagamento di tutte le retribuzioni maturate medio tempore dalla data di messa in mora, per un periodo di oltre due anni.

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IL TRIBUNALE DI LATINA REINTEGRA IL TERZO LAVORATORE PRESSO DRS, SOCIETA’ DI SERVIZI PER ALGIDA, FINDUS E UNILEVER

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il “doppio licenziamento” intimato sia ai sensi della legge n. 223/1991 sia come licenziamento individuale è illegittimo determinando la violazione dei criteri di scelta.

Il Tribunale di Latina, dopo le due decisioni di ottobre 2020 del giudice Montanari, con ordinanza del 30.11.2020, giudice Avarello, in relazione ad identica fattispecie, ha reintegrato un altro dei lavoratori licenziati dalla società DRS, a seguito sia di una procedura di mobilità, sia di un licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo.

La società, a fronte di dichiarate difficoltà economiche derivanti dalla perdita di commesse, richiedeva l’avvio di una procedura di mobilità di cui alla l. 223/1991, con l’intento di licenziare 9 unità di personale. Peraltro, dopo la conclusione di una prima fase di tale procedura, la DRS procedeva al licenziamento di sole 4 unità senza mai concludere l’iter previsto dalla l. 223/1991.

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Immodificabilità della contestazione disciplinare e vizio di ultra petizione

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Lavoro e Previdenza Oggi, n.9/10 2020

Pdf Pubblicazione

Nota a Corte di Cassazione, Sez. Lav., sentenza 10 febbraio 2020, n. 3079, Pres. Patti - Est. Cinque - D. G. R. (avv.ti Punzi, Dentici) c. Poste Italiane S.p.a. (avv. Granozzi)

 

Rapporto di lavoro - Contestazione disciplinare – Condotte illegittime - Licenziamento per giusta causa – Immodificabilità della contestazione – Circostanze nuove – Diversa valutazione infrazione – Conversione sanzione – Vizio ultra petizione.

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L’obbligo datoriale di “dare lavoro”: inadempimento, onere della prova e tutela della professionalità

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n.3/2020

Pdf pubblicazione

Corte App. Napoli, sentenza 19 dicembre 2019, Est. Chiodi, M.D.M. (avv.ti E. Cirillo e F. Cirillo) c. T. S.p.a. (avv.ti Maresca, De Luca Tamajo, Morrico e Boccia).

Rapporto di lavoro – Cessione di ramo di azienda – Illegittimità – Mancato ripristino rapporto con il cedente – Diritto al lavoro – Obblighi ex art. 2103 c.c. - Demansionamento – Totale inattività – Ripartizione onere della prova – Danni conseguenti al demansionamento – Risarcimento del danno professionale – Indici – Gravità inadempimento datoriale. 

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RICONOSCIMENTO QUALIFICA DIRIGENZIALE E SUCCESSIVO DEMANSIONAMENTO (INATTIVITA’): TELECOM CONDANNATA A CORRISPONDERE LE DIFFERENZE RETRIBUTIVE E A RISARCIRE IL DANNO PROFESSIONALE E MORALE PER UN TOTALE DI CIRCA 500 MILA EURO

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il lavoratore, nella vicenda in questione, proponendo ricorso al Tribunale di Roma, ha dedotto di essere formalmente inquadrato nel livello 7 Quadro del CCNL Telecomunicazioni pur avendo svolto, per un lungo periodo (10 anni), mansioni superiori corrispondenti a quelle di dirigente.

Il dipendente ha affermato, inoltre, di aver subito un grave demansionamento in quanto, inizialmente, assegnato a mansioni inferiori riferibili a 4 livelli al di sotto della qualifica dirigenziale e, comunque, di quella di appartenenza e, in seguito, relegato in una condizione di sostanziale inattività, rimanendo il medesimo privo di un reale ruolo e mansioni.

Il Tribunale di Roma, con sentenza pubblicata il 9/6/2020, ha primariamente accertato il diritto del lavoratore al superiore inquadramento dirigenziale, condannando il datore a versare le differenze retributive maturate, a ricostruire la carriera lavorativa in base alla qualifica di spettanza, nonché a corrispondere i premi MBO e a ricalcolare il TFR. ...

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LO STUDIO SALVAGNI VINCE LE CAUSE CONTRO COMDATA E IL TRIBUNALE DI ROMA REINTEGRA I LAVORATORI IN SERVIZIO NEI CALL CENTER

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

La società Comdata S.p.A., nota azienda che si occupa di servizi call center e che vanta alle proprie dipendenze circa 7000 lavoratori, con unoperazione del tutto illegittima e, utilizzando in modo anomalo la cd clausola sociale in materia di cambio appalto, ha cercato di cedere i propri dipendenti addetti alla commessa ALD (ben 56) ad una società subentrante, neocostituita ed avente un capitale sociale di appena 10 mila euro!

Sentenza segnalata su WikiLabour.it: https://www.wikilabour.it/GetFile.aspx?File=%2fAAA_Segnalazioni%2f2020%2fMerito%2f20200515_Trib-Roma.pdf

Articolo su CSDN Roma: http://www.csdnroma.it/successione-negli-appalti-di-call-center-non-sussiste-lobbligo-di-accettare-lassunzione-presso-il-nuovo-appaltatore-e-il-lavoratore-puo-sempre-impugnare-il-recesso-tribunale-di-roma-o/

Articolo su ADNKronos: https://www.adnkronos.com/lavoro/dati/2020/05/27/call-center-comdata-perde-causa-cambio-appalto-lavoratori-reintegrati_6P6cwurNFpm48CegFz4cjM.html?refresh_ce

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LO STUDIO SALVAGNI VINCE LE CAUSE CONTRO COMDATA E IL TRIBUNALE DI ROMA REINTEGRA I LAVORATORI IN SERVIZIO NEI CALL CENTER

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

La società Comdata S.p.A., nota azienda che si occupa di servizi call center e che vanta alle proprie dipendenze circa 7000 lavoratori, con unoperazione del tutto illegittima e, utilizzando in modo anomalo la cd clausola sociale in materia di cambio appalto, ha cercato di cedere i propri dipendenti addetti alla commessa ALD (ben 56) ad una società subentrante, neocostituita ed avente un capitale sociale di appena 10 mila euro!

Sentenza segnalata su WikiLabour.it: https://www.wikilabour.it/GetFile.aspx?File=%2fAAA_Segnalazioni%2f2020%2fMerito%2f20200515_Trib-Roma.pdf

Articolo su CSDN Roma: http://www.csdnroma.it/successione-negli-appalti-di-call-center-non-sussiste-lobbligo-di-accettare-lassunzione-presso-il-nuovo-appaltatore-e-il-lavoratore-puo-sempre-impugnare-il-recesso-tribunale-di-roma-o/

Articolo su ADNKronos: https://www.adnkronos.com/lavoro/dati/2020/05/27/call-center-comdata-perde-causa-cambio-appalto-lavoratori-reintegrati_6P6cwurNFpm48CegFz4cjM.html?refresh_ce


Per timore di perdere il posto di lavoro, purtroppo, molti dipendenti della commessa ALD di Comdata (40 lavoratori), anche in ragione del fatto che non vi erano precedenti giurisprudenziali in materia, si sono visti costretti ad accettare il passaggio alla società subentrante, con perdita di diritti e tutele, come lanzianità di servizio e la stabilità reale ex art. 18, rinunciando allaspettativa di restare in una società solida con maggiori garanzie occupazionali.

Lavv. Michelangelo Salvagni, che ha patrocinato le cause dei dipendenti Comdata che si sono rifiutati di passare alle dipendenze della società subentrante e, quindi, illegittimamente licenziati, afferma che: lordinanza del Tribunale di Roma  ristabilisce i diritti dei lavoratori dei call center e restituisce loro dignità e rappresenta un monito per le aziende che in futuro cercheranno di applicare in modo distorto lo strumento della clausola sociale, tentando di liberarsi senza costi dei propri lavoratori.

Il Tribunale di Roma, correttamente, ha ritenuto non potersi applicare nella vicenda in esame la clausola sociale affermando che: tale disposizione non possa interpretarsi nel senso, prospettato dalla convenuta, di una successione ex lege, automatica, nel contratto di lavoro in essere. La successione ex lege, determinando una prosecuzione del rapporto di lavoro, comporta ex sè il mantenimento dell’anzianità pregressa e dei diritti che derivano dal contratto  ... come correttamente affermato dalla difesa dei ricorrenti, la clausola sociale - attuazione del disposto normativo richiamato - va interpretata come maggior tutela concessa ai lavoratori interessati da un cambio di appalto, e non come esonero dellimprenditore dal rischio di impresa.

Il Giudice del Lavoro, pertanto, ha dichiarato illegittimo il licenziamento collettivo a cui erano stati sottoposti i lavoratori che si erano rifiutati di passare alle dipendenze della società subentrante e ha disposto in loro favore la reintegra in servizio, oltre ad un risarcimento pari a 10 mensilità di retribuzione globale di fatto.

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MANPOWER PERDE ANCHE L’OPPOSIZIONE: CONFERMATA L’ORDINANZA CHE AVEVA DICHIARATO NULLO IL LICENZIAMENTO DELLA LAVORATRICE MADRE CON CONTRATTO DI SOMMINISTRAZIONE A TEMPO INDETERMINATO

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con sentenza del 1° dicembre 2020, il Tribunale di Velletri, sezione Lavoro, respingendo l’opposizione proposta dalla Manpower S.r.l., ha confermato l’ordinanza emessa nella fase sommaria, laddove era stata dichiarata la nullità del licenziamento intimato per presunto giustificato motivo oggettivo, giacché connotato, in realtà, da natura discriminatoria, nonché l’illegittimità del recesso per insussistenza del giustificato motivo oggettivo posto dalla società a fondamento dello stesso.

Conseguentemente, il giudice ha confermato l’ordinanza emessa nella precedente fase laddove ha condannato il datore di lavoro a reintegrare la lavoratrice nel proprio posto di lavoro, nonché al pagamento integrale delle retribuzioni maturate medio tempore, dalla data del licenziamento a quella di effettiva reintegrazione, oltre al pagamento dei contributi previdenziali e assistenziali.

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ILLEGITTIMO DISTACCO DI UN LAVORATORE DA LOTTOMATICA HOLDING S.R.L. A LOTTOMATICA S.R.L. E ILLEGITTIMO IL SUO DEMANSIONAMENTO: CONDANNA DELLA CORTE D'APPELLO DI ROMA

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Un lavoratore, in forza presso la società Lottomatica S.p.A. (ora incorporata in Lottomatica Holding S.r.l.), inquadrato nel 6° livello del CCNL Metalmeccanici, si rivolgeva allo Studio Legale Salvagni per far accertare sia l’illegittimità del distacco del proprio rapporto di lavoro presso la società Lottomatica Scommesse S.r.l. sia la dequalificazione professionale subita presso quest’ultima.

In particolare, il dipendente, affermava di essere inquadrato nel 6° livello del CCNL di settore e di aver sempre svolto, presso la distaccante Lottomatica S.p.A., rilevanti funzioni direttive e specialistiche e, da ultimo, adibito al ruolo di amministratore di sistema.
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LA CORTE D'APPELLO DI ROMA DICHIARA L’ILLEGITTIMITÀ DEL TRASFERIMENTO E ACCERTA IL DEMANSIONAMENTO SUBITO DA UN LAVORATORE TELECOM ADIBITO AL SETTORE ASA

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

La Corte d’Appello di Roma, con sentenza del 29.09.2020, riformando la sentenza del Tribunale di Roma, ha dichiarato l’illegittimità del trasferimento di lavoratore dipendente di Telecom Italia S.p.A., e fruitore dei benefici ex L. 104/92, presso il settore ASA, accertando altresì il demansionamento subito dal medesimo.

La Corte di Appello ha innanzitutto accertato l’illegittimità del trasferimento al settore ASA. In particolare, secondo la Corte di appello, il trasferimento è stato disposto in violazione dell'art. 33, comma 5, della legge n. 104 del 1992, poiché il relativo divieto opera ogni volta che muti definitivamente il luogo geografico di esecuzione della prestazione, anche nell'ambito della medesima unità produttiva che comprenda uffici dislocati in luoghi diversi, senza che possa rilevare gli accordi collettivi che dettano una definizione di sede di lavoro ricomprendendovi l’intero territorio comunale e neppure la distanza della nuova sede di lavoro rispetto all’abitazione del lavoratore, atteso che l’unico dato rilevante a livello legislativo è il consenso al trasferimento del lavoratore titolare dei benefici.

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IL TRIBUNALE DI LATINA REINTEGRA DUE LAVORATORI PRESSO DRS, SOCIETA’ DI SERVIZI PER ALGIDA, FINDUS E UNILEVER

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Latina, accogliendo in pieno la prospettazione dello studio Salvagni, ha reintegrato due lavoratori che erano stati licenziati a seguito di una procedura di mobilità, condannando altresì la società a corrispondere in favore dei medesimi un risarcimento pari a 12 mensilità.

La vicenda trae le mosse da un licenziamento collettivo che avrebbe dovuto interessare nove dipendenti della società DRS – Depositi Regionali Surgelati S.p.a., realtà economica che opera nel settore della logistica, dello stoccaggio e della movimentazione di alimenti surgelati per note aziende e/o gruppi di imprese internazionali, tra cui Findus e Unilever.

I lavoratori coinvolti nella procedura di mobilità venivano successivamente ridotti da 9 a 4 e, tuttavia, la società, in modo strumentale, intimava il recesso sia ai sensi della legge n. 223/1991 e, quindi, qualificandolo come licenziamento collettivo, sia, in subordine, quale licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, individuando peraltro le stesse ragioni poste a fondamento della procedura di mobilità. I ricorrenti eccepivano, quindi, che non fosse possibile, né ammissibile, intimare un licenziamento per motivo oggettivo per soppressione del posto di lavoro una volta che fosse stata aperta la procedura di mobilità.

Tale operazione, infatti, vìola i principi e le garanzie apprestate dalla legge n. 223/1991, normativa di carattere imperativo che prevede il coinvolgimento del sindacato il quale può verificare la correttezza dei criteri indicati per procedere alla selezione dei lavoratori da licenziare.

Il giudice, aderendo alla tesi dello studio Salvagni, ha dichiarato illegittimo il licenziamento in quanto irrogato in violazione dei criteri di scelta, rilevando altresì che, una volta avviata la procedura di mobilità e intimato il licenziamento come collettivo, non è consentito al datore di lavoro tornare sui propri passi e utilizzare in maniera strumentale le stesse ragioni per licenziare i lavoratori anche per giustificato motivo oggettivo, ossia per ragioni economiche.

Tale provvedimento risulta di particolare interesse in quanto, ancora una volta, pone un argine a condotte e procedure scorrette, attuate in frode alla legge da parte di società che tentano di aggirare norme imperative per sbarazzarsi facilmente di lavoratori utilizzando, a piacimento e in modo abusivo, ragioni diverse da quelle inizialmente addotte a sostegno del recesso collettivo.

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LA CORTE DI CASSAZIONE CONFERMA IL DEMANSIONAMENTO E CONDANNA POSTE ITALIANE S.P.A. A RISARCIRE IL DANNO SUBITO DA UNA LAVORATRICE

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Sentenza segnalata su WikiLabour.it:

https://www.wikilabour.it/GetFile.aspx?File=%2fAAA_Segnalazioni%2f2020%2fCassazione%2fCassazione_2020_16594.pdf

Nell’ambito di un giudizio promosso da una lavoratrice assistita dall’Avv. Salvagni e volto ad accertare l’intervenuto demansionamento professionale subito da quest’ultima tra il mese di luglio 2007 e quello di marzo 2010, la Corte d’Appello di Roma, nel confermare l’accoglimento della relativa domanda, aveva condannato Poste Italiane S.p.a. a risarcire il relativo danno alla professionalità. 

Al riguardo, la Corte territoriale osservava che la lavoratrice, inquadrata nell'Area Funzionale Operativa livello del CCNL di settore, era stata, invece, assegnata a posizione comportante l'esercizio di mansioni manuali, di mero riordino e sistemazione di materiale secondo procedure standardizzate, oltre che di supporto al personale di sportello, in evidente violazione delle prescrizioni di cui all’art. 2103 c.c. 

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TELECOM CONDANNATA: Il Tribunale di Roma dichiara illegittimo il trasferimento anche tra due sedi nello stesso comune e accerta il demansionamento subito da due dipendenti nei settori Telecom Gestione Olo e Credit Management

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Roma, con due sentenze molto importanti del 03.06.2020, ha dichiarato l’illegittimità del trasferimento, poiché disposto dalla Telecom in violazione dell’art. 2103 c.c., riconfermando, ancora una volta, la natura di trasferimento del provvedimento datoriale di spostamento del lavoratore effettuato tra due diverse sedi di lavoro presso il medesimo Comune di Roma. ...

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Call Center: COMDATA perde causa, lavoratori reintegrati e con art.18

Cambio appalto nei call center: i dipendenti che rifiutano di essere ceduti al subentrante possono legittimamente impugnare il recesso e ottenere la reintegra con il cedente ex art. 18 della L. 300/70. E' quanto emerge dalla ordinanza del Tribunale di Roma che ha visto lo studio Salvagni vincere le cause contro il gruppo del settore Comdata, con il reintegro dei lavoratori interessati in servizio.

Articolo su ADNKronos: https://www.adnkronos.com/lavoro/dati/2020/05/27/call-center-comdata-perde-causa-cambio-appalto-lavoratori-reintegrati_6P6cwurNFpm48CegFz4cjM.html?refresh_ce

Articolo su CSDN Roma: http://www.csdnroma.it/successione-negli-appalti-di-call-center-non-sussiste-lobbligo-di-accettare-lassunzione-presso-il-nuovo-appaltatore-e-il-lavoratore-puo-sempre-impugnare-il-recesso-tribunale-di-roma-o/ ...

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Demansionamenti: perché sono illeciti e come difendersi. Lo Studio Salvagni contro Ikea e Telecom.

Il demansionamento, o dequalificazione professionale, spesso impropriamente confuso nell’immaginario collettivo con la diversa fattispecie del mobbing, negli ultimi anni sta diventando un fenomeno di così vasta portata ed impatto sociologico da impegnare sempre in modo più significativo e a tratti preoccupante le aule dei nostri tribunali.

Quando si parla di demansionamento, o dequalificazione professionale - termini spesso utilizzati come sinonimi - ci si riferisce a tutti i casi in cui il lavoratore viene adibito a mansioni inferiori rispetto al proprio inquadramento contrattuale, ovvero svilenti e degradanti per la propria professionalità e, comunque, non in linea con il livello di appartenenza. Nei casi più gravi, il lavoratore viene lasciato completamente o quasi inattivo per la maggior parte e/o l’intera giornata lavorativa, con un gravissimo danno alla professionalità e dignità morale del medesimo. ...

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AVIOINTERIORS S.P.A. CONDANNATA A RIASSUMERE UNA LAVORATRICE ASSUNTA CON CONTRATTO DI INSERIMENTO ILLEGITTIMO: MANCANZA DI FORMAZIONE E PROGETTO DI INSERIMENTO

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Latina, con sentenza pubblicata il 25.02.2020, ha accolto il ricorso di una lavoratrice contro la società Aviointeriors S.p.A. dichiarando nullo il contratto di inserimento sottoscritto tra le parti e l’esistenza di un ordinario rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a decorrere dalla data di conclusione del contratto.

Nel caso di specie, la ricorrente era stata assunta dalla società mediante contratto di inserimento ed inquadrata nel IV livello del CCNL Metalmeccanica Industria con mansione di designer industriale.

Nel ricorso, la lavoratrice denunciava la nullità del contratto di inserimento e della relativa proroga, in quanto sottoscritti in violazione della disciplina legale applicabile ratione temporis al rapporto di lavoro. In particolare, il giudice ha accertato l’assenza di un reale progetto individuale di inserimento, riconosciuto dalla disciplina di riferimento come elemento essenziale della fattispecie.

La ricorrente denunciava, in ogni caso, l’illegittimità del contratto anche per la mancanza di ogni reale formazione e/o inserimento, avendo svolto, sin dall’inizio del rapporto, sempre le medesime attività senza alcun accrescimento di competenze che, di fatto, già possedeva.

Il Tribunale di Latina, pertanto, ha accolto la domanda attorea dichiarando l’esistenza di un rapporto di lavoro tra le parti a tempo indeterminato e l’obbligo per la società resistente di riassumere la lavoratrice in servizio nonché al risarcimento del danno ex art. 32, L. 183/2010.

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TELECOM CONDANNATA A RISARCIRE IL DANNO DA DEMANSIONAMENTO AD UNA LAVORATRICE ADIBITA AL DAC/CDA PER LO SVOLGIMENTO DI MANSIONI DI TIPIZZAZIONI E NORMALIZZAZIONE POSTA E CONTRATTI

Causa patrocinta dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Roma, con sentenza del 31.01.2020, ha accertato l'illegittimo demansionamento professionale subito da una lavoratrice, assistita dallo Studio Salvagni, inquadrata nel 4° livello, assegnata al DAC/CDA dal 2012 e adibita nel tempo, a mansioni relative alle seguenti attività: Tipizzazioni, Normalizzazione Posta e Contratti.

In particolare, il Giudice ha evidenziato l’ampio divario esistente tra le suddette mansioni svolte in base a procedure standard - e, addirittura, di natura meramente esecutiva/manuale - che non necessitano di alcuna personale valutazione/elaborazione, e quelle proprie del 4° livello di appartenenza.

Il Tribunale, pertanto, ha dichiarato che l’illegittimo demansionamento subito è idoneo a determinare un impoverimento del bagaglio professionale della lavoratrice, non solo per la notevole durata della dequalificazione, ma anche per la gravità della stessa.

Il Giudice, pertanto, ha condannato la Telecom al risarcimento del danno professionale subito dalla medesima dal 2013, quantificandolo in oltre 35.000,00 euro.

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ACQUIRENTE UNICO S.P.A. CONDANNATA A RISARCIRE UN LAVORATORE PER DEQUALIFICAZIONE PROFESSIONALE

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Roma, con sentenza pubblicata l’11.12.2019, ha accertato e dichiarato la dequalificazione professionale subita da un lavoratore, condannando la società convenuta al risarcimento del danno patito dal medesimo per effetto dell’illegittima condotta datoriale.

Nel caso di specie, il ricorrente era stato assunto, inizialmente, con contratto di inserimento ed inquadrato nella categoria B2 del CCNL per i lavoratori addetti al settore elettrico; successivamente, la società lo assumeva con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, dapprima, con inquadramento nelle categorie superiori B1 e, da ultimo, B1S. Il lavoratore deduceva, tuttavia, di avere sempre svolto, per l’intera durata del rapporto di lavoro, le medesime mansioni assegnategli sin dall’inizio del rapporto e riconducibili all’inferiore livello B2 (che possedeva al momento dell’assunzione con contratto di inserimento) e, quindi, non riconducibili né alla categoria di inquadramento da ultimo posseduta (B1S), né alla B1.

Il giudice del lavoro, in accoglimento della tesi dello studio Salvagni, ha dichiarato l’illegittima della condotta del datore di lavoro in quanto contraria al disposto dell’art. 2103 c.c., tanto nella sua originaria formulazione, quanto nel testo risultante dalle modifiche apportate dal D.lgs. n. 81/2015, condannando la società al risarcimento del danno professionale. 

 

 

  

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TELECOM ITALIA S.P.A.: LE MANSIONI DI SITE SPECIALIST SONO DI 2° LIVELLO. È ILLEGITTIMO IL TRASFERIMENTO SENZA IL CONSENSO DEL LAVORATORE TITOLARE DEI BENEFICI EX LEGGE 104/91

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Roma, con sentenza pubblicata il 05.12.2019, ha accolto il ricorso contro TELECOM ITALIA S.p.A. riconoscendo il diritto della lavoratrice ad essere adibita a mansioni riconducibili al proprio livello di inquadramento e dichiarando altresì l’illegittimità del provvedimento di trasferimento che la società aveva attuato senza il consenso della lavoratrice.

Il Tribunale, sulla base delle risultanze istruttorie, ha accertato l’illegittimità del demansionamento professionale subito dalla ricorrente, inquadrata nel V livello CCNL Telecomunicazioni, in quanto adibita, dapprima, presso il settore CSA (poi rinominato nel tempo DAC e CDA), a mansioni ricondotte dal giudice all’inferiore III livello del citato CCNL e, successivamente, al ruolo di Site Specialist, svolgendo mansioni riconducibili al II livello.

La sentenza, pertanto, ha dichiarato illegittima la condotta di Telecom S.p.A. in quanto posta in essere in violazione dell’art. 2103 del c.c.

Come anticipato, l’altra importante questione affrontata dal giudice di primo grado è quella avente ad oggetto la qualificazione dello spostamento della lavoratrice da una sede di lavoro ad un’altra all’interno del medesimo comune, nella specie quello di Roma. Sul punto, il giudice, dopo aver qualificato detto spostamento come trasferimento, aderendo alla tesi patrocinata dallo studio Salvagni, lo ha dichiarato illegittimo per violazione dell’art. 33, V comma della L. n. 104/1992, essendo la ricorrente titolare dei benefici di cui al terzo comma della citata disposizione normativa.

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LA CORTE D’APPELLO DI ROMA DICHIARA ILLEGITTIMI I CONTRATTI A PROGETTO DI UNA DOCENTE DELLA UNIVERSITA’ POPOLARE “UPTER”

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

La Corte d’Appello di Roma, con sentenza pubblicata in data 17.06.2019, ha dichiarato l’illegittimità dei contratti a progetto stipulati tra le parti in giudizio. Il thema decidendum posto all’attenzione del giudice di secondo grado si componeva di una duplice questione: l’accertamento dell’illegittimità dei contratti a progetto che formalmente giustificavano la collaborazione prestata dalla ricorrente nonché, in ogni caso, la verifica della sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato tra le parti sin dall’origine.

Nel caso di specie, la lavoratrice svolgeva - per ogni anno accademico e consecutivamente per un periodo di circa 10 anni (dal 2003 al 2012) – attività didattica di insegnamento a favore della Università Popolare “Upter“ nella materia Storia dell’Arte, in virtù della stipulazione di una serie di contratti di lavoro a progetto.  

La parte ricorrente sosteneva che i contratti oggetto di causa fossero carenti di un reale e necessario progetto di lavoro e che ciò fosse comprovato in ragione del fatto che non fosse ravvisabile, nei contratti stessi, un quid pluris rispetto alla mission (scopo) della società resistente.

La lavoratrice deduceva inoltre, a sostegno delle proprie domande, che durante il rapporto di lavoro doveva: attenersi alle ordinarie esigenze dell’Istituto conformandosi agli orari delle lezioni predefiniti; svolgere le lezioni in aula secondo un programma di insegnamento stabilito prima dell’inizio dell’anno accademico dal datore; assicurare la propria presenza e giustificare le assenze in caso di malattia o impedimento. Affermava, inoltre, di essere onerata alla tenuta di registri ove doveva inserire la presenza dei discenti. L’insegnante chiedeva, pertanto, il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato per il concreto atteggiarsi della prestazione di insegnante del tutto priva di autonomia.

La Corte territoriale ha stabilito che i contratti sottoscritti dalle parti non fossero conformi allo schema legale ex art. 69, 1° comma, del D. Lgs n. 276/2003 in quanto non contenevano la determinazione del progetto. I contratti, di fatto, avevano ad oggetto lo “svolgimento di lezioni teorico-pratiche” e, quindi, meri compiti di insegnamento. Non era individuabile alcun riferimento ad un vero e proprio risultato finale che potesse riconoscersi come un progetto specifico o fase o programma rispetto all’attività del committente.

La Corte d’Appello, pertanto, ha applicato al caso di specie la presunzione assoluta di cui all’art. 69, 1° comma, del D.Lgs n. 276/2003, quale sanzione conseguente all’assenza del progetto, riconoscendo così la natura subordinata del rapporto di lavoro. In forza di tale disposizione il giudice, ove accerti la mancata specificità e/o l’assenza di un reale progetto, deve procedere con l’automatica conversione in un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, senza accertare nel merito se il rapporto si sia in concreto svolto secondo gli schemi del lavoro subordinato.

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IKEA PERDE IL SECONDO RECLAMO: IL TRIBUNALE CONFERMA L’ILLEGITTIMITÀ DEL TRASFERIMENTO DISPOSTO ANCHE IN VIOLAZIONE DELLA L. N. 104/1992

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con ordinanza del 24 settembre 2019, il Tribunale di Roma, in composizione collegiale, ha rigettato il reclamo proposto da Ikea avverso la prima ordinanza con cui il giudice del lavoro aveva accolto il ricorso promosso da un lavoratore che, padre di due bambini e fruitore dei permessi ex L. n. 104 per assistere il padre malato, era stato trasferito dalla sede romana a quella di Bologna.

Si tratta della quarta vittoria conseguita dallo studio legale Salvagni, il quale ha assistito diversi lavoratori, sostenendo l’illegittimità (se non la pretestuosità) della selezione espletata lo scorso agosto da Ikea al fine di individuare le figure professionali inidonee ad accompagnare l’azienda nel processo di riorganizzazione denominato “Innovation for Growth” che ha interessato gli stores romani.

A riguardo, il collegio capitolino ha confermato la tesi difensiva seguita dall’Avv. Salvagni e ha rilevato la contrarietà ai canoni di correttezza e buona fede della condotta aziendale, la quale si è assestata al limite dell’arbitrio: infatti – scrive il Tribunale – “la società, pure sfidata a farlo, e che pure ha fatto fare delle prove scritte, non ha ritenuto di produrre neppure un documento o una evidenza obiettiva atta a dare evidenza della pretesa “imparzialità” della selezione” espletata che, dunque, viene descritta come “del tutto intrasparente e rispetto alla quale non si offre alcun concreto elemento che ne smentisca l’assoluta apparente arbitrarietà

Ma v’è di più: infatti, il Tribunale ha rilevato un ulteriore motivo di illegittimità del provvedimento impugnato, il quale è stato diposto nei confronti di un dipendente che, dal novembre 2018, fruiva dei benefici ex L. n. 104/1992 in qualità di caregiver del padre malato: ne deriva che il lavoratore “non poteva essere più trasferito senza il suo consenso [ed era titolare del] il diritto del lavoratore a scegliere la sede più vicina”.

Pertanto, il Tribunale, nel riconoscere la sussistenza dell’imminente pregiudizio per la salute e la vita familiare del lavoratore – trasferito ad oltre 400 Km di distanza, non soltanto dalla moglie e dai figli, ma anche dal padre, bisognoso di assistenza – ha rigettato il reclamo proposto dalla società che, dunque, è stata condannata a disporre l’immediata riammissione in servizio del lavoratore presso la propria sede di appartenenza sita in Roma.

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TELECOM ITALIA S.P.A.: ILLEGITTIMO IL TRASFERIMENTO ANCHE SE DISPOSTO TRA DUE SEDI SITE NEL MEDESIMO COMUNE. LE MANSIONI DI SITE SPECIALIST SONO DI 2° LIVELLO

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con sentenza del 24.10.2019, il Tribunale di Roma accoglie il ricorso promosso da una lavoratrice e riconosce l’illegittimità del provvedimento di assegnazione a mansioni di site specialist disposta da Telecom Italia S.p.A..

Il Giudice, pertanto, condanna l’azienda a reintegrare la lavoratrice nelle mansioni di 5° livello, accertando l’illegittimità del demansionamento subito dalla medesima per essere stata, dapprima, per circa quattro anni e mezzo, adibita a mansioni inferiori presso i settori ASA e AOA Centro, nonché, successivamente al luglio 2017, assegnata alle mansioni di portierato (cd. site specialist). Il Tribunale, infine, ha condannato la società a risarcire alla lavoratrice il danno professionale subito dalla medesima per l’adibizione a mansioni inferiori sin dal 2014.

La pronuncia rappresenta un’altra importante decisione del Tribunale di Roma che, resa in ordine all’operazione di re-internalizzazione delle funzioni di portineria (cd. site specialist) nell’ambito del dipartimento Manteinance & Facilities di Telecom Italia S.p.a., riconosce l’illegittimità dell’assegnazione a tali mansioni, poiché disposta dall’azienda in violazione dell’art. 2103 c.c..

Ciò premesso, il giudice riconosce il demansionamento subito dalla lavoratrice inquadrata nel 5° livello contrattuale, dapprima, presso i settori ASA e AOA Centro e, successivamente, per l’adibizione a mansioni nettamente inferiori, in quanto riferibili al 2° livello del CCNL di settore.

Pertanto, il Tribunale dichiara l’illegittimità del provvedimento di assegnazione alle mansioni di site specialist disposto da Telecom Italia S.p.A nei confronti della lavoratrice, in quanto l’azienda, anche nell’astratta ipotesi di un’effettiva modifica degli asseti organizzativi, non avrebbe rispettato la nuova formulazione dell’art. 2103 c.c., che ammette il demansionamento in via unilaterale per un solo livello inferiore e non per tre, come invece accaduto nel caso di specie.

Con questa pronuncia il giudice del lavoro di Roma, accertando che le mansioni di site specialist sono di 2° livello, sposa integralmente la tesi difensiva avanzata dall’Avv. Salvagni in numerosi ricorsi patrocinati dall’omonimo studio, così aprendo la strada ad altrettante vittorie per i lavoratori.

 

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LA CORTE D'APPELLO DI ROMA CONFERMA L’ILLEGITTIMITÀ DEL TRASFERIMENTO E IL DEMANSIONAMENTO PROFESSIONALE SUBITO DA UNA LAVORATRICE TELECOM ADIBITA ALLE “ULL” E ALLE "CONDIZIONI AGEVOLATE" PRESSO IL DAC

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

La Corte d’Appello di Roma, con sentenza  del 04.11.2019, ha confermato quanto già accertato da Tribunale di Roma in merito all’illegittimità del trasferimento della lavoratrice dipendente di Telecom Italia S.p.A., e fruitrice dei benefici ex L. 104/92 ed all’accertamento della dequalificazione professionale subita dalla medesima presso il settore DAC.

La Corte di Appello ha innanzitutto confermato quanto statuito dal Tribunale di Roma in merito alla illegittimità del trasferimento della lavoratrice da una sede all’altra del Comune di Roma. In particolare, secondo la Corte di appello, la società non aveva adempiuto all’onere di provare la ragione posta alla base del trasferimento della lavoratrice da porre in comparazione con l’interesse, prevalente, della lavoratrice che assiste il disabile a non essere trasferita senza il proprio consenso.

In questa fattispecie la lavoratrice, in possesso del V livello del CCNL Telecomunicazioni, era stata adibita per oltre un anno e mezzo a mansioni - “condizioni agevolate” e “ULL” - che i Giudici della Corte d’Appello hanno confermato essere riconducibili a livelli inferiori, poiché a carattere elementare, da svolgere secondo procedure standardizzate e, come tali, prive di elevata tecnicalità, come invece richiesto dalla declaratoria di V livello.

In riferimento al danno, è stata riconosciuta la risarcibilità della lesione al diritto fondamentale al lavoro, inteso come mezzo di estrinsecazione della personalità di ciascun cittadino e, quindi, la Corte, oltre a confermare l’accertamento del demansionamento, ha confermato anche il danno non patrimoniale liquidato dal giudice di prime cure.

Quanto sopra, evidenzia come la tesi difensiva avanzata dall’Avv. Salvagni in numerosi ricorsi patrocinati dall’omonimo studio, continui ad essere accolta tanto in primo grado, quanto nei successivi gradi di giudizio.

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AVIOINTERIORS: DICHIARATO ILLEGITTIMO IL LICENZIAMENTO DEL LAVORATORE PER PRESUNTE ATTIVITA’ LUDICHE DURANTE LA MALATTIA RILEVATE TRAMITE ATTIVITA’ INVESTIGATIVE

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Latina, con sentenza n. 11935 del 11.10.2019, in accoglimento del ricorso promosso da un lavoratore nei confronti di Aviointeriors S.p.a., ha accertato e dichiarato l’illegittimità del licenziamento irrogato al medesimo per presunta giusta causa, ordinando alla società di reintegrarlo nel posto di lavoro precedentemente occupato, nonché condannando la stessa al pagamento dell’indennità risarcitoria nella misura massima di 12 mensilità della retribuzione globale di fatto.

Nel caso di specie, il lavoratore era stato licenziato in quanto, secondo l’avversa ricostruzione, sebbene collocato in malattia, si sarebbe dedicato ad attività ludica incompatibile con il dichiarato stato morboso. La società, a sostegno del provvedimento espulsivo, adduceva di avere svolto delle indagini investigative all’esito delle quali era emerso, appunto, che il lavoratore, al di fuori delle fasce di reperibilità, si era dedicato alla predetta e non meglio specificata attività ludica asseritamente “incompatibile con lo stato di malattia”.

L’attività svolta dal ricorrente ed asseritamente “incompatibile con lo stato di malattia”, come risultante dalla relazione investigativa prodotta da controparte, era quella di “Birdwatching”, ossia di osservazione degli uccelli, peraltro praticata dal ricorrente solo per alcune ore nei giorni festivi e, comunque, sempre al di fuori delle fasce di reperibilità. Per il resto, la relazione investigativa prodotta dalla società riprendeva il lavoratore in circostanze assolutamente irrilevanti sotto il profilo disciplinare, quali un prelievo in banca e una cena in compagnia con la moglie e amici.

Il Tribunale di Latina, accogliendo la tesi difensiva del lavoratore, ha rilevato l’assoluta carenza di allegazione e l’assenza di qualsivoglia prova in ordine all’asserita incompatibilità della non meglio specificata “attività ludica” con lo stato di malattia dichiarato dal lavoratore e attestato dal medico di famiglia dello stesso.

Il Giudice, in particolare, ha evidenziato che l’attività di “Birdwatching” non risulta in alcun modo incompatibile con lo stato di malattia del ricorrente, affetto da “rialzo pressorio”, né tantomeno ostativa ad una completa guarigione del medesimo.

Sul punto, il Tribunale rileva che, sebbene il datore di lavoro possa procedere ad accertamenti di tipo sanitario volti a verificare l’effettiva sussistenza dello stato morboso dichiarato dal lavoratore, l’onere di provare che l’attività extralavorativa svolta sia ostativa ad una completa guarigione incombe sempre sul datore di lavoro.

Nel caso di specie, osserva il giudice, la società, pur avendone l’onere, non ha fornito alcuna prova, né mediante allegazioni mediche, che non risultano agli atti di causa, né con la relazione investigativa prodotta, la quale attesta esclusivamente che il lavoratore, al di fuori delle fasce di reperibilità, sia uscito dalla propria abitazione per svolgere attività del tutto compatibili con lo stato di malattia attestato.

Il Tribunale ha, quindi, rilevato l’insussistenza del fatto contestato al lavoratore, dichiarando illegittimo il licenziamento e ordinando la reintegrazione nel posto di lavoro, oltre alla condanna al pagamento dell’indennità risarcitoria prevista ex art. 18, commi 4 e 7, legge n. 300/70 nella misura massima di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.

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TRIBUNALE DI ROMA: IL PROVVEDIMENTO DI CAMBIO RUOLO ADOTTATO DALLA SOCIETA’ MANPOWER NEI CONFRONTI DI UNA LAVORATRICE MADRE MASCHERA, IN REALTA’, UN ILLEGITTIMO TRASFERIMENTO DI SEDE

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

ADNKronos >> Mamma lavoratrice trasferita nonostante no Tribunale, la denuncia

Il Tribunale di Roma, con ordinanza del 02.09.2019, in accoglimento del reclamo promosso da una lavoratrice nei confronti di Manpower S.r.l., ha qualificato come trasferimento il provvedimento di fittizio cambio di ruolo disposto dalla società, con il quale la stessa aveva spostato la reclamante da oltre 5 mesi presso la filiale di Roma, senza peraltro qualificarlo né come trasferimento, né come trasferta. I giudici romani hanno, quindi, dichiarato l’illegittimità del trasferimento, ordinando alla società la riammissione della lavoratrice presso la sede di lavoro di provenienza, sita a Frosinone.

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TRIBUNALE DI ROMA: IL PROVVEDIMENTO DI CAMBIO RUOLO ADOTTATO DALLA SOCIETA’ MANPOWER NEI CONFRONTI DI UNA LAVORATRICE MADRE MASCHERA, IN REALTA’, UN ILLEGITTIMO TRASFERIMENTO DI SEDE

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

ADNKronos >> Mamma lavoratrice trasferita nonostante no Tribunale, la denuncia

Il Tribunale di Roma, con ordinanza del 02.09.2019, in accoglimento del reclamo promosso da una lavoratrice nei confronti di Manpower S.r.l., ha qualificato come trasferimento il provvedimento di fittizio cambio di ruolo disposto dalla società, con il quale la stessa aveva spostato la reclamante da oltre 5 mesi presso la filiale di Roma, senza peraltro qualificarlo né come trasferimento, né come trasferta. I giudici romani hanno, quindi, dichiarato l’illegittimità del trasferimento, ordinando alla società la riammissione della lavoratrice presso la sede di lavoro di provenienza, sita a Frosinone.

Nel caso di specie, la lavoratrice, madre di una bimba di appena 4 anni, stabilmente adibita alla sede aziendale di Frosinone sin dal 2015, veniva convocata dalla società che le prospettava una possibile risoluzione del rapporto di lavoro per dimissioni della stessa o, in alternativa, un trasferimento della propria sede lavorativa. Si evidenzia che gli stessi sindacati maggiormente rappresentativi sul piano nazionale segnalavano, con numerosi comunicati, l’illegittima condotta della società che, per ridurre il personale, convocava i dipendenti prospettandogli un presunto scarso rendimento al fine di indurli alle dimissioni. 

Al rifiuto della lavoratrice di aderire ad ambedue le soluzioni prospettatele, la società, in modo strumentale e con intento ritorsivo, dapprima, la esautorava delle mansioni svolte e del ruolo ricoperto sino a quel momento e, successivamente, disponeva con provvedimento scritto un presunto e fittizio cambio di ruolo che, quantomeno nelle intenzioni dichiarate dalla società per iscritto, non avrebbe dovuto comportare un trasferimento della lavoratrice presso la sede romana, ma solo l’eventualità che la stessa potesse recarvisi sporadicamente previa indicazione dei propri responsabili.

In realtà, a decorrere dal mese di marzo e per circa 6 mesi, la lavoratrice è stata costretta a recarsi giornalmente presso la sede di Roma-Labicana, ove era stabilmente adibita in via esclusiva e continuativa, assentandosi da casa per l’intera giornata lavorativa, dovendo uscire tutte le mattine alle 6:00 e farvi rientro in tarda serata, non prima delle ore 20:00, con grave compromissione della propria funzione genitoriale.

Il trasferimento, inoltre, aveva determinato anche un significativo pregiudizio economico a carico della lavoratrice che, già intestataria di un mutuo per la residenza familiare di Frosinone, ha dovuto sostenere elevati costi di mantenimento di una baby sitter che potesse prendersi cura della figlia per l’intera giornata, nonché le spese di viaggio, peraltro mai rimborsatele dalla società, ciò determinando il sostanziale azzeramento della retribuzione mensile percepita.

Il Tribunale di Roma, accogliendo in totola tesi difensiva della lavoratrice ha qualificato il provvedimento datoriale come trasferimento e ne ha dichiarato l’illegittimità in quanto sprovvisto dei necessari presupposti di legge.

I giudici capitolini, in merito, hanno rilevato che la società non ha provato in giudizio, neppure documentalmente, la sussistenza di tali presupposti, né la ragione per la quale il mutamento definitivo della sede lavorativa della lavoratrice si sarebbe reso necessario.

Il Collegio, infine, ha ravvisato la sussistenza di un imminente pregiudizio grave ed irreparabile alla funzione genitoriale della lavoratrice che, a seguito del trasferimento, era di fatto impossibilitata a svolgere compiutamente il proprio ruolo di madre di una bimba di soli 4 anni, qualificato come diritto personalissimo e costituzionalmente tutelato in alcun modo comprimibile.

I Giudici del lavoro hanno, quindi, condannato Manpower S.r.l. alla riammissione della dipendente presso la sede di Frosinone.

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ADNKronos: Mamma lavoratrice trasferita nonostante no Tribunale, la denuncia

Trasferita in un ufficio a 90 chilometri di distanza dalla propria sede di lavoro e dalla propria residenza, da Frosinone a Roma. Nonostante un'ordinanza del Tribunale di Roma che aveva già dato uno stop a un precedente provvedimento dell'azienda, qualificando come trasferimento il provvedimento di fittizio cambio di ruolo disposto. E' l'odissea al momento senza fine di Valeria F. lavoratrice di Manpower Srl, madre di una bambina di 4 anni, come racconta ad Adnkronos/Labitalia l'avvocato che la assiste, Michelangelo Salvagni, del Foro di Roma.

ADNKronos - Leggi l'articolo completo  >>

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IKEA: lo Studio Salvagni vince anche il reclamo. Trasferimenti e selezioni dei lavoratori restano illegittimi.

Adnkronos - 05/08/2019

Ikea, il 2 agosto scorso, si è vista rigettare il reclamo proposto avverso la prima ordinanza con cui il giudice del lavoro di Roma aveva annullato il trasferimento disposto nei confronti di una lavoratrice.

Lo Studio Legale Michelangelo Salvagni, che ha patrocinato le cause dei dipendenti Ikea trasferiti, afferma che questo “è il quarto provvedimento del Tribunale di Roma che, in pochi mesi, conferma illegittimità della condotta del colosso svedese”. Il Tribunale – stavolta in composizione Collegiale – ha confermato l’illegittimità della selezione del personale espletata nell’ambito della riorganizzazione denominata “Innovation for Growht” che ha interessato le sedi di Roma.

Per ulteriori informazioni è possibile scrivere all’indirizzo email IKEA@michelangelosalvagni.it

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IKEA: lo Studio Salvagni ottiene un altro reintegro a Roma per "trasferimento illegittimo".

Adnkronos - 31/07/2019

Un altro duro colpo per il colosso svedese inferto dallo Studio legale Salvagni che, per la seconda volta, ottiene l’annullamento in sede giudiziale del trasferimento di un lavoratore dalla sede romana a quella di Bologna.

A seguito del ricorso d’urgenza promosso dal dipendente – padre di due bambini e fruitore dei permessi 104 per assistere il padre malato – il Tribunale di Roma, con ordinanza dello scorso 29 luglio, ha confermato l’evanescenza (se non la pretestuosità) della selezione espletata da Ikea al fine di individuare le figure professionali inidonee ad accompagnare l’azienda nel processo di riorganizzazione denominato “Innovation for Growth” che, lo scorso ottobre, ha interessato gli stores romani.

Per ulteriori informazioni è possibile scrivere all’indirizzo email IKEA@michelangelosalvagni.it

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IKEA: lo Studio Salvagni “frena” i trasferimenti e il Tribunale di Roma reintegra una madre single.

Adnkronos - 19/06/2019

Lo Studio Legale Salvagni è impegnato in una serie di cause a difesa dei lavoratori IKEA, interessati da un ampio piano di ristrutturazione del gruppo e di riduzione di organico.

Nel contesto di questa pianificazione attuata dai vertici dell’azienda, è stato istituito un progetto pilota denominato “Innovation for Growth”, attuato per il momento solo sulla città di Roma ma che si estenderà a tutte le sedi Ikea d’Italia.

Il progetto prevede la soppressione degli attuali “capi reparto” (di 1° e 2° livello) e l’introduzione della nuova figura dei Team Leader, in nome di una presunta riqualificazione del personale attraverso una selezione interna a cui i dipendenti sono obbligati a partecipare: chi passa la selezione, resta. Chi invece no, viene trasferito.

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LA CORTE D'APPELLO DI ROMA CONFERMA L’ILLEGITTIMITÀ DEL DEMANSIONAMENTO PROFESSIONALE SUBITO DA UNA LAVORATRICE TELECOM ADIBITA ALLA “RIMODULAZIONE DEGLI APPUNTAMENTI” E ALLE "CONDIZIONI AGEVOLATE" PRESSO IL DAC

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

La Corte d’Appello di Roma, con sentenza del 17.05.2019, ha confermato quanto già accertato da Tribunale di Roma in merito alla riconducibilità delle mansioni relative alle “condizioni agevolate” e “rimodulazione degli appuntamenti” a livelli inferiori di inquadramento rispetto al livello IV posseduto dalla lavoratrice.

In riferimento al danno, in linea con il consolidato orientamento della giurisprudenza, la Corte, oltre a confermare l’accertamento del demansionamento, ha confermato anche il danno professionale liquidato in via equitativa dal giudice di prime cure, nonché quanto dal medesimo liquidato a titolo di danno morale.

Quanto sopra, evidenzia come la tesi difensiva avanzata dall’Avv. Salvagni in numerosi ricorsi patrocinati dall’omonimo studio, continui ad essere accolta tanto in primo grado, quanto nei successivi gradi di giudizio.

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LA CORTE D'APPELLO DI ROMA CONFERMA L’ILLEGITTIMITÀ DEL TRASFERIMENTO E IL DEMANSIONAMENTO PROFESSIONALE SUBITO DA TRE LAVORATRICI TELECOM ADIBITE ALLE “ULL” E ALLE "CONDIZIONI AGEVOLATE" PRESSO IL DAC

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

La Corte d’Appello di Roma, con sentenza  del 22.02.2019, ha confermato quanto già accertato da Tribunale di Roma in merito all’illegittimità del trasferimento delle lavoratrici dipendenti di Telecom Italia S.p.A., e fruitrici dei benefici ex L. 104/92, presso il settore DAC ed all’accertamento della dequalificazione professionale subita dalle medesime.

La Corte di Appello ha innanzitutto confermato quanto statuito dal Tribunale di Roma in merito alla illegittimità dei trasferimenti delle lavoratrici dai propri settori di appartenenza al settore DAC (già CSA).

In particolare, secondo la Corte di appello, la società non aveva adempiuto all’onere di provare che le due sedi non costituissero unità produttive distinte, al fine di invocare l'esonero dei limiti al potere di trasferimento previsti dall'art. 2103 c.c., onere non adempiuto, in quanto l'estrema diversità delle attività svolte nella sede di destinazione rispetto a quelle svolte nelle sedi di provenienza fonda una grave presunzione del fatto che si tratti di unità produttive separate ed autonome.

In questa fattispecie le lavoratrici, in possesso del VI e del V livello CCNL Telecomunicazioni, erano state adibite per mesi a mansioni - “condizioni agevolate” e “ULL” - che i Giudici della Corte d’Appello hanno confermato essere riconducibili ad livelli inferiori.

Ed infatti, il Collegio ha confermato che le “condizioni agevolate” consistevano in attività prive di natura direttiva, di autonomia di iniziativa, di natura specialistica (caratteristiche proprie del livello di inquadramento), in quanto limitate alla verifica ed inserimento di dati e prive di discrezionalità, mentre l’attività di “ULL” si risolveva in un mero contatto con i clienti secondo procedure standardizzate, come  tale priva di compiti di coordinamento ovvero di elevata tecnicalità.

In riferimento al danno, è stata riconosciuta la risarcibilità dello stesso e il nesso di causalità con il mancato utilizzo e, pertanto, il conseguente degrado della professionalità acquisita, peraltro contestualmente ad un trasferimento di sede illegittimo. In linea, quindi, con il consolidato orientamento della giurisprudenza, la Corte, oltre a confermare l’accertamento del demansionamento, ha sostanzialmente confermato anche il danno professionale liquidato in via equitativa dal giudice di prime cure.

Quanto sopra, evidenzia come la tesi difensiva avanzata dall’Avv. Salvagni in numerosi ricorsi patrocinati dall’omonimo studio, continui ad essere accolta tanto in primo grado, quanto nei successivi gradi di giudizio.

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PROCTER & GAMBLE ITALIA: LA CORTE DI APPELLO DI ROMA CONFERMA LA SENTENZA DI PRIMO GRADO CHE AVEVA CONDANNATO LA SOCIETÀ A RIASSUMERE IL DIPENDENTE PER CONTRATTI DI SOMMINISTRAZIONE IRREGOLARI.

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con sentenza del 25.03.2019, la Corte di Appello di Roma, rigettando integralmente l’appello proposto dalla società, ha confermato quanto statuito dal giudice di primo grado in merito all’illegittimità dei numerosi contratti di somministrazione intercorsi tra le parti, alla costituzione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato e alla condanna del datore di lavoro al pagamento dell’indennità ex art. 32 L. 183/2010.

In particolare, la Corte ha ritenuto che non poteva ritenersi raggiunta la prova, di cui era onerato il datore di lavoro, dell’effettiva sussistenza delle ragioni giustificative e del nesso causale tra le ragioni indicate nei suddetti contratti e l’assunzione del lavoratore, anche in ragione della mancata coincidenza temporale tra le esigenze dichiarate in giudizio e le assunzioni del lavoratore.

Tale pronuncia, si pone in continuità rispetto al cospicuo contenzioso seguito dallo Studio Legale Salvagni e che, ad oggi, ha visto la vittoria nelle le cause dallo stesso patrocinate dal primo grado sino al giudizio innanzi alla Corte di Cassazione.

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ILLEGITTIMO IL TRASFERIMENTO DELLA DIPENDENTE ADOTTATO DA IKEA ITALIA RETAIL S.R.L.: LA LAVORATRICE VINCE IL RICORSO DI URGENZA

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Roma, con ordinanza del 07.06.2019, ha accolto il ricorso di urgenza ex art. 700 c.p.c. promosso da una lavoratrice nei confronti di Ikea Italia Retail S.r.l. dichiarando l’illegittimità del trasferimento della ricorrente presso la sede di Pisa ed ordinandone la riammissione nella sede di lavoro dello store Ikea di Roma Anagnina con mansioni proprie del livello inquadramentale dalla medesima posseduto (2° livello del CCNL di settore).

La società aveva giustificato il trasferimento della lavoratrice sulla base:

di una riorganizzazione degli stores romani di Porta di Roma e di Anagnina determinata dalla realizzazione, presso dette sedi, del cosiddetto progetto “Innovation for Growth”, dalla conseguente riduzione della “nuova” figura dei Team Leaders rispetto ai vecchi Capo Reparto (Responsible).

Il Giudice del lavoro ha rilevato come la società non avesse fornito alcuna prova in ordine all’esistenza di un parametro oggettivo che avesse governato la scelta “tra i 48 dipendenti concorrenti ai 29 posti residuati di Team Leader” e, dunque, idoneo a consentire di ricondurre il trasferimento della ricorrente ad esigenze organizzative proprie della datrice di lavoro.

In particolare, il Tribunale ha ritenuto non provata la deduzione della società secondo cui la figura del Team Leader necessaria alla nuova organizzazione dovesse possedere competenze professionali diverse da quelle del vecchio Capo Reparto (Responsible) non avendo, il datore di lavoro, prodotto in giudizio alcuna descrizione del ruolo  della “nuova” figura professionale (job description). Ciò non ha quindi consentito la necessaria comparazione tra le mansioni di Team Leader e quelle sino ad allora espletate dalla ricorrente in qualità di Capo Reparto (Responsible).

Il Giudice ha inoltre rilevato come la società non avesse dimostrato i criteri valutativi adottati in sede di selezione, le ragioni del mancato superamento della stessa da parte della ricorrente, quanti e quali fossero i partecipanti e con quali risultati. Ciò ha determinato la conseguente arbitrarietà “del trattamento differente” riservato all’istante “rispetto a coloro che hanno, secondo Ikea, superato le prove”.

Il Tribunale ha poi ritenuto sussistenti i rilievi forniti dallo Studio Salvagni in ordine al pregiudizio alla salute patito dalla ricorrente, oltre che alle condizioni familiari ed economiche derivanti alla medesima in ipotesi di operato trasferimento ad oltre 350 chilometri dal proprio luogo di residenza.

Il Giudice del lavoro ha, quindi, condannato Ikea Italia Reatail S.r.l. alla riammissione della dipendente, con mansioni proprie del livello dalla medesima posseduto, presso lo store di Roma Anagnina.

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LICENZIAMENTO COLLETTIVO SKY ITALIA S.R.L.: NULLO IL LICENZIAMENTO DEL DIPENDENTE PER MOTIVO ILLECITO DETERMINANTE EX ART. 1345 C.C.. LA SOCIETA’ CONDANNATA A REINTEGRARE IL LAVORATORE

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Roma, con ordinanza n. 34233 del 02.04.2019, ha accolto il ricorso promosso da un lavoratore estromesso all’esito della nota procedura di licenziamento collettivo conclusasi nel mese di ottobre 2017 (originariamente di un numero complessivo di 124 esuberi), condannando Sky Italia S.r.l. alla reintegrazione del medesimo nel posto di lavoro, nonché al pagamento di tutte le retribuzioni dal giorno del recesso a quello di effettiva reintegra.

Il Giudice del lavoro ha accolto la tesi difensiva offerta dallo studio legale Salvagni in ordine alla sussistenza, nella specie, di due diverse procedure: quella di licenziamento collettivo per riduzione del personale ex Legge n. 223/1991 (avviata dalla società con comunicazione del 16.05.2017), sulla quale, a far data dall’01.09.2017, si è innestata quella di trasferimento collettivo ex art. 57 del CCNL di settore.

In particolare, il Tribunale, nel respingere le deduzioni datoriali secondo cui il dipendente non sarebbe stato interessato da un provvedimento di trasferimento bensì da una semplice proposta di ricollocazione del medesimo presso la sede di Milano, ha ritenuto sussistente l’intervenuto trasferimento del lavoratore presso detta sede, ciò in ragione del richiamo operato dalla società, nella relativa lettera di licenziamento del 25.09.2017, delle disposizioni di cui all’art. 57 del CCNL applicato il quale, non solo disciplina espressamente le ipotesi di trasferimento (individuale e/o collettivo), ma riconnette al rifiuto, anche tacito, del lavoratore al mutamento di sede la configurazione dei presupposti per il giustificato motivo soggettivo di risoluzione del rapporto di lavoro.

Per quanto sopra, il Giudicante, alla luce della disponibilità manifestata dal dipendente in data 28.09.2017 (in risposta alla suddetta comunicazione) di voler prendere servizio presso la sede di Milano “per la salvaguardia del posto di lavoro”, fatta salva la possibilità della successiva verifica giudiziale della legittimità del trasferimento stante la titolarità, in capo al medesimo, della condizione di cui all’art. 33, co. 5 della Legge n. 104/1992, ha ritenuto il successivo licenziamento del 02.10.2017 “riconducibile ad altri casi di nullità previsti dalla legge o determinato da un motivo illecito determinante ai sensi dell’articolo 1345 del codice civile”.

Ed invero, il Giudice, dall’esame della sequenza degli atti sopra descritti, ha individuato nella riserva manifestata dal lavoratore di sottoporre al successivo vaglio giudiziario la legittimità del disposto trasferimento, l’unico motivo che ha determinato la società ad intimare il licenziamento. Segnatamente, secondo l’iter argomentativo seguito dal Tribunale, ciò è emerso inconfutabilmente dall’assenza di qualsivoglia fatto diverso e/o nuovo tale da condurre, nel breve arco temporale intercorrente tra il 28.09.2017 e il 02.10.2017, Sky Italia S.r.l. ad escludere il lavoratore dall’assegnazione presso la sede di Milano includendolo, di conseguenza, nella lista degli esuberi.

Il Giudicante, infatti, in ragione del richiamo operato dalla società, anche nella lettera di licenziamento, all’art. 57 del CCNL di settore, ha rilevato come la medesima abbia interpretato la riserva del dipendente di adire l’autorità giudiziaria come un rifiuto al trasferimento considerando, in tal modo, come unica accettazione effettiva quella incondizionata e, dunque, con rinuncia da parte del lavoratore ai diritti di cui egli è certamente titolare.

La società, dunque, ha illecitamente condizionato il mantenimento del provvedimento di trasferimento del dipendente presso la sede di Milano e, quindi, la sua esclusione dalla procedura di licenziamento a quel punto avviata, alla rinuncia da parte del medesimo “all’esercizio dell’azione giudiziale a tutela dei diritti della persona, in questo caso anche del familiare a cui il ricorrente vuole continuare a prestare assistenza […] con una evidente compressione del diritto costituzionalmente riconosciuto dall’art. 24 co. 1 Cost.”.

Il Tribunale ha, quindi, condannato Sky Italia S.r.l. alla immediata reintegrazione del dipendente in azienda presso la sede di Roma e al pagamento di tutte le retribuzioni maturate dal giorno del recesso fino al momento in cui la società provvederà a riammettere in servizio il lavoratore.

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TELECOM ITALIA S.P.A.: ILLEGITTIMO IL TRASFERIMENTO ANCHE SE DISPOSTO TRA DUE SEDI SITE NEL MEDESIMO COMUNE. LE MANSIONI DI SITE SPECIALIST SONO DI 2° LIVELLO

Causa patrocinata dallo studio legale Salvagni

Con sentenza del 08.04.2019, Il Tribunale di Roma accoglie il ricorso promosso da un lavoratore e riconosce l’illegittimità del provvedimento di trasferimento presso la sede di Via Assisi in Roma e della relativa assegnazione alle mansioni di site specialist disposta da Telecom Italia S.p.A..

Il Giudice, pertanto, condanna l’azienda a trasferire nuovamente il dipendente nella sede presso cui il medesimo era adibito in precedenza, nonché a reintegrarlo nelle mansioni di 5° livello precedentemente espletate in tale ultima sede, accertando l’illegittimità della dequalificazione subita dal lavoratore per essere stato, dapprima, per circa cinque anni, lasciato inattivo e senza assegnazione di alcuna mansione e, successivamente al maggio 2017, assegnato alle mansioni di portierato – site specialist. Il Tribunale, infine, ha condannato la società a risarcire al lavoratore il danno professionale subito dal medesimo per l’inattività lavorativa e l’adibizione a mansioni inferiori sin dal 2012.

La pronuncia rappresenta un’altra importante decisione del Tribunale di Roma che, resa in ordine all’operazione di re-internalizzazione delle funzioni di portineria (cd. site specialist) nell’ambito del dipartimento Manteinance & Facilities di Telecom Italia S.p.a., riconosce l’illegittimità di tale trasferimento, poiché disposto dall’azienda in violazione dell’art. 2103 c.c..

In particolare, il Tribunale disattende la tesi sostenuta dall’azienda in ordine all’applicabilità dell’art. 25 CCNL Telecomunicazioni e riconosce espressamente la natura di trasferimento del provvedimento datoriale che, nonostante fosse presso il medesimo comune, ha tuttavia interessato due diverse unità produttive, anche perché entrambe dotate della necessaria autonomia.

Ciò premesso, il giudice riconosce il demansionamento subito dal lavoratore inquadrato nel 5° livello contrattuale, dapprima, presso il settore SOC di Technology ove è stato accertato essere stato lasciato nella pressoché totale inattività lavorativa e, successivamente, a seguito del suddetto trasferimento, è stato invece adibito a mansioni nettamente inferiori, in quanto riferibili al 2° livello del CCNL di settore; infatti – prosegue il Tribunale – la funzione di portierato (site specialist), al contrario di quanto sostiene Telecom Italia S.p.a., implica lo svolgimento di semplici attività d’ordine, prive di margini di autonomia e conformate da un sistema estremamente dettagliato di direttive, non richiedenti particolari capacità di valutazione ed elaborazione né autonomia, attività proprie del 2° livello CCNL Telecomunicazioni.

Pertanto, il Tribunale dichiara l’illegittimità del provvedimento di trasferimento e di assegnazione alle mansioni di site specialist disposto da Telecom Italia S.p.A nei confronti del lavoratore, in quanto l’azienda, anche nell’astratta ipotesi di un’effettiva modifica degli asseti organizzativi, non avrebbe rispettato la nuova formulazione dell’art. 2103 c.c., che ammette il demansionamento in via unilaterale per un solo livello inferiore e non per tre, come invece accaduto nel caso di specie.

Con questa pronuncia il giudice del lavoro di Roma, accertando che le mansioni di site specialist sono di 2° livello, sposa integralmente la tesi difensiva avanzata dall’Avv. Salvagni in numerosi ricorsi patrocinati dall’omonimo studio, così aprendo la strada ad altrettante vittorie per i lavoratori.

 

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Licenziamento disciplinare e sanzione conservativa: reintegra solo per condotte tipizzate dal CCNL non suscettibili di interpretazione estensiva o analogica

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Lavoro e Previdenza Oggi, n.11/12 2019

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Nota a Corte di Cassazione, sentenza 9 maggio 2019, n. 12365 – Pres. Di Cerbo – Rel. Boghetich – F. S.p.a (avv.ti Morrico, Di Rosa) c. L.M. (avv. Portelli)

 

Lavoro subordinato – Licenziamento disciplinare – Condotte punite dal c.c.n.l. con sanzione conservativa – Abbandono posto di lavoro – Regime applicabile Estensione ad ipotesi non tipizzate – Esclusione – Conseguenze – Inapplicabilità reintegrazione nel posto di lavoro

 

In tema di licenziamento disciplinare, solo ove il fatto contestato e accertato sia espressamente contemplato da una previsione di fonte negoziale vincolante per il datore di lavoro, che tipizzi la condotta del lavoratore come punibile con sanzione conservativa, il licenziamento sarà non solo illegittimo ma anche meritevole della tutela reintegratoria prevista dal comma 4 dell’art. 18, non essendo invece consentito al giudice, allorché una condotta accertata non rientri in una di quelle descritte dai contratti collettivi ovvero dai codici disciplinari come punibile con sanzione conservativa, applicare la reintegrazione mediante un’interpretazione analogica o estensiva. (Massima a cura dell’A.)

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Corte di Cassazione, sentenza 23 maggio 2019, n. 14063 – Pres. Di Cerbo - Rel. Boghetich – L. (avv. Ivella) c. S. (avv. Pulsoni)

Lavoro subordinato - Licenziamento individuale per giusta causa previsione dei contratti collettivi di condotte integranti giusta causa - Vincolatività - Esclusione – Limiti

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Licenziamento per impossibilità sopravvenuta o a causa di inidoneità psicofisica

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n. 2/2019

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 I

CASSAZIONE, 22.10.2018, n. 26675, Pres. Di Cerbo, Est. Lorito, PM Fresa (accoglimento) – A.G. (Avv.ti Battaglia, Grattarola) c. Congregazione delle Piccole Suore Missionarie della Carità (Avv. Costantino).

Diff. Corte di Appello di Torino del 3 ottobre 2016.

 

Sopravvenuta inidoneità alla mansione – Licenziamento per motivo oggettivo – Inosservanza obbligo di repêchage – Tutela indennitaria – Analogia motivo oggettivo di tipo economico con quello per sopravvenuta inidoneità alla mansione –  Reintegrazione.   

 

Anche in ipotesi di licenziamento per sopravvenuta inidoneità fisica o psichica alla mansione, il datore di lavoro, trattandosi di ipotesi di giustificato motivo oggettivo, deve adibire il prestatore a mansioni alternative, cui lo stesso sia idoneo e compatibili con il suo stato di salute; l’inosservanza di tale obbligo determina l’ingiustificatezza del recesso posto che costituirebbe una grave aporia sistematica ritenere che la violazione dell’obbligo di repêchage possa determinare una tutela reintegratoria nel caso di licenziamento per motivi economici e precluderla invece nel caso di lavoratore affetto da inidoneità fisica o psichica. (1)    

 

II

CASSAZIONE, 19.3.2018, n. 6798, Pres. Di Cerbo, Est. Spena, PM Celeste (rigetto) – Manutenzione e Montaggi S.r.l. (Avv. Manai) c. C.S. (Avv. Maciotta)

Conf. Corte di Appello di Cagliari del 22 aprile 2016.

 

Licenziamento per sopravvenuta inidoneità alla mansione – Modifiche organizzative – Art. 5 della Direttiva Comunitaria 78/2000/CE – Parità di trattamento – Obbligo del datore di lavoro di adottare soluzioni ragionevoli – Violazione art. 41 Cost. – Insussistenza.

 

E’illegittimo il licenziamento per sopravvenuta inidoneità fisica o psichica alla mansione ove il datore di lavoro, avendo la possibilità di modificare la propria organizzazione del lavoro, non ha adottato soluzioni ragionevoli atte a consentire al lavoratore disabile, secondo la definizione della Direttiva Comunitaria 78/2000/ CE, di svolgere il lavoro, ciò non integrando violazione dell’art. 41 Cost. per ingerenza sulla libertà della organizzazione imprenditoriale. (2)   

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LICENZIAMENTO RITORSIVO E DIFFERENZE RETRIBUTIVE. IL TRIBUNALE DI VELLETRI REINTEGRA LA LAVORATRICE E CONDANNA LA SOCIETÀ A CORRISPONDERLE UNA SOMMA PARI A € 30.000,00 CA.

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con sentenza del 28 febbraio 2019, n. 360, il Tribunale di Velletri, sezione Lavoro, in accoglimento del ricorso promosso da una lavoratrice nei confronti delle due datrici di lavoro succedutesi nella gestione del medesimo appalto presso cui la stessa era addetta, ha dichiarato l’illegittimità della decurtazione della retribuzione subita dalla ricorrente e ha condannato le società a corrisponderle una somma complessiva pari ad € 20.000,00 ca. a titolo di differenze retributive.

Inoltre, il giudice ha dichiarato la nullità del licenziamento intimato alla lavoratrice, giacché connotato da natura ritorsiva; pertanto ha disposto la reintegrazione della ricorrente nel proprio posto di lavoro e ha condannato l’ultima datrice di lavoro a corrisponderle un’ulteriore somma liquidata in misura pari alle retribuzioni maturate medio tempore, dalla data del licenziamento dell’1.2.2018 e sino all’effettiva reintegra.

Procedendo con ordine, quanto alla prima questione affrontata dalla sentenza in commento e relativa alle somme rivendicate dalla lavoratrice a titolo di differenze retributive, il Tribunale ha accertato che la retribuzione percepita per il periodo ricompreso tra dicembre 2015 e febbraio 2018 era di gran lunga inferiore rispetto a quella stabilita in sede di contrattazione collettiva; pertanto, previo riconoscimento di un trasferimento d’azienda di cui all’art. 2112 c.c. intervenuto tra le società convenute, ha disposto la condanna di queste ultime, in solido tra loro, al pagamento delle differenze retributive spettanti alla lavoratrice in base all’applicazione del CCNL Telecomunicazioni e Multiservizi.

Inoltre, in ordine all’impugnazione del licenziamento intimato alla lavoratrice per presunto giustificato motivo oggettivo, il giudice ha rilevato l’insussistenza dello stesso, riconoscendo, al contrario, la natura ritorsiva connotante il recesso; infatti, all’esito dell’istruttoria testimoniale espletata, ha accertato la vessatorietà delle condotte – poi culminate nell’atto di recesso datoriale – cui la ricorrente era stata sottoposta ad opera della società convenuta dopo che la stessa si era rifiutata di sottoscrivere (l’ennesimo) verbale di conciliazione e rinuncia nei confronti dei precedenti datori di lavoro.

Pertanto, il Tribunale, nell’accogliere integralmente la tesi difensiva sostenuta dallo studio legale Salvagni, ha riconosciuto la nullità del recesso, condannando il datore di lavoro a reintegrare la dipendente e a corrisponderle una somma liquidata in misura pari alle retribuzioni maturate dalla data del licenziamento dell’1.2.2018 e sino all’effettiva reintegra.

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Condotte discriminatorie in ragione della affiliazione sindacale

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n. 4/2019

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Tribunale di Velletri, Ord. 10.4.2019, Est. Silvestrini, FLAI – CGIL ROMA SUD POMEZIA CASTELLI, nonché A.A., A.M., Y. M., Z. A. (avv. De Marchis) c. S. S.r.l. (avv.ti Gianmaria e Serrani).

 

Rapporto di lavoro – Affiliazione sindacale – Condotte discriminatorie – Procedimento ex art. 702 bis - Normativa antidiscriminatoria – Art. 28 D.lgs. 150 del 2011 – Onere della prova – Registrazioni fonografiche – Ammissibilità – Prova per presunzioni e inversione onere della prova –– Sussistenza discriminazione diretta – Risarcimento del danno non patrimoniale.

 

E’ discriminatoria la condotta datoriale che, in maniera generale e programmatica, riserva un trattamento deteriore a lavoratori aderenti ad una associazione sindacale rispetto ai dipendenti non iscritti ad alcuna OO.SS. in quanto lesiva del principio di parità di trattamento.     

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NULLO IL TRASFERIMENTO DEL DIPENDENTE ADOTTATO DA SKY ITALIA S.R.L.

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 1260 del 02.04.2019, ha accolto il ricorso promosso da un lavoratore nei confronti di Sky Italia S.r.l. qualificando l’oggetto della relativa azione giudiziaria come provvedimento di trasferimento ed accertando l’illegittimità dello stesso.

Il Giudice del lavoro ha affrontato le eccezioni preliminari in ordine alla carenza di interesse ad agire e di cessazione della materia del contendere fondate, a dire della società convenuta, sull’intervenuto licenziamento del lavoratore all’esito della procedura di licenziamento collettivo, nonché sulla mancata accettazione del proposto “mutamento di sede” da parte del medesimo.

Il Giudicante ha rilevato che il lavoratore, pur se destinatario di un provvedimento di licenziamento, non ha perso la qualità di soggetto attivamente legittimato a proporre l’azione giudiziale avendo il medesimo avanzato domanda di annullamento del trasferimento contestualmente alla distinta azione di impugnazione del recesso la quale, ove accolta, avrebbe posto nell’immediato la questione del luogo di lavoro in cui dare attuazione all’ordine di reintegrazione.

Il Tribunale ha, poi, respinto la deduzione della società secondo cui il dipendente non sarebbe stato interessato da un provvedimento di trasferimento bensì da una semplice proposta di ricollocazione del medesimo presso la sede di Milano, mai verificatasi in quanto non accettata.

Sul punto, il Giudicante ha ritenuto sussistente l’intervenuto trasferimento del lavoratore presso detta sede in ragione del richiamo operato dalla società, nella relativa lettera del 25.09.2017, all’art. 57 del CCNL applicato il quale, non solo disciplina espressamente le ipotesi di trasferimento (individuale e/o collettivo), ma riconnette al rifiuto, anche tacito, del lavoratore al mutamento di sede la configurazione dei presupposti per il giustificato motivo soggettivo di risoluzione del rapporto di lavoro.

In virtù di quanto precede, la risposta fornita dal lavoratore di voler prendere servizio presso la sede di Milano “per la salvaguardia del posto di lavoro”, con riserva di agire giudizialmente in quanto titolare della condizione di cui all’art. 33, co. 5 della Legge n. 104/1992, in uno con la conseguente decisione datoriale di licenziare il medesimo in assenza di qualsivoglia revoca del disposto trasferimento, ha condotto il Giudicante a qualificare l’oggetto della relativa azione giudiziaria come provvedimento di trasferimento.

Il magistrato, da ultimo, ha accertato l’illegittimità di tale trasferimento per contrarietà alla previsione di cui all’art. 33, co. 5 della Legge n. 104/1992 non avendo la società fornito, nemmeno in via subordinata, alcuna allegazione in ordine alla conformità del medesimo trasferimento alla predetta disposizione legislativa.

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Convegno disabilità e lavoro

Nel quadro del convegno promosso dall'Associazione Nazionale Forense - Sede di Roma e dall'Associazione Italiana Sclerosi Multipla AISM, l'Avv. Michelangelo Salvagni interverrà sul tema della prestazione lavorativa del dipendente disabile nelle sue criticità, prospettive e modelli di organizazzione del lavoro.

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LE MANSIONI DI SALES REPRESENTATIVE E TPC SONO DI 4° LIVELLO: TELECOM ITALIA CONDANNATA A RISARCIRE DUE DIPENDENTI PER 40.000,00 € CA. IN RAGIONE DEL DEMANSIONAMENTO PROFESSIONALE SUBITO

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con due pronunce del 21 febbraio 2019, nn. 1758 e 1760, il Tribunale di Roma, Sezione Lavoro, ha accolto i ricorsi promossi da due lavoratori nei confronti di Telecom Italia S.p.a. e, nell’accertare il grave demansionamento subito dagli stessi, ha ordinato a Telecom Italia S.p.a. di adibirli a mansioni riconducibili ai rispettivi livelli di inquadramento; in ultimo, ha condannato la società resistente a risarcire il danno arrecato alla professionalità dei ricorrenti a causa del suddetto demansionamento.

Il caso di specie muove da due ricorsi promossi da altrettanti dipendenti di Telecom Italia S.p.a. che, inquadrati rispettivamente nel 5° e nel 6° livello contrattuale, sono stati adibiti, dapprima a mansioni di Sales representative e, successivamente, allo svolgimento di una nuova attività, denominata TPC, consistente in mera attività promozionale e di vendita diretta al pubblico di alcuni prodotti e servizi TIM all’interno dei punti vendita aziendali.

Sul punto, il Tribunale, nell’effettuare un confronto tra le relative declaratorie contrattuali, ha accertato che le nuove mansioni cui i ricorrenti sono stati adibiti, rispettivamente a far data dal 2010 e dal 2013, non sono in alcun modo riconducibili ai livelli di inquadramento contrattuale posseduti dagli stessi (ovvero il 5° e il 6°), giacché prive della necessaria autonomia operativa e della specialità tecnica connotanti queste ultime e, in ultimo, poiché esercitate in assenza del coordinamento e del controllo di risorse precipuamente assegnate.

Tanto premesso, il giudice ha riconosciuto una grave violazione dell’art. 2103 c.c., vuoi nel testo anteriore alla novella operata con D.Lgs. n. 81/2015, vuoi nel testo successivo a quest’ultima; e infatti, il Tribunale ha rilevato che la società resistente nulla avesse dedotto sul punto in ordine alla sussistenza dei nuovi presupposti richiesti dalla norma e legittimanti eventuale adibizione a mansioni inferiori, tra cui figura una modifica degli assetti organizzativi aziendali incidenti sulla posizione del lavoratore.

Pertanto, il giudice del lavoro ha dichiarato illegittimo l’esercizio dello ius variandi da parte di Telecom Italia S.p.a. nei confronti di entrambi i ricorrenti, condannando l’azienda a disporre la riassegnazione degli stessi alle mansioni di appartenenza (rispettivamente 5° e 6° livello).

In ultimo, il Tribunale ha accertato il danno professionale subito dai lavoratori, condannando Telecom Italia S.p.a. a risarcire i ricorrenti per una somma complessiva liquidata in € 40,000 ca.

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AGI - Scuola Alta Formazione. Lezione in videoconferenza "I rapporti di lavoro non-standard". Avv.ti Michelangelo Salvagni e Roberto Alberto

 Lunedì 27 maggio 2019, per il BIENNIO VIII - 2019/2020 della Scuola di alta formazione in diritto del lavoro, sindacale e della previdenza sociale "Luca Boneschi" dell'AGI, avrà luogo la lezione in videoconferenza degli Avv.ti Michelangelo Salvagni e Roberto Alberto.

Modulo 4
Costituzione e tipologie dei rapporti di lavoro nel settore privato

14,30 – 16,30 - I rapporti di lavoro non-standard: contratto a termine e somministrazione

Il corso si terrà dal 13 maggio 2019 al 3 giugno 2019.

Vi invitiamo a prendere visone dell'intero programma di corso sul sito ufficiale AGI, Alta Formazione.

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Convegno AGI - Lavoratori Digitali: nuovi lavori e nuove tutele

L'avvocato Michelangelo Salvagni parteciperà al convegno nazionale dell'AGI che si terrà a Bologna dal 25 al 27 Ottobre intervenendo nella giornata di venerdi 26 sui temi che riguardano il lavoro digitalizzato e le nuove sfide normative che in questo contesto si propongono. 

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Per ulteriori informazioni:

AGI - Associazione Avvocati Giuslavoristi Italiani: www.giuslavoristi.it  

Sito ufficiale del Convegno Annuale AGI 2018: www.convegnoagi2018.it

PROGRAMMA E PARTECIPANTI CONVEGNO AGI

25 ottobre pomeriggio

Ore 16:30

Saluti di apertura:

Avv. Aldo Bottini

Presidente Agi

Prof. Avv. Salvatore Sica

Vice-Presidente Scuola Superiore dell’avvocatura

Avv. Andrea Del Re

Componente del Comitato Direttivo della Scuola Superiore della Magistratura e Responsabile Corsi Diritto del Lavoro

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ASSICURAZIONI GENERALI S.P.A. E LICENZIAMENTO DEL DIRIGENTE INTIMATO IN ASSENZA DI GIUSTA CAUSA: LA SOCIETA’ CONDANNATA A RISARCIRE LA DIPENDENTE PER OLTRE 1.000.000,00 DI EURO

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con sentenza del 7.1.2019, n. 8565, il Tribunale di Roma, in accoglimento del ricorso promosso da una dirigente nei confronti di Assicurazioni Generali, ha accertato l’illegittimità del licenziamento intimato nei confronti della lavoratrice in assenza di qualsivoglia giusta causa e ha condannato l’azienda a corrisponderle una somma pari ad € 1.073,577,00, a titolo di risarcimento del danno.

In particolare, il giudice del lavoro, nel disattendere le difese articolate dalle Assicurazioni Generali a sostegno delle molteplici contestazioni disciplinari elevate a carico della dirigente e sfociate nel successivo provvedimento di licenziamento intimatole, ha accertato che non vi fossero “apprezzabili motivi per i quali si debba ritenere che le condotte tenute dalla ricorrente ed oggetto di contestazione disciplinare abbiano turbato il legame di fiducia con parte datoriale”.

Pertanto, il Tribunale di Roma ha dichiarato l’illegittimità del recesso datoriale e, in applicazione del CCNL dirigenti imprese assicuratrici applicabile al caso di specie, ha condannato Assicurazioni generali al pagamento, in favore della dirigente assistita dallo studio legale Salvagni, di una somma corrispondente all’indennità supplementare ivi prevista e pari a 48 mensilità della retribuzione percepita, per un importo pari ad € 858,861,60 liquidato a titolo di risarcimento del danno subito.

Inoltre, il giudice ha condannato parte datoriale a corrispondere alla lavoratrice finanche l’ulteriore somma di € 214,715,00 a titolo di indennità di mancato preavviso, prevista al citato CCNL in misura pari 12 mensilità della retribuzione corrisposta alla lavoratrice in costanza di rapporto di lavoro.

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LICENZIAMENTO COLLETTIVO ALMAVIVA: LA SOCIETÀ PERDE L’OPPOSIZIONE E IL TRIBUNALE DI ROMA CONFERMA LA REINTEGRA DEL DIPENDENTE

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con sentenza del 5 febbraio 2019, n. 1073, Il Tribunale di Roma ha rigettato l’opposizione proposto da Almaviva Contact S.p.a. avverso l’ordinanza che, resa all’esito della precedente fase sommaria, aveva dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimato nei confronti di un lavoratore assistito dallo studio legale Salvagni nell’ambito dell’ormai nota procedura di licenziamento collettivo che ha coinvolto i lavoratori addetti presso il call center di Roma.

In particolare, il giudice del lavoro, pur riconoscendo l’insindacabilità della scelta di chiudere la sede operativa di Roma, ha vagliato la legittimità della scelta operata da Almaviva e relativa alla (illegittima) circoscrizione degli esuberi, effettuata in assenza della dovuta comparazione dei lavoratori addetti presso la sede di Roma (destinata alla chiusura) con quelli impiegati presso l’intero complesso aziendale.

Sul punto, il Tribunale, nel riconoscere la fungibilità delle mansioni espletate dal ricorrente con quelle dei lavoratori di call center addetti presso le ulteriori sedi Almaviva di Rende, Catania e Palermo, ha disatteso le difese articolate dalla società e, all’esito dell’istruttoria espletata, ha escluso che, nel caso di specie, sussistessero motivi di carattere oggettivo e di natura tecnico-organizzativo legittimanti la mancata comparazione dei lavoratori.

In particolare, il giudice ha rilevato la contraddittorietà delle difese articolate da Almaviva, giacché l’adempimento dell’obbligo di comparazione imposto dalla legge, al contrario di quanto sostenuto dalla società, non avrebbe comportato, nel caso di specie, alcun costo eccessivamente oneroso e/o incompatibile con il giustificato motivo oggettivo posto a fondamento della procedura collettiva.

Pertanto, il Tribunale ha affermato che: “le ragioni oggettive specificate nella lettera di apertura della procedura inerenti il risparmio dei necessari costi/tempi di formazione, le scarse performance per mesi dei neoaddetti a commessa, il beneplacito della cliente allo spostamento delle commesse/utilizzo di nuovi addetti, nonché costi e tempi relativi all’apertura di nuove utenze non costituivano, per come emerso dalla compiuta istruttoria, esigenze organizzative aziendali che ragionevolmente possano essere ritenute idonee a delimitare il parterre del licenziandi alla sede di Roma”.

Inoltre, il giudice del lavoro ha ritenuto infondato anche il secondo argomento difensivo speso dalla società secondo cui l’eccessiva distanza geografica tra le sedi oggetto di comparazione e l’eventuale trasferimento dei lavoratori presso dette sedi avrebbe comportato “tempi di attuazione e modifiche organizzative talmente complesse da compromettere il regolare svolgimento dei servizi.

Pertanto, il Tribunale ha rigettato l’opposizione proposta da Almaviva e ha confermato, seppur con diversa motivazione, il dispositivo dell’ordinanza che, nel novembre scorso, aveva dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimato nei confronti del lavoratore assistito dallo Studio Legale Salvagni, reintegrando il ricorrente nel proprio posto di lavoro.

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MANPOWER CONDANNATA ALLA REINTEGRAZIONE DELLA DIPENDENTE: CONTRATTO DI SOMMINISTRAZIONE A TEMPO INDETERMINATO E LICENZIAMENTO DISCRIMINATORIO DI UNA LAVORATRICE MADRE

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con ordinanza del 16 gennaio 2019, n. 965, il Tribunale di Velletri, sezione Lavoro, in accoglimento del ricorso promosso da una lavoratrice nei confronti Manpower S.r.l., ha dichiarato la nullità del licenziamento intimatole per presunto giustificato motivo oggettivo, giacché connotato, in realtà, da natura discriminatoria; conseguentemente, il giudice ha condannato il datore di lavoro a reintegrare la ricorrente nel proprio posto di lavoro, nonché al pagamento integrale delle retribuzioni maturate medio tempore, dalla data del licenziamento a quella di effettiva reintegrazione, oltre al pagamento dei contributi previdenziali e assistenziali.

In particolare, il Tribunale ha rilevato che la società resistente, in qualità di impresa dedita all’attività di intermediazione di lavoro, ha disatteso la procedura prevista dall’art. 25 del CCNL di settore, il quale, all’esito delle singole missioni, impone al datore di lavoro di provvedere, attraverso tentativi concreti e realmente apprezzabili, di ricollocare il personale somministrato e reperire ulteriori opportunità di impiego dello stesso.

E infatti, la Manpower S.r.l. si era limitata, nel caso di specie, a svolgere un solo tentativo di ricollocamento della ricorrente, in quanto tale ritenuto insufficiente dal Tribunale anche alla stregua delle molteplici occasioni di impiego che, invero, risultavano esistenti e del tutto compatibili con il profilo professionale della lavoratrice.

Pertanto, il Tribunale ha ritenuto che il licenziamento intimato nei confronti della ricorrente, motivato in ragione dell’asserita insussistenza di missioni cui adibire la lavoratrice e della conseguente impossibilità di ricollocarla, fosse destituito di ogni fondamento e privo del presunto giustificato motivo oggettivo addotto dalla società a fondamento del recesso.

Tanto premesso, il giudice del lavoro ha affrontato il profilo discriminatorio del recesso, denunciato dalla lavoratrice assistita dallo studio legale Salvagni e, sul punto, ha affermato che lo stato di maternità della lavoratrice “costituisce elemento idoneo a far ritenere che la [ricorrente] non sia stata ricollocata perché donna in età fertile, con prole inferiore ad anni cinque, e che questo sia stato l’unico motivo di licenziamento”.

Pertanto, il giudice ha dichiarato la nullità del licenziamento, condannando il datore di lavoro a ricollocare la dipendente nel posto di lavoro precedentemente occupato, nonché al pagamento di tutte le retribuzioni spettanti alla lavoratrice.

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CESSIONE DI RAMO D’AZIENDA TRA IL MESSAGGERO S.P.A. E STAMPA ROMA 2015 S.R.L.: ILLEGITTIMI IL TRASFERIMENTO E IL DEMANSIONAMENTO DEL LAVORATORE. OTTENUTI IL REINTEGRO E IL RISARCIMENTO DEL LAVORATORE PER DANNI MORALI E PROFESSIONALI.

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con sentenza del 23 gennaio 2019, n. 639, Il Tribunale di Roma ha accolto il ricorso promosso da un lavoratore nei confronti di Stampa Roma 2015 S.r.l. e ha riconosciuto l’illegittimità del provvedimento di trasferimento unilateralmente disposto nei confronti del ricorrente e della relativa assegnazione a mansioni inferiori; pertanto, il giudice ha condannato l’azienda a ricollocare il dipendente nella sede presso cui lo stessa era adibito in precedenza, nonché a reintegrarlo nelle mansioni di 8° livello precedentemente espletate, accertando l’illegittimità della dequalificazione subita dal lavoratore per essere stato adibito a mansioni di addetto alle spedizioni dal febbraio 2016, con condanna al risarcimento del danno professionale e morale.

Il giudice, preliminarmente, ha affrontato la questione relativa alla legittimazione passiva della società resistente, subentrata in qualità di azienda cessionaria al Messaggero S.p.a. a seguito della cessione di ramo d’azienda a norma dell’art. 2112 c.c.

Ebbene, il Tribunale, nell’accogliere la tesi difensiva sostenuta dallo studio legale Salvagni, ha ritenuto che, sebbene il trasferimento del ricorrente fosse stato disposto dall’azienda cedente (Il Messaggero S.p.a.), le conseguenze di tale provvedimento fossero da imputarsi alla società cessionaria (Stampa Roma 2015 S.r.l.), in ossequio al disposto dell’art. 2112 c.c., il quale dispone che il cessionario subentra in tutte le posizioni, attive e passive, precedentemente facenti capo all’azienda cedente.

Tanto premesso, il giudice del lavoro, nel vagliare il merito della controversia, ha rilevato l’insussistenza, nel caso di specie, delle ragioni tecniche, organizzative e produttive richieste ai sensi dell’art. 2103 c.c. in ipotesi di trasferimento del lavoratore.

In particolare, il giudice ha ritenuto la nullità del provvedimento di trasferimento impugnato, sia perché adottato in assenza della presunta riorganizzazione aziendale addotta a fondamento di quest’ultimo, sia perché disposto in violazione, non soltanto dell’art. 2103 c.c., ma anche dell’art. 24 del CCNL di settore, il quale prevede il necessario coinvolgimento della R.S.U.

E infatti, nel caso di specie, il Messaggero S.p.a. aveva del tutto omesso di informare le rappresentanze sindacali e di procedere all’esame congiunto delle ragioni e dell’opportunità del trasferimento del ricorrente.

In secondo luogo, il Tribunale ha riconosciuto l’illegittimità dell’adibizione del ricorrente, a seguito del trasferimento, allo svolgimento di mansioni di addetto alle spedizioni, in quanto inferiori rispetto all’8° livello posseduto.

In particolare, il giudice ha ritenuto che dette mansioni sono riconducibili al 2° e/o 3° livello del CCNL di settore, giacché “caratterizzate da una procedura standardizzata e meccanizzata che prevedono anche la movimentazione manuale di carichi” e, in quanto tali, ben inferiori a quelle di “infografico e impaginatore” precedentemente espletate.

Pertanto, nel riconoscere la dequalificazione subita dal ricorrente adibito allo svolgimento di mansioni inferiori di almeno cinque livelli, il Tribunale, da una parte, ha condannato la società resistente all’adibizione del lavoratore a mansioni confacenti all’8° livello di appartenenza, da svolgersi presso la sede di lavoro del messaggero di Via del Tritone ove era adibito precedentemente, dall’altra, ha dichiarato illegittimo il trasferimento.

In ultimo, il giudice ha riconosciuto il danno morale e quello alla professionalità subito dal ricorrente in conseguenza della predetta dequalificazione, condannando la società resistente al pagamento, in favore del lavoratore, di una somma complessiva pari ad € 30.000,00 a titolo di risarcimento.

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TELECOM CONDANNATA A RISARCIRE IL DANNO DA DEMANSIONAMENTO PER OLTRE 100.000,00 EURO AD UNA LAVORATRICE ADIBITA AL DAC/CDA: LE MANSIONI ASSEGNATE ALLA DIPENDENTE E RELATIVE A TIPIZZAZIONI, NORMALIZZAZIONE POSTA E CONTRATTI, VALIDAZIONE CONTRATTI E CEDOLI

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Roma, con sentenza del 20.12.2018, ha accertato l'illegittimo demansionamento professionale di una lavoratrice, assistita dallo Studio Salvagni, inquadrata nel 4° livello, assegnata al DAC/CDA dal 2012 e adibita nel tempo, a mansioni relative alle Tipizzazioni, Normalizzazione Posta e Contratti, Validazione Contratti e Cedolini Qualità.

In particolare, il Giudice ha dichiarato che le suddette mansioni svolte in base a procedure standard che non necessitano di alcuna personale valutazione, sono riferibili al massimo al 2° livello del contratto collettivo applicato da Telecom e che l’illegittimo demansionamento subito è idoneo a determinare un impoverimento del bagaglio professionale della lavoratrice, non solo per la notevole durata della dequalificazione, ma anche per la gravità della stessa.

Il Giudice, pertanto, ha condannato la Telecom al risarcimento del danno professionale subito dalla medesima dal 2012, quantificandolo in oltre 100.000,00 euro.

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TELECOM CONDANNATA A RISARCIRE UNA LAVORATRICE PER DEMANSIONAMENTO SUBITO PRESSO IL DAC/CDA: LE MANSIONI ASSEGNATE ALLA DIPENDENTE E RELATIVE AD ULL, SUBENTRI, GESTIONE SCARTI ADSL, PRE RETENTION E FATTURE INESITATE SONO DI 3° LIVELLO

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Roma, con sentenza del 21.11.2018, ha accertato l'illegittimo demansionamento professionale subito da una una lavoratrice che, assistita dallo Studio Salvagni, era stata assegnata al DAC/CDA e, nel tempo, a mansioni relative alle ULL, Subentri, Gestione Scarti Adsl, Pre Retention e Fatture Inesitate.

In particolare, il Giudice ha dichiarato che le suddette mansioni, standardizzate e svolte tramite procedure predefinite, sono riferibili al massimo al 3° livello del contratto collettivo applicato da Telecom e che l’illegittimo demansionamento subito è idoneo a determinare un impoverimento del bagaglio professionale della lavoratrice tale da impedire lo sviluppo e arricchimento delle conoscenze già acquisite e a causare il depauperamento delle possibilità di arricchimento professionale della lavoratrice.

Il Giudice, pertanto, ha condannato la Telecom ad adibire la lavoratrice alle mansioni di appartenenza, nonché al risarcimento del danno professionale subito dalla medesima durante il periodo ricompreso tra il 2012 e il 2018, liquidandolo sulla base del parametro della retribuzione mensile.

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TELECOM CONDANNATA A RISARCIRE DUE LAVORATRICI PER DEMANSIONAMENTO SUBITO PRESSO IL DAC/CDA: IL TRIBUNALE DI ROMA ACCERTA CHE LE MANSIONI RELATIVE ALLE ULL E CONDIZIONI AGEVOLATE SONO DI 3° LIVELLO

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Roma, con due sentenze del 15.11.2018, ha accertato l'illegittimo demansionamento professionale di due lavoratrici, entrambe assistite dallo Studio Salvagni e assegnate al DAC/CDA.

In particolare, il Giudice ha dichiarato che le mansioni di inserimento dati e semplice controllo a video di documentazione svolte dalle ricorrenti nell’ambito del servizio c.d. ULL e Condizioni Agevolate sono riconducibili, al massimo, al 3° livello del contratto collettivo applicato da Telecom, giacché estremamente standardizzate ed eseguite tramite procedure predefinite.

Tanto premesso, il Giudice ha accertato il grave demansionamento professionale subito dalle ricorrenti e, pertanto, ha condannato la Telecom ad adibire le lavoratrici alle mansioni di appartenenza, nonché al risarcimento del danno professionale subito dalle medesime per tutto il periodo in cui sono state assegnate al DAC, sulla base del parametro della retribuzione mensile.

Con questa pronuncia il Tribunale di Roma conferma nuovamente la tesi difensiva sostenuta dallo studio legale Salvagni e contribuisce a rendere ancora più concrete le prospettive di vittoria dei numerosi lavoratori che attendono l’esito dei propri ricorsi.

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Appalti, esternalizzazioni e legalità – Diritti dei lavoratori e prerogative del sindacato

 

INTERVISTA RADIOFONICA: AVV. SALVAGNI

 

Convegno, 13 novembre 2018

Il convegno “Appalti, esternalizzazioni e legalità – Diritti dei lavoratori e prerogative del sindacato“ si terrà il 13 novembre 2018 dalle h. 15 alle h. 20, presso la Sala del Tempio di Adriano, a Piazza di Pietra, in Roma.

 

Scarica il programma dell’iniziativa, in cui vengono indicati in dettaglio i temi trattati:

VISUALIZZA PROGRAMMA COMPLETO >>



Vi segnaliamo i relatori che parteciperanno all'iniziativa:

Gennaro Vecchione, Generale G.d.F., Roberto Riverso, Magistrato di Cassazione, Solveig Cogliani, Magistrato del Consiglio di Stato, Pier Giovanni Alleva, Professore Diritto del Lavoro, Tiziana Assunta Orrù, Magistrato Tribunale Lavoro di Roma.

Sono previsti inoltre testimonianze di delegati  ed una tavola rotonda coordinata dal giornalista Massimo Franchi a cui parteciperanno:

 il Prof. Avv. Andrea Altieri , l’Avv. Salvatore Sfrecola e Andrea Circi, Pier Luigi Panici, Michelangelo Salvagni, Antonio Stellato, della Consulta  Giuridica Cgil Roma Lazio.

I lavori saranno conclusi dal compagno Vincenzo Colla della Segreteria nazionale della Cgil.

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SAN CAMILLO FORLANINI. MEDICO CON CONTRATTI DI COLLABORAZIONI PROFESSIONALI FITTIZIE: RICONOSCIMENTO DELLA SUBORDINAZIONE IN QUALITÀ DI DIRIGENTE MEDICO STRUTTURATO E CONDANNA OSPEDALE ALLA CORRESPONSIONE DI 130.000,00 €

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con sentenza del 16 ottobre 2018, il Tribunale di Roma, sezione Lavoro, in accoglimento del ricorso proposto nei confronti dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini da un medico assistito dallo Studio legale Michelangelo Salvagni, ha riconosciuto la natura subordinata del rapporto di formale collaborazione professionale intercorso tra le parti e, pertanto, ha condannato l’ospedale al versamento in favore della ricorrente dei contributi previdenziali e assistenziali, nonché a corrisponderle la somma complessiva di € 130.000,00 a titolo di differenze retributive.

In particolare, la ricorrente, nel corpo del ricorso introduttivo, aveva dedotto che i contratti di collaborazione professionale e/o di lavoro occasionale sottoscritti con l’azienda ospedaliera nel periodo ricompreso tra il 2011 e il 2016, avrebbero mascherato, in realtà, un rapporto di lavoro subordinato, avendo la stessa svolto le mansioni di dirigente medico presso il reparto Ucri; pertanto, nell’impugnare i citati contratti, chiedeva la corresponsione delle differenze retributive e del TFR maturati, nonché il versamento dei contributi previdenziali e assistenziali a norma dell’art. 2126 c.c.

Con la sentenza in oggetto, il giudice del lavoro, dapprima ha rigettato l’eccezione di prescrizione sollevata in via preliminare dall’azienda convenuta, rilevando altresì la totale genericità delle contestazioni e della difesa approntata dall’ospedale, in quanto tali inidonee a sconfessare le pretese avanzate dalla lavoratrice.

Secondariamente, il Tribunale adito, ha accertato che la ricorrente, nel periodo ricompreso tra il 2011 e il 2016, aveva svolto in favore dell'azienda resistente prestazioni tipiche di un rapporto di lavoro subordinato a tempo pieno e indeterminato; e infatti: all’esito di un’approfondita istruttoria testimoniale, è emerso che la dottoressa, nell’osservare un orario fisso e garantendo la propria disponibilità finanche nel fine settimana, aveva svolto le mansioni proprie dei dirigenti medici strutturati, avendo contribuito altresì alla gestione in prima persona del reparto, sotto la direzione del primario.

Pertanto, nell’accogliere la tesi difensiva sostenuta dallo studio legale Michelangelo Salvagni, il giudice del lavoro ha accolto le domande della lavoratrice, condannando l’ospedale resistente non soltanto a corrispondere alla ricorrente la somma complessiva di € 130.000,00 a titolo di differenze retributive e TFR, oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali, ma anche al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali dovuti in ragione della natura subordinata del rapporto di lavoro intercorso tra le parti.

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Dignità e tutele per i lavoratori della Gig Economy. L'abstract riassuntivo dell'intervento dell'Avv. Salvagni al prossimo convegno Agi

Pdf intervento Avv. Salvagni

Slides intervento Avv. Salvagni

Nell’ambito del workshop “Rivoluzione digitale e occupazione: politiche attive e passive” (Convegno Agi Bologna 25-27 ottobre),  il mio intervento tratterà la problematica della qualificazione delle forme di lavoro digitalizzato, come ad es. i riders di Foodora, visto che le effettive tutele di protezione sociale e del lavoro sono ancorate indissolubilmente all’area del lavoro subordinato.

Il tema di indagine è quello di comprendere se, indipendentemente dalla riconduzione di queste forme di lavoro atipiche all’area della subordinazione, si possano garantire ai lavoratori digitali alcune tutele del lavoro subordinato tra le quali ritengo debbano rientrare quelle previste dalle  politiche attive e passive (si pensi ad es. alla Naspi e all’assegno di ricollocazione, ecc.).

Lo sforzo ermeneutico che lo sviluppo della gig economy impone ai giuristi del lavoro è quello di avere un approccio interpretativo di tipo estensivo con riferimento alle tutele da riconoscere a queste nuove forme di lavoro atipico. Ciò al fine di trovare soluzioni normative adeguate per consentire, ai cosiddetti gig workers, l’accesso agli strumenti di politica attiva e passiva pur non avendone questi ultimi alcun diritto, in quanto prestatori non subordinati.

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DIPENDENTE AMA S.P.A. RISARCITO PER OLTRE €. 500.000,00 PER L’ACCERTAMENTO DI MANSIONI SUPERIORI E DI UN SUCCESSIVO DEMANSIONAMENTO

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con sentenza del 12 luglio 2018, n. 1585, il Tribunale di Roma, sezione Lavoro, in accoglimento del ricorso promosso da un lavoratore nei confronti di Ama S.p.A., ha riconosciuto il diritto di quest’ultimo ad essere inquadrato nel 7° livello del CCNL di settore in ragione delle mansioni superiori svolte dallo stesso dal luglio 2003, condannando l’azienda datrice di lavoro al pagamento delle differenze retributive maturate medio tempore per un valore di oltre € 50.000,00.

 Inoltre, il giudice del Lavoro ha riconosciuto l’illegittimità del demansionamento subito dal dipendente a far data dal 2006 e, pertanto, ha condannato Ama S.p.A. a risarcire il danno arrecatogli, liquidandolo, per quanto attiene al danno professionale, nella misura pari ad € 450.000,00 e, per quanto concerne il danno morale, nella misura di € 25.000,00.

In particolare, il giudice capitolino, all’esito dell’istruttoria, ha accertato che le mansioni di project manager svolte dal ricorrente nel periodo ricompreso tra il 2003 e il 2006 e, successivamente, nel 2008 fossero riconducibili al 7° livello contrattuale e non al 6° livello di formale inquadramento del dipendente, giacché connotate da un tasso di tecnicità elevato ed esercitate in autonomia pressoché totale dal lavoratore.

Inoltre, il Tribunale ha accolto anche l’ulteriore domanda proposta dal ricorrente che, assistito dallo studio legale Salvagni, aveva dedotto di essere stato demansionato e lasciato totalmente in attivo per un periodo complessivo di quasi dieci anni, con l’eccezione di brevi periodi in cui era stato assegnat a compiti inferiori e del tuo estranei al pregresso ruolo di project manager e totalmente avulsi rispetto alla sua pregressa esperienza  lavorativa e capacità professionale acquisita. 

Il giudice del Lavoro, pertanto, ha ordinato all’azienda di assegnare il dipendente a mansioni riconducibili al superiore 7° livello di inquadramento contrattuale e di pagare le differenze retributive per il dovuto superiore inquadramento, nonché ha condannato Ama S.p.A. a risarcire sia il danno alla professionalità, quantificandolo, in via equitativa, per un ammontare complessivo di €. 450.000,00,  sia il danno morale, liquidandolo in €. 25,000,00.  

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Violazione del repêchage e reintegra: l'obbligo di ricollocazione è un elemento di fatto

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n.3/2018

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– La fattispecie del repêchage si collega alla tesi del licenziamento quale extrema ratio e risale alla elaborazione di un’autorevole dottrina (Mancini 1972, 243).

Tale CORTE DI APPELLO DI ROMA, 01.02.2018, n. 469 - Pres. Rel. dott. G. Pascarella -  S. S.R.L. (avv.ti Beatrice, Marrazzo ) c./ A.R. (avv. ti Alessandrini, Di Folco).

Lavoro (Rapporto di) – Licenziamento individuale - Licenziamento per giustificato motivo oggettivo – Soppressione del posto di lavoro - Manifesta insussistenza del fatto – Obbligo di repechâge integrato nella fattispecie del g.m.o. – Violazione  – Reintegra del lavoratore

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COLGATE PALMOLIVE ITALIA S.r.l CONDANNATA A RIASSUMERE IL DIPENDENTE PER CONTRATTI DI SOMMINISTRAZIONE IRREGOLARE E CONDANNATA A RISARCIRE IL LAVORATORE PER OLTRE 130.000,00 €.

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con sentenza del 5 luglio 2018, n. 708, il Tribunale di Latina, sezione Lavoro, in accoglimento del ricorso promosso da un lavoratore nei confronti Colgate Palmolive Italia S.r.l., ha dichiarato l’illegittimità del contratto di somministrazione intercorrente tra le parti, riconoscendo la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato e condannando altresì l’azienda convenuta al pagamento di tutte le retribuzione maturate nelle more del giudizio, a far data, rispettivamente, da gennaio 2011, per una somma complessiva di oltre 130.000,00 €.

In particolare, il giudice del lavoro ha rilevato l’assoluta genericità della clausola contenuta nel contratto di somministrazione e, in quanto tale, inidonea a specificare le ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo che, ai sensi dell’art. 20, D.Lgs. n. 276/2003, devono necessariamente sussistere al fine di legittimare la scelta dell’imprenditore di avvalersi di prestazioni svolte da lavoratori somministrati a tempo determinato.

Pertanto, il Tribunale di Latina ha dichiarato l’illegittimità del contratto di somministrazione stipulato dall’azienda convenuta e, in applicazione dell’art. 27, D.Lgs. n. 276/2003 – allora applicabile alla fattispecie dedotta in giudizio – ha dichiarato la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato intercorrente tra il ricorrente e la società resistente a far data dall’illegittima estromissione dello stesso dal proprio posto di lavoro.

Infine, il giudice del lavoro, da un lato, ha ordinato a Colgate Palmolive Italia S.r.l. di riammettere immediatamente in servizio il lavoratore e, dall’altro, ha condannato l’azienda medesima al pagamento di tutte le retribuzioni maturate dallo stesso lavoratore dalla lettera di impugnativa dei contratti contenente anche la messa in mora (ovvero dal gennaio 2011) sino alla data della sentenza del 5 luglio 2018.

Anche in tale occasione, il Tribunale di Latina ha accolto integralmente la tesi difensiva sostenuta dallo studio legale Michelangelo Salvagni e ha ritenuto di non conformarsi all’indirizzo giurisprudenziale che, in ipotesi di somministrazione illegittima, applica la sanzione prevista all’art. 32, L. n. 183/2011, limitando il risarcimento del danno ad un massimo di 12 mensilità della retribuzione percepita dal lavoratore in costanza di rapporto; al contrario, il giudice ha condannato Colgate Palmolive Italia S.r.l. a corrispondere al lavoratore tutte le retribuzioni spettanti al lavoratore a far data dalla messa in mora, per una somma pari ad oltre € 130.000,00.

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Decreto Dignità e Precariato. L' Avv. Michelangelo Salvagni intervistato da La Repubblica

Testo integrale intervista rilasciata dall'Avvocato Giuslavorista Michelangelo Salvagni a La Repubblica in data 19 Luglio 2018

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Negli ultimi sei anni dalla legge Fornero in poi e fino al Jobs Act, il legislatore si è preoccupato di tutelare Il mercato del lavoro e la flessibilità in entrata e in uscita dei lavoratori, più che la stabilità dei rapporti di lavoro e la stessa dignità dei prestatori che, infatti, da più di un decennio, viaggiano dentro il tunnel del precariato! Ciò dipende, in particolar modo, dalla liberalizzazione sia dei contratti a termine, che non necessitano più di causali che li giustifichino e possono addirittura essere reiterati per ben 36 mesi, sia dei contratti di somministrazione, che neanche hanno il limite dei 36 mesi e non necessitano più anch’essi di una giustificazione per essere stipulati ne’ di una ragione temporanea. Il decreto dignità determina, quantomeno, un primo argine al fenomeno del precariato, riducendo infatti il limite massimo dei contratti a 24 mesi e prevedendo una causale giustificativa dopo i primi 12 mesi sia per i contratti a tempo determinato sia per i contratti somministrazione. Non si comprende per quale motivo delle regole più stringenti in materia di precariato dovrebbero far perdere il posto di lavoro a qualcuno?  Pare che il problema attuale sia l’aumento del contenzioso più che quello della salvaguardia dei diritti! La verità è che il contenzioso era diminuito perché non c’erano più norme a tutela dei diritti del lavoratore nelle fattispecie dei contratti a termine e di somministrazione, in quanti non erano più previste sanzioni in caso di abuso di tali contratti. Abuso, questo, che spesso si rinveniva nella mancanza di effettività della causale e /o di una ragione temporanea che giustificasse il rapporto a termine o del superamento di un limite massimo previsto dalla legge. Se il datore di lavoro assumesse rispettando le regole, perché dovrebbe aumentare il contenzioso? In passato c’è stato un notevole abuso di queste forme di contratti a termine da parte di grandissime aziende e ciò ha portato il legislatore a cancellare alcune delle violazioni che comportavano la conversione di contratti a termine e di somministrazione in contratti a tempo indeterminato. La verità è che si è voluto dare, per tutelare il mercato, la possibilità alle aziende di assumere più liberamente e, per questo, è diminuito il contenzioso: in realtà, il motivo di tale diminuzione, è perché sono diminuiti i diritti dei lavoratori impedendo a questi ultimi la possibilità di agire giudizialmente. Ma la vera domanda è: ma quando tornerà al centro dell’interesse del legislatore la tutela del lavoratore e dei suoi diritti? Il Jobs Act, che doveva garantire più posti a tempo indeterminato, dalle statistiche pare abbia creato soprattutto posti lavoro precari e a termine. Le aziende preferiscono assumere a tempo determinato e con contratti di lavoro somministrato. Pertanto, il decreto dignità, che sicuramente è migliorabile sotto molti aspetti, rappresenta quantomeno un primo passo per ridare dignità e fiducia al lavoratore verso la stabilizzazione del rapporto di lavoro e farlo uscire, finalmente, dal tunnel della precarietà. Un rimedio, ad esempio, potrebbe essere la reintroduzione delle causali sin dal primo contratto a termine o di somministrazione per limitare il rischio di sostituire il lavoratore alla scadenza dei 12 mesi e rendere così più trasparente l’utilizzo dello stesso in base ad una reale ed effettiva esigenza temporanea che giustifichi il contratto di lavoro.

 

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La Cassazione in funzione nomofilattica: l’obbligo di repêchage fa parte del fatto e la sua violazione può comportare l’applicazione della tutela reale

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Lavoro e Previdenza Oggi, n. 7/8 2018

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Nota a Corte di Cassazione, sentenza 2 maggio 2018, n. 10435 – Pres. Di Cerbo – Est. Boghetich

Lavoro (Rapporto di) – Licenziamento individuale - Licenziamento per giustificato motivo oggettivo – Soppressione del posto di lavoro - Manifesta insussistenza del fatto – Obbligo di repêchage integrato nella fattispecie del g.m.o. – Violazione – Tutela indennitaria - Tutela reale

 Poiché nella nozione di licenziamento per giustificato motivo oggettivo rientra sia l’esigenza della soppressione del posto di lavoro sia l’impossibilità di ricollocare altrove il lavoratore, il riferimento legislativo alla “manifesta insussistenza del fatto posto alla base del licenziamento” va inteso con riferimento a tutti e due i presupposti di legittimità della fattispecie”, cosicché il giudice di merito, una volta che sia evidente la violazione anche di uno solo degli elementi costitutivi del recesso, tra cui rientra anche l’obbligo di repêchage, può ordinare la reintegrazione nel posto di lavoro ove tale regime sanzionatorio non sia eccessivamente oneroso per il datore di lavoro.

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Licenziamenti discriminatori e ritorsivi: evoluzione della giurisprudenza e ripartizione dell’onere della prova

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato su Lavoro e Previdenza Oggi, n. 5/6 2018

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SOMMARIO: 1. Considerazioni preliminari – 2. Questioni interpretative sui licenziamenti disciplinari e per giustificato motivo oggettivo dopo la Legge Fornero: l’insussistenza del fatto, la rilevanza giuridica e la manifesta insussistenza - 3. La tutela reintegratoria quale fattispecie residuale: la fuga in avanti delle domande giudiziali di accertamento di licenziamenti discriminatori e ritorsivi - 4. La fattispecie discriminatoria, riferimenti normativi e tutele sanzionatorie in caso di licenziamento - 5. Norme di riferimento sul licenziamento ritorsivo. Cenni – 5.1. Le novità introdotte dal D.Lgs. n. 23/2015 in tema di licenziamento nullo ai fini della reintegrazione. Cosa si intende per «altri casi di nullità espressamente previsti dalla legge» - 6. Orientamenti giurisprudenziali in tema di licenziamento discriminatorio e ritorsivo: l’interpretazione estensiva e la sovrapposizione delle due fattispecie 6.1. Casi concreti esaminati dalla giurisprudenza di merito e di legittimità  - 7. Il nuovo orientamento della Corte di Cassazione che differenzia le due diverse ipotesi di licenziamento discriminatorio e ritorsivo: le sentenze n. 6575 del 5 aprile 2016 e n. 14456 del 9 giugno 2017 - 8. La ripartizione dell’onere della prova tra discriminazione e ritorsività nell’interpretazione della Cassazione - 9. La giurisprudenza di merito dopo il Jobs Act: la distinzione tra licenziamenti discriminatori e ritorsivi – 10. Conclusioni.

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Trasferimento d'azienda, garanzie ex art. 2112 C.C. e nullità del licenziamento per motivo illecito determinante

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in CSDN Roma

Trib. Latina, 8° giugno 2018 – est. dott.ssa Marotta – M.O. (Avv. Alessandra Marconi) c. S. S.r.l. (Massimo D’Ambrosio).

Il divieto di cui all’art 54, D. Lgs. n. 151/2012 subisce una deroga esclusivamente in ipotesi di cessazione dell’attività d’impresa, sicché, in ipotesi di trasferimento d’azienda, il licenziamento intimato dalla società cedente in violazione della disciplina a tutela della maternità, nonché delle garanzie previste dall’art. 2112 è nullo in quanto contrario a norma imperativa e sorretto da motivo illecito determinante ai sensi dell’art. 1345 c.c.

Lavoro (rapporto) – Tutela della lavoratrice in maternità – divieto di licenziamento - Cessazione dell’attività d’impresa – Trasferimento d’azienda – Inapplicabilità – Licenziamento per giustificato motivo oggettivo – Discriminazione – Nullità – Motivo illecito determinante – Tutela reale – Applicabilità.

Artt. 1345, 2112, c.c.; Art. 54, D.Lgs. n. 151/2001; Art. 18, comma 1°, L. n. 300/1970.

Con ricorso ex art. 1, co. 47 ss., L. n. 92/2012, una lavoratrice impugnava il licenziamento formalmente comminatole per giustificato motivo oggettivo rappresentato dalla cessazione dell’attività di impresa, deducendo la nullità dello stesso giacché discriminatorio, con conseguente reintegrazione nel proprio posto di lavoro ai sensi dell’art. 18, comma 1°, St. Lav.

A sostegno delle proprie domande, la ricorrente, dopo aver allegato l’insussistenza del giustificato motivo oggettivo posto a fondamento del recesso datoriale, deduceva altresì la violazione della disciplina dettata dal D.Lgs. n. 151/2001, il quale, all’art. 54, 3° comma, dispone il divieto di licenziamento della madre lavoratrice durante il periodo che va dalla gravidanza al compimento di un anno di età del bambino, con conseguente nullità dello stesso. Inoltre, la ricorrente deduceva che il licenziamento fosse stato intimato dall’azienda resistente in violazione delle garanzie previste dall’art. 2112 c.c. in ipotesi di trasferimento d’azienda; infatti, sul punto, sosteneva la mancata cessazione dell’attività commerciale espletata dalla società presso cui era impiegata, la quale era proseguita, senza soluzione di continuità, a seguito del subentro di una diversa società in qualità di impresa cessionaria negli stessi locali e con la medesima clientela.

Con ordinanza dell’8 giugno 2018, il Tribunale di Latina, nel premettere che il divieto disposto dal D.Lgs. n. 151/2001 a tutela della maternità subisce una deroga esclusivamente in ipotesi di effettiva cessazione dell’attività di impresa, ritiene che il caso di specie, lungi dall’integrare tale ipotesi, configura un trasferimento d’azienda ai sensi dell’art. 2112 c.c.

Su tale presupposto, dopo aver ripercorso l’evoluzione normativa e giurisprudenziale in tema di trasferimento d’azienda, il giudice del lavoro accerta che l’intervenuto mutamento nella titolarità aziendale è inidoneo a fondare, per ciò solo, autonomo e legittimo motivo di licenziamento e comporta, al contrario, l’automatica prosecuzione del rapporto di lavoro alle dipendenze dell’azienda cessionaria in applicazione delle garanzie ex art. 2112 c.c.

Tanto premesso, il Tribunale di Latina ritiene che il licenziamento intimato alla lavoratrice dall’azienda cedente sia affetto da nullità insanabile di cui all’art. 18, 1° comma, St. Lav.; in particolare il giudice pontino afferma che il recesso de quo integri l’ipotesi di “altri casi di nullità previsti dalla legge” ivi contemplata in via residuale, giacché disposto in violazione dell’art. 2112 c.c. che ha natura imperativa, ritenendo che il tale licenziamento sia riconducibile a motivo illecito determinante di cui all’art. 1345 c.c.

Pertanto, il Tribunale condanna la società cessionaria a riammettere in servizio la lavoratrice con efficacia ex tunc, con conseguente condanna delle due società, in solido, al pagamento di tutte le retribuzioni e i contributi previdenziali maturati medio tempore dalla lavoratrice.

La pronuncia si impone all’attenzione degli interpreti, giacché, da un lato, valorizza la natura imperativa dell’art. 2112 c.c., in quanto tale inderogabile dall’autonomia privata, e, dall’altro, ritiene di applicare, prima ancora che le garanzie ivi disposte a tutela dell’occupazione, le conseguenze sanzionatorie di diritto comune che, mai come negli ultimi tempi, si rivelano particolarmente efficaci finanche nel campo del diritto del lavoro e, soprattutto, in ipotesi di licenziamento.

Infatti, a seguito delle ultime riforme che, dapprima nel 2012 e, successivamente nel 2015, hanno interessato il mercato del lavoro, l’applicazione della tutela reale in ipotesi di licenziamento viziato è stata relegata, come noto, ad ipotesi residuali, confluite nel solo 1° comma dell’art. 18 St. Lav., disciplinante la fattispecie di nullità del licenziamento.

Sul punto, l’ordinanza in commento, seppur attraverso un’argomentazione inedita, contribuisce a smentire la tesi, pure avanzata in dottrina, della c.d. tipicità delle nullità rilevanti ai fini dell’applicazione della reintegrazione nel posto di lavoro ai sensi del 1° comma, art. 18 L. n. 300/1970 che, lungi dal riferirsi alle sole nullità espressamente contemplate della legge, ricomprende finanche le singole fattispecie disciplinate dal codice civile agli artt. 1345 ss. c.c.

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IL TRIBUNALE DI LATINA CONDANNA EUROSPIN LAZIO S.P.A. A RIAMMETTERE IN SERVIZIO LA DIPENDENTE ASSUNTA CON CONTRATTI DI SOMMINISTRAZIONE IRREGOLARE E A RISARCIRLA PER OLTRE 130.000,00 €

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Latina, sez. Lav., con sentenza del 14 giugno 2018, n. 608, ha accolto il ricorso promosso da una lavoratrice nei confronti di Eurospin Lazio S.p.a. e, nel dichiarare l’illegittimità del contratto di somministrazione intercorrente tra le parti, ha riconosciuto la natura subordinata del relativo rapporto di lavoro; pertanto, ha condannato il datore di lavoro al pagamento di tutte le retribuzione maturate da novembre 2011, per un importo complessivo di oltre 130.000,00 €.

Nello specifico, il giudice ha rilevato l’estrema genericità della clausola del contratto di somministrazione apposta in violazione dell’art. 20, D.Lgs. n. 276/2003, il quale, al contrario, dispone che le ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo debbano necessariamente essere specificate al fine di legittimare la scelta dell’imprenditore di avvalersi di prestazioni svolte da lavoratori somministrati a tempo determinato.

ll Tribunale di Latina, quindi, dapprima, ha dichiarato l’illegittimità del contratto di somministrazione stipulato dall’azienda resistente in violazione dell’art. 27, D.Lgs. n. 276/2003 – allora applicabile ratione temporis – e, conseguentemente, ha accertato la natura subordinata del rapporto di lavoro intercorrente tra le parti a far data dall’illegittima estromissione della lavoratrice dal proprio posto di lavoro.

In ultimo, il giudice pontino ha ordinato l’immediata riammissione in servizio della lavoratrice alle dipendenze di Eurospin Lazio S.p.a, condannando quest’ultimo al pagamento di tutte le retribuzioni maturate dalla dipendente a far data dalla lettera di impugnativa e di messa in mora sino alla data della sentenza (ovvero da gennaio 2011 a luglio 2018).

In tal senso, il Tribunale di Latina, nell’accogliere la tesi difensiva sostenuta dallo studio legale Michelangelo Salvagni, ha disatteso quell’orientamento giurisprudenziale che, in ipotesi di somministrazione illegittima, ritiene l’applicabilità della sanzione prevista all’art. 32, L. n. 183/2011 e limitata al pagamento di un’indennità risarcitoria pari ad un massimo di 12 mensilità della retribuzione percepita dal lavoratore in costanza di rapporto; al contrario, il giudice ha condannato Eurospin Lazio S.p.a. al pagamento di tutte le retribuzioni spettanti alla lavoratrice a far data dalla messa in mora, per un ammontare complessivo pari ad oltre € 130.000,00.

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Obbligo di repechage quale elemento costitutivo del licenziamento per g.m.o. la cui inosservanza determina la reintegra del lavoratore

Articolo pubblicato su www.csdnroma.it

CORTE DI APPELLO DI ROMA – Sentenza del 1° febbraio 2018, n. 469 - (Pres., Rel. dott. G. Pascarella), S. S.R.L. (avv.ti Giovanni Beatrice e Giampaolo Marrazzo ) c./ A.R. (avv. Carlo Alessandrini e Loredana Di Folco).

Licenziamento per giustificato motivo oggettivo – manifesta insussistenza del fatto – obbligo di repechâge datore di lavoro – obbligo di repechâge integrato nella fattispecie del g.m.o. – reintegra del lavoratore

L’impossibilità di ricollocare il lavoratore all’interno della compagine aziendale integra uno degli elementi costitutivi della fattispecie del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, sicché, qualora il datore di lavoro ometta di fornire la prova, trova applicazione la c.d. tutela reale attenuata introdotta dalla l. n. 92/2012 e prevista in ipotesi di “manifesta infondatezza del fatto” posto a fondamento del recesso datoriale.

L’evoluzione giurisprudenziale in tema di dovere datoriale di repêchage è passata da un risalente orientamento più rigido, che prevedeva tale obbligo solo per mansioni equivalenti (sul punto si vedano, ex multis,: Cass., 10.3.1992, n. 2881, e, in senso conforme, Cass., 3.6.1994, n. 5401, nonché Cass., 27.11.1996, n. 10527 e Cass., 14.12.2002, n. 17928, tutte consultabili su www.dejure.it.), ad uno invece più flessibile, secondo cui era possibile derogare al divieto di adibizione a mansioni inferiori sul presupposto che fosse prevalente l’interesse del dipendente al mantenimento del posto di lavoro. L’obbligo di repêchage, la cui teorizzazione va ricollegata al concetto del licenziamento quale extrema ratio, risale a elaborazioni dottrinali  sviluppate degli anni ’70 (fautore della tesi dell’obbligo di repêchage è F. Mancini, in Commento all’art. 18, Commentario allo Statuto dei diritti dei lavoratori, Bologna, 1972), ma ha trovato terreno fertile nella successiva interpretazione giurisprudenziale che, nel tempo, ha tentato di delineare quale fosse il campo di delimitazione delle scelte imprenditoriali tenendo conto del necessario bilanciamento dei contrapposti interessi costituzionalmente garantiti per la tutela del lavoro e per quella dell’impresa (artt. 4 e 41 della Cost.). L’obbligo di ricollocazione rappresenta lo strumento di ulteriore verifica della correttezza delle scelte imprenditoriali; viene così posto a carico del datore di lavoro che irroga il licenziamento per giustificato motivo oggettivo il dovere di collocare il lavoratore, altrimenti licenziato, in una diversa e proficua posizione all’interno dell’azienda.

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Garanzie ex art. 2112 c.c. e nullità del licenziamento in frode alla legge

Articolo pubblicato su www.csdnroma.it 

Trib. Latina, 8° aprile 2018 – est. dott.ssa Avarello – G.V. (Avv. Monica Persico) c. S. S.r.l. S. (contumace).

In ipotesi di trasferimento d’azienda, il licenziamento intimato dalla società cedente in violazione delle garanzie previste dall’art. 2112 è nullo in quanto disposto in frode alla legge allorché, nonostante il mutamento della titolarità aziendale, ricorra identità tra il cedente e cessionario con riferimento agli strumenti aziendali, alla sede e alla clientela. 

Lavoro (rapporto) – licenziamento, per giustificato motivo oggettivo – Trasferimento (d’azienda) – Frode alla legge – Nullità – Tutela reale – Applicabilità.

Artt. 1344 c.c. e 2112, c.c.; Art. 18, comma 1°, L. n. 300/1970.

Con ricorso ex art. 1, co. 47 ss., L. n. 92/2012 una lavoratrice impugnava il licenziamento intimatole verbalmente dal proprio datore di lavoro per presunto motivo giustificato oggettivo, deducendo l’inefficacia e/o la nullità, ovvero l’illegittimità dello stesso perché disposto in violazione delle garanzie previste dall’art. 2112 c.c. in ipotesi di trasferimento d’azienda; la dipendente, sul punto, allegava la mancata cessazione dell’attività commerciale espletata dalla società presso cui era impiegata, la quale era proseguita, senza soluzione di continuità, a seguito del subentro di una diversa società in qualità di impresa cessionaria.

Con ordinanza dell’8 aprile 2018, il Tribunale di Latina, dopo aver puntualmente ripercorso l’evoluzione normativa e giurisprudenziale in tema di trasferimento d’azienda, ha ritenuto sussumibile nell’alveo applicativo dell’art. 2112 c.c. la vicenda de qua; in particolare, il giudice pontino ha accertato l’intervenuto mutamento della titolarità aziendale, in quanto tale inidoneo a fondare, per ciò solo, autonomo e legittimo motivo di licenziamento e comportante, al contrario, l’automatica prosecuzione del rapporto di lavoro alle dipendenze dell’azienda cessionaria.

Tanto premesso, il giudice del lavoro di Latina ha affermato che il licenziamento intimato alla lavoratrice dall’azienda cedente fosse affetto, prima ancora che dall’inefficacia riconducibile alla mancata comunicazione del recesso in forma scritta, da nullità ex art. 18, 1° comma, St. Lav., giacché disposto in frode alla legge, stante il precipuo intento perseguito dal datore di lavoro cedente di eludere la normativa prescritta a garanzia dell’occupazione dei lavoratori coinvolti dal trasferimento d’azienda dall’art. 2112 c.c.

Pertanto, il Tribunale ha condannato la società cessionaria a riammettere in servizio la lavoratrice con efficacia ex tunc, conseguendone altresì il diritto della dipendente a percepire tutte le retribuzioni e i contributi previdenziali maturati medio tempore.

La pronuncia si impone all’attenzione degli interpreti, giacché, nell’accogliere una soluzione oltremodo originale, valorizza la natura imperativa dell’art. 2112 c.c., in quanto tale inderogabile dall’autonomia privata; il Tribunale, nell’accertare la nullità del licenziamento poiché disposto in frode alla legge, ritiene di applicare, prima ancora che le garanzie ex art. 2112 c.c., le conseguenze sanzionatorie di diritto comune che, mai come negli ultimi tempi, si rivelano particolarmente efficaci finanche nel campo del diritto del lavoro e, soprattutto, in ipotesi di licenziamento.

Infatti, a seguito delle ultime riforme che, dapprima nel 2012 e, successivamente nel 2015, hanno interessato il mercato del lavoro, l’applicazione della tutela reale in ipotesi di licenziamento viziato è stata relegata, come noto, ad ipotesi residuali, confluite nel solo 1° comma dell’art. 18 St. Lav., disciplinante la fattispecie di nullità del licenziamento.

Sul punto, l’ordinanza in commento, seppur attraverso un’argomentazione inedita, contribuisce a smentire la tesi, pure avanzata in dottrina, della c.d. tipicità delle nullità rilevanti ai fini dell’applicazione della reintegrazione nel posto di lavoro ai sensi del 1° comma, art. 18 L. n. 300/1970 che, lungi dal riferirsi alle sole nullità espressamente contemplate della legge, ricomprende finanche le singole fattispecie disciplinate dal codice civile agli artt. 1343 ss. c.c.

Pare opportuno richiamare alcuni precedenti di merito che si sono espressi in tal senso: Trib. Trento del 18 dicembre 2017, in corso di pubblicazione su RGL, con nota di A. Federici e Trib. di Vicenza del 4 novembre 2016, in Questione Giustizia, 11 ottobre 2017 con nota M. Vitali.  

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SITE SPECIALIST: TELECOM PERDE IL RECLAMO. LE MANSIONI SONO DI TERZO LIVELLO

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con decreto del 24 maggio 2018, n. 50193, Il Tribunale di Roma, in composizione collegiale, ha rigettato il reclamo proposto da Telecom Italia S.p.a avverso l’ordinanza che, resa in via d’urgenza dal giudice del lavoro di Roma, aveva dichiarato l’illegittimità del provvedimento con cui l’azienda aveva disposto il trasferimento di una lavoratrice presso la sede di Via Macchia Palocco in Roma e aveva adibito quest’ultima a mansioni di site specialist.

In particolare, il collegio, nel confermare l’interpretazione già offerta dal giudice di prima istanza, ha appurato la natura di trasferimento del provvedimento disposto unilateralmente da Telecom Italia S.p.a., nonostante quest’ultimo avesse interessato due sedi situate presso il medesimo comune di Roma.

Tanto premesso, il Tribunale, nel vagliare la legittimità dell’operazione di re-internalizzazione delle funzioni di portineria (cd. site specialist) nell’ambito del dipartimento Manteinance & Facilities di Telecom Italia S.p.a., ha ritenuto che il relativo provvedimento di trasferimento fosse stato disposto dall’azienda in violazione del nuovo testo dell’art. 2103 c.c.

Infatti, il suddetto provvedimento risulta fondato esclusivamente sull’esigenza di assegnare la lavoratrice alle mansioni di site specialist che, tuttavia, sono riconducibili al 3° livello di inquadramento, in quanto tali esponenzialmente inferiori a quello posseduto dalla dipendente.

Sul punto, il collegio ha precisato che le mansioni di site specialist comportano lo svolgimento di attività meramente esecutive, del tutto prive dell’autonomia e della decisionalità connotanti il 5° livello di inquadramento della lavoratrice.

 

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Licenziamento disciplinare e congedo straordinario per l'assistenza del disabile

Articolo di Michelangelo salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n. 2/2018

Pdf pubblicazione

CASSAZIONE, 05.12.2017, n. 29062 - Pres. Nobile, Est. Amendola, P.M. Fresa (diff.) – S.F. (avv. Manzi) c. S. S. E. V. L. S.p.a. (avv.ti De Luca Tamajo, Ottone, Cammarata).

Cassa Corte d’Appello di L’Aquila, 25.09.2015

 Licenziamento individuale – Licenziamento disciplinare – Congedo straordinario ex L. 104 del 1992 per assistenza a persona affetta da handicap grave – Mancato rispetto della assistenza continuativa e permanente al disabile – Necessità di assistenza notturna - Fatto insussistente  – Qualificazione di illecito - Irrilevanza disciplinare della condotta – Fatto privo del requisito dell’antigiuridicità -  Illegittimità del recesso – Reintegra.

 In caso di congedo straordinario ai sensi dell'art. 42, comma 5, d.lgs. n. 151 del 2001 concesso al prestatore per assistere la madre in condizione di handicap grave, anche se risulta materialmente accaduto che il lavoratore si trovasse in talune giornate lontano dall'abitazione della persona portatrice di handicap, ciò non è sufficiente a far ritenere sussistente il fatto contestato perché, una volta accertato che, ferma la convivenza, questi comunque prestava continuativa assistenza notturna alla disabile, alternandosi durante il giorno con altre persone, con modalità da considerarsi compatibili con le finalità dell'intervento assistenziale, tanto svuota di rilievo disciplinare la condotta tenuta. (1)

 

Licenziamento disciplinare e congedo straordinario per l’assistenza del disabile.

 

Il caso di specie concerne un licenziamento disciplinare irrogato ad un lavoratore che aveva richiesto un congedo straordinario ai sensi dell'art. 42, comma 5, d.lgs. n. 151 del 2001 per assistere la madre in condizione di handicap grave (per una disamina completa sul diritto a tale congedo si veda Lamonaca, 966). Nel corso di tale periodo di congedo, il datore di lavoro contestava al dipendente, a seguito di indagine investigativa, che durante alcune giornate, nelle ore diurne, non era stato visto a casa della madre, ma presso la propria abitazione. A fronte di tali addebiti il prestatore rendeva le proprie giustificazioni sostenendo di aver prestato assistenza notturna alla madre, portando a supporto di tale assunto una certificazione medica specialistica che attestava la tendenza della propria madre alla fuga, all’insonnia notturna e tratti di ipersonnia diurna. Ciò rendeva necessario per il lavoratore restare sveglio la notte per assistere il genitore al fine di evitare possibili fughe, già verificatesi in passato. La società, in ogni caso, irrogava il licenziamento disciplinare con preavviso.

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TELECOM ITALIA S.P.A.: LE MANSIONI DI SITE SPECIALIST SONO DI 2° LIVELLO E IL TRASFERIMENTO È ILLEGITTIMO ANCHE SE DISPOSTO TRA DUE SEDI SITE NEL MEDESIMO COMUNE

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Articolo pubblicato su www.csdnroma.it 

Ordinanza pubblicata su www.wikilabour.it   

Con ordinanza del 1° marzo 2018, n. 19551, Il Tribunale di Roma accoglie il ricorso promosso in via d’urgenza da una lavoratrice e riconosce l’illegittimità del provvedimento di trasferimento presso la sede di Via Macchia Palocco in Roma e della relativa assegnazione alle mansioni di site specialist disposti da Telecom Italia S.p.a.; pertanto, il giudice condanna l’azienda a ritrasferire la dipendente nella sede presso cui la stessa era adibita in precedenza (Via di Val Cannuta in Roma), nonché a reintegrarla nelle mansioni di V° livello precedentemente espletate in tale ultima sede, accertando l’illegittimità della dequalificazione subita dalla lavoratrice per essere stata assegnata alle mansioni di portierato – site specialist dal 1° luglio 2017.

 La pronuncia rappresenta la prima decisione del Tribunale di Roma che, resa in ordine all’operazione di re-internalizzazione delle funzioni di portineria (cd. site specialist) nell’ambito del dipartimento Manteinance & Facilities di Telecom Italia S.p.a., riconosce l’illegittimità di tale trasferimento, poiché disposto dall’azienda in violazione dell’art. 2103 c.c.

In particolare, il Tribunale disattende la tesi sostenuta dall’azienda in ordine all’applicabilità dell’art. 25 CCNL Telecomunicazioni e riconosce espressamente la natura di trasferimento del provvedimento datoriale che, nonostante fosse presso il medesimo comune, ha tuttavia  interessato due diverse unità produttive, anche perché entrambe dotate della necessaria autonomia.

Ciò premesso, il giudice riconosce il demansionamento subito dalla lavoratrice che, inquadrata nel 5° livello contrattuale, a seguito del suddetto trasferimento, è stata invece adibita a svolgere mansioni nettamente inferiori, in quanto riferibili al 2° livello del CCNL di settore; infatti – prosegue il Tribunale – la funzione di portierato (site specialist), al contrario di quanto sostiene Telecom Italia S.p.a., implica lo svolgimento di attività meramente operative, che richiedono conoscenze professionali semplici ed elementari e non prevedono alcun potere decisionale, né l’autonomia propria dei superiori livelli contrattuali (4° e 5° livello CCNL Telecomunicazioni).

Pertanto, il Tribunale, in applicazione del nuovo art. 2103 c.c., dichiara l’illegittimità del provvedimento di assegnazione alle mansioni di site specialist disposto da Telecom Italia S.p.a nei confronti della lavoratrice, in quanto l’azienda, anche nell’astratta ipotesi di un’effettiva modifica degli asseti organizzativi, non avrebbe rispettato la nuova formulazione normativa, che ammette la dequalificazione in via unilaterale per un solo livello inferiore e non per tre, come invece accaduto nella presente vicenda.

Infine, l’ordinanza risulta di rilevante interesse, in quanto riconosce il nesso di causalità tra la patologia ansioso-depressiva della lavoratrice e la condotta di Telecom Italia S,p.a. che non si è limitata a trasferire la dipendente, ma l’ha assegnata a mansioni inferiori.

Con questa pronuncia i giudici del lavoro di Roma, accertando che le mansioni di site specialist sono di 2° livello, sposano integralmente la tesi difensiva avanzata dall’Avv. Salvagni in numerosi ricorsi patrocinati dall’omonimo studio, così aprendo la strada ad altrettante vittorie per i lavoratori.

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Il diritto del lavoratore titolare dei benefici ex art. 33. comma 5, L. n. 104/92 a scegliere la sede di lavoro più vicina al domicilio del disabile

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Lavoro e Previdenza Oggi, n. 11/12 2017

Pdf pubblicazione

Rapporto di lavoro – Assistenza a familiare affetto da handicap grave – Benefici della legge 104/92 – Richiesta del lavoratore di trasferimento alla sede più vicina al familiare disabile – Diritto del lavoratore ad essere trasferito ex art. 33, comma 5, L. n. 104/92 – Ius variandi in base al nuovo art. 2103 c.c. – Onere della prova ai sensi dell’art. 2103 c.c. – Analogia con la fattispecie del repêchage – Principio della vicinanza della prova – Ampliamento dell’onere del datore di lavoro nella ricerca di posizioni per il lavoratore nella sede di destinazione – Mancata dimostrazione della impossibilità di adibire il lavoratore nella sede di destinazione.

 

Tribunale di Roma, ordinanza 28 febbraio 2017 – Giud. Casari*

 Nel caso in cui il dipendente titolare dei benefici previsti dall’art. 33, comma 5, della L. n. 104/1992, per l’assistenza al familiare convivente disabile grave, chieda di essere trasferito alla sede di lavoro più vicina al proprio domicilio, il datore di lavoro ha l’onere di provare che nella sede (o nelle sedi) dove il trasferimento è stato richiesto non sia possibile collocare il lavoratore, dovendo dimostrare l’impossibilità dell’adibizione del prestatore a mansioni riconducibili a livello e categoria di appartenenza, tendendo conto del riformato art. 2103 c.c. che non richiede più il rispetto del principio di equivalenza e del mantenimento del bagaglio professionale acquisito dal lavoratore.

Il concetto di livello e categoria si pone quale limite entro il quale il potere di modificare l’assegnazione delle mansioni deve essere contenuto e quindi deve essere utilizzato anche con riferimento all’istituto del trasferimento del lavoratore. (Massima a cura dell’Autore)

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GRAVE DEQUALIFICAZIONE PROFESSIONALE AL DAC (ex CSA): TELECOM ITALIA S.P.A. DEVE RIASSEGNARE LA DIPENDENTE A MANSIONI DI 4° LIVELLO E RISARCIRLA POICHE' ILLEGITTIMAMENTE ADIBITA AD ATTIVITÀ DI BACK OFFICE RICONDUCIBILI AL 2° LIVELLO

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con sentenza del 26 marzo 2018, n. 2383, il Tribunale di Roma, Sezione Lavoro, ha accolto il ricorso promosso da una lavoratrice e, nell’accertare la grave dequalificazione subita da quest’ultima a far data dall’aprile 2012, ha ordinato a Telecom Italia S.p.a. di adibirla alle mansioni del proprio livello di inquadramento, ovvero il 4° livello contrattuale; in ultimo, ha condannato la società resistente a risarcire il danno arrecato alla professionalità della ricorrente a causa del suddetto demansionamento.

Il caso di specie muove dal ricorso promosso da una dipendente di Telecom Italia S.p.a. che, inquadrata nel 4° livello contrattuale, a seguito di una riorganizzazione aziendale, è stata trasferita presso il settore CSA (ora DAC), destinato a supportare il customer care aziendale, e, in quella sede, è stata adibita a svolgere attività di back office, precedentemente affidate a società esterne.

In particolare, sulla base dell’istruttoria testimoniale espletata, il giudice, confrontando le relative declaratorie contrattuali, ha accertato che le nuove mansioni cui è stata adibita la ricorrente (quali, ad esempio, l’espletamento delle verifiche relative alle fatture inesitate o, a far data dal gennaio 2015, lo smistamento dei reclami tramite la piattaforma informatica DMS e CRM), sono nettamente inferiori a quelle riconducibili al 4° livello di appartenenza delle lavoratrice che, in precedenza, aveva svolto attività di segreteria, occupandosi della gestione ordinaria delle presenze e dei rimborsi spese del personale, nonché, dal 2001, delle pratiche di infortunio dei dipendenti presso il Servizio di Prevenzione e Protezione Ambiente.

In particolare, il Tribunale, nell’accertare la dequalificazione subita dalla ricorrente, si è soffermato sulla totale assenza di autonomia operativa connotante lo svolgimento delle nuove mansioni assegnate a quest’ultima che, espletabili attraverso l’utilizzo di procedure e sistemi ad hoc che non necessitano di alcuna valutazione personale, sono riconducibili al 2° livello di inquadramento contrattuale.

Pertanto, il giudice ha riconosciuto una grave violazione dell’art. 2103 c.c., dichiarando illegittimo l’esercizio dello ius variandi da parte di Telecom Italia S.p.a. nei confronti della ricorrente, condannando l’azienda a disporre la riassegnazione della stessa a mansioni di 4° livello.

In ultimo, il Tribunale ha accertato il danno professionale subito dalla dipendente liquidato in misura pari al 25% della retribuzione mensile percepita.

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Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Articolo pubblicato su www.csdnroma.it 

Ordinanza pubblicata su www.wikilabour.it   

Con ordinanza del 1° marzo 2018, n. 19551, Il Tribunale di Roma accoglie il ricorso promosso in via d’urgenza da una lavoratrice e riconosce l’illegittimità del provvedimento di trasferimento presso la sede di Via Macchia Palocco in Roma e della relativa assegnazione alle mansioni di site specialist disposti da Telecom Italia S.p.a.; pertanto, il giudice condanna l’azienda a ritrasferire la dipendente nella sede presso cui la stessa era adibita in precedenza (Via di Val Cannuta in Roma), nonché a reintegrarla nelle mansioni di V° livello precedentemente espletate in tale ultima sede, accertando l’illegittimità della dequalificazione subita dalla lavoratrice per essere stata assegnata alle mansioni di portierato – site specialist dal 1° luglio 2017.

 La pronuncia rappresenta la prima decisione del Tribunale di Roma che, resa in ordine all’operazione di re-internalizzazione delle funzioni di portineria (cd. site specialist) nell’ambito del dipartimento Manteinance & Facilities di Telecom Italia S.p.a., riconosce l’illegittimità di tale trasferimento, poiché disposto dall’azienda in violazione dell’art. 2103 c.c.

In particolare, il Tribunale disattende la tesi sostenuta dall’azienda in ordine all’applicabilità dell’art. 25 CCNL Telecomunicazioni e riconosce espressamente la natura di trasferimento del provvedimento datoriale che, nonostante fosse presso il medesimo comune, ha tuttavia  interessato due diverse unità produttive, anche perché entrambe dotate della necessaria autonomia.

Ciò premesso, il giudice riconosce il demansionamento subito dalla lavoratrice che, inquadrata nel 5° livello contrattuale, a seguito del suddetto trasferimento, è stata invece adibita a svolgere mansioni nettamente inferiori, in quanto riferibili al 2° livello del CCNL di settore; infatti – prosegue il Tribunale – la funzione di portierato (site specialist), al contrario di quanto sostiene Telecom Italia S.p.a., implica lo svolgimento di attività meramente operative, che richiedono conoscenze professionali semplici ed elementari e non prevedono alcun potere decisionale, né l’autonomia propria dei superiori livelli contrattuali (4° e 5° livello CCNL Telecomunicazioni).

Pertanto, il Tribunale, in applicazione del nuovo art. 2103 c.c., dichiara l’illegittimità del provvedimento di assegnazione alle mansioni di site specialist disposto da Telecom Italia S.p.a nei confronti della lavoratrice, in quanto l’azienda, anche nell’astratta ipotesi di un’effettiva modifica degli asseti organizzativi, non avrebbe rispettato la nuova formulazione normativa, che ammette la dequalificazione in via unilaterale per un solo livello inferiore e non per tre, come invece accaduto nella presente vicenda.

Infine, l’ordinanza risulta di rilevante interesse, in quanto riconosce il nesso di causalità tra la patologia ansioso-depressiva della lavoratrice e la condotta di Telecom Italia S,p.a. che non si è limitata a trasferire la dipendente, ma l’ha assegnata a mansioni inferiori.

Con questa pronuncia i giudici del lavoro di Roma, accertando che le mansioni di site specialist sono di 2° livello, sposano integralmente la tesi difensiva avanzata dall’Avv. Salvagni in numerosi ricorsi patrocinati dall’omonimo studio, così aprendo la strada ad altrettante vittorie per i lavoratori.

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VIZIO DI MOTIVAZIONE DEL LICENZIAMENTO: TUTELA DI DIRITTO COMUNE NELLE PICCOLE IMPRESE (PRE JOBS ACT)

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Articolo pubblicato su www.csdnroma.it 

Con sentenza dello 08.02.2018, n. 125, il Tribunale di Latina, in accoglimento del ricorso promosso dal lavoratore, ha escluso la sussistenza del giustificato motivo oggettivo addotto a sostegno del licenziamento intimatogli dalla Equipment & Service S.r.l., ha dichiarato l’inefficacia dello stesso e, conseguentemente, condannato il datore di lavoro a ripristinare il rapporto lavorativo con la ricorrente, nonché al pagamento del risarcimento del danno, liquidato in misura pari alle retribuzioni globali di fatto maturate in circa quattro anni, dalla messa in mora e sino alla sentenza.

 La pronuncia in oggetto si impone all’attenzione sotto un profilo duplice.

In primo luogo, il giudice, nel riconoscere la genericità del richiamo, nella lettera di licenziamento, alla “grave crisi economica” indicata dalla società quale ragione di carattere economico-organizzativo posta a fondamento della soppressione dell’unità lavorativa cui la era addetto il ricorrente, afferma che la società ha del tutto omesso di soddisfare il relativo onere di motivazione specifica nella comunicazione del recesso; infatti, tale onere, in ipotesi di licenziamento intimato per giustificato motivo oggettivo, grava inequivocabilmente sul datore di lavoro.

Precisa il Tribunale che la motivazione del licenziamento deve essere sufficientemente completa e tale da consentire al lavoratore di approntare una difesa adeguata, dovendosi ritenere, in caso contrario, l’equivalenza tra le due diverse fattispecie rappresentate dalla comunicazione eccessivamente generica e l’assoluto difetto della stessa.

 Secondariamente, il Tribunale di Latina, in ragione della “lampante lacuna assertiva della società”, rileva l’inefficacia del suddetto licenziamento, poiché disposto in violazione dell’art. 2, 2°comma, L. n. 604/1966. In particolare, il giudice, nel ritenere la diretta applicabilità della L. n. 604/1966 in quanto l’azienda convenuta impiega meno di quindici dipendenti alle proprie dipendenze, sposa integralmente la tesi difensiva sostenuta dall’Avv. Salvagni, applicando la c.d. “tutela reale di diritto comune” che, sul versante delle conseguenze scaturenti dall’inefficacia del licenziamento, comporta il ripristino del rapporto lavorativo e il pagamento di tutte le retribuzioni maturate medio tempore, anche a titolo di risarcimento del danno.

Come anticipato, la pronuncia rappresenta un precedente importante poiché, a fronte della progressiva diminuzione subita negli ultimi tempi dalle tutele avverso i licenziamenti illegittimi, si pone in senso diametralmente opposto e, grazie al risultato ottenuto dallo studio legale M. Salvagni, apre uno spiraglio per l’effettività della tutela anche per i lavoratori i cui rapporti non sono assistiti dalle garanzie dell’art. 18 (reintegrazione nel posto d lavoro e risarcimento danni).

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VIZIO DI MOTIVAZIONE DEL LICENZIAMENTO: TUTELA DI DIRITTO COMUNE NELLE PICCOLE IMPRESE (PRE JOBS ACT)

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Articolo pubblicato su www.csdnroma.it 

Con sentenza dello 08.02.2018, n. 125, il Tribunale di Latina, in accoglimento del ricorso promosso dal lavoratore, ha escluso la sussistenza del giustificato motivo oggettivo addotto a sostegno del licenziamento intimatogli dalla Equipment & Service S.r.l., ha dichiarato l’inefficacia dello stesso e, conseguentemente, condannato il datore di lavoro a ripristinare il rapporto lavorativo con la ricorrente, nonché al pagamento del risarcimento del danno, liquidato in misura pari alle retribuzioni globali di fatto maturate in circa quattro anni, dalla messa in mora e sino alla sentenza.

 La pronuncia in oggetto si impone all’attenzione sotto un profilo duplice.

In primo luogo, il giudice, nel riconoscere la genericità del richiamo, nella lettera di licenziamento, alla “grave crisi economica” indicata dalla società quale ragione di carattere economico-organizzativo posta a fondamento della soppressione dell’unità lavorativa cui la era addetto il ricorrente, afferma che la società ha del tutto omesso di soddisfare il relativo onere di motivazione specifica nella comunicazione del recesso; infatti, tale onere, in ipotesi di licenziamento intimato per giustificato motivo oggettivo, grava inequivocabilmente sul datore di lavoro.

Precisa il Tribunale che la motivazione del licenziamento deve essere sufficientemente completa e tale da consentire al lavoratore di approntare una difesa adeguata, dovendosi ritenere, in caso contrario, l’equivalenza tra le due diverse fattispecie rappresentate dalla comunicazione eccessivamente generica e l’assoluto difetto della stessa.

 Secondariamente, il Tribunale di Latina, in ragione della “lampante lacuna assertiva della società”, rileva l’inefficacia del suddetto licenziamento, poiché disposto in violazione dell’art. 2, 2°comma, L. n. 604/1966. In particolare, il giudice, nel ritenere la diretta applicabilità della L. n. 604/1966 in quanto l’azienda convenuta impiega meno di quindici dipendenti alle proprie dipendenze, sposa integralmente la tesi difensiva sostenuta dall’Avv. Salvagni, applicando la c.d. “tutela reale di diritto comune” che, sul versante delle conseguenze scaturenti dall’inefficacia del licenziamento, comporta il ripristino del rapporto lavorativo e il pagamento di tutte le retribuzioni maturate medio tempore, anche a titolo di risarcimento del danno.

Come anticipato, la pronuncia rappresenta un precedente importante poiché, a fronte della progressiva diminuzione subita negli ultimi tempi dalle tutele avverso i licenziamenti illegittimi, si pone in senso diametralmente opposto e, grazie al risultato ottenuto dallo studio legale M. Salvagni, apre uno spiraglio per l’effettività della tutela anche per i lavoratori i cui rapporti non sono assistiti dalle garanzie dell’art. 18 (reintegrazione nel posto d lavoro e risarcimento danni).

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JOB CENTER, TPC E MANCATA ASSEGNAZIONE DI LAVORO: CONDANNATA TELECOM ITALIA S.P.A. A RISARCIRE UNA DIPENDENTE DI 7° LIVELLO LASCIATA TOTALMENTE INATTIVA

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con sentenza del 1° marzo 2018, n. 1585, il Tribunale di Roma, sezione Lavoro, in accoglimento del ricorso promosso da una lavoratrice inquadrata nel 7° livello contrattuale, ha accertato il demansionamento dedotto da quest’ultimo, condannando Telecom Italia S.p.a. a risarcire il danno arrecato alla professionalità della ricorrente a causa del suddetto demansionamento.

Nel caso di specie, una dipendente di Telecom Italia S.p.a. inquadrata nel 7° livello contrattuale, dopo aver partecipato a molteplici incontri formativi presso il Job Center aziendale, sito in Via del Pellegrino e Viale Parco de Medici in Roma, è stata trasferita presso il settore Vendite Retail, ove è rimasta totalmente inattiva e sprovvista di mansioni specifiche, anche se formalmente adibita a mansioni di TPC.

Quindi, il giudice ha accolto il ricorso della lavoratrice assistita dallo studio legale Salvagni, accertando il demansionamento subito dalla stessa, che è stata lasciata totalemnte inattiva e priva di reali compiti da svolgere.

In particolare, il giudice ha ritenuto generiche le difese articolate da Telecom Italia S.p.a. che, limitandosi ad affermare la riconducibilità delle mansioni assegnate alla lavoratrice a quelle previste dalla relativa declaratoria contrattuale, non ha soddisfatto l’onere di specifica allegazione che gli spetta per legge.

Pertanto, sulla base di tali premesse, il giudice ha condannato Telecom Italia S.p.a. a risarcire il danno arrecato dall’illegittima condotta datoriale alla professionalità della lavoratrice, liquidandolo in misura pari al 100% della retribuzione per ogni mese di dequalificazione subita dalla ricorrente.

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Il repêchage in mansioni inferiori dopo il Jobs Act: obbligo o facoltà ?

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n. 4/2017

Pdf pubblicazione

Link all'articolo: www.csdnroma.it 

CASSAZIONE CIVILE n. 13379, 26 maggio 2017, Sez. lav. – Pres. Di Cerbo – Est. Patti – P.M. Sanlorenzo (accoglimento),  B.M. (avv.ti Lacagnina, Piccinino) c. M.D. S.r.l. (avv.ti, Magrini, Pisa, Cantone).

Diff. Corte di Appello di Venezia del 16 gennaio 2014.

 

Lavoro (Rapporto di) – Licenziamento individuale - Giustificato motivo oggettivo – art. 3, legge 15 luglio 1966, n. 604 – Soppressione posto di lavoro – Obbligo di repêchage – Mansioni inferiori promiscue - Illegittimità del licenziamento.

In caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, l’obbligo di repêchage a carico del datore di lavoro deve estendersi alla verifica della possibilità di adibizione del lavoratore a mansioni inferiori se il dipendente esercitava, promiscuamente alle mansioni soppresse, anche compiti non riconducibili alla propria qualifica, sebbene in misura minore.

 

Il repêchage in mansioni inferiori dopo il Jobs Act: obbligo o facoltà ?

La modifica della norma sullo ius variandi (articolo 2103 c.c., come novellato dal D.Lgs. n. 81 del 2015) ha inevitabili ricadute anche sull’obbligo di repêchage che, proprio in virtù delle nuove disposizioni, risulta sicuramente dilatato sia in senso orizzontale che verticale, dovendo tale obbligo avere, come parametro di riferimento, non solo tutte le mansioni riferibili al livello di inquadramento del dipendente ma anche quelle di livello inferiore.

Sino all’entrata in vigore del citato decreto, l’orientamento giurisprudenziale in tema di repêchage in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo è stato condizionato dal principio dell’equivalenza ex art. 2103 c.c. e, in un certo senso, “imbrigliato” dall’inderogabilità delle disposizioni ivi contenute (la nullità dei patti contrari) e, quindi, dal limite legale posto dal rispetto del bagaglio professionale del prestatore. Su tale limite, ritenuto invalicabile, si era quindi fondato il prevalente indirizzo giurisprudenziale che riteneva ammissibile l’obbligo di ricollocamento del lavoratore solo con riferimento in posizioni di lavoro equivalenti (in tal senso, ex multis: Cass. 12.2.2014, n. 3224, in NGL, 2014, 522; Cass. 8.11.2013 n. 25197, in LG, 2014, 181; Cass., 1.8.2013, n. 18416, in Mass. giur. lav., 2014, 1/2, 35. Cass., 23.6.2005, n. 13468, in Orient. giur. lav., 2005, 647).

...

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GRAVE DEQUALIFICAZIONE PROFESSIONALE AL DAC (ex CSA) ANCHE ALLA LUCE DEL NUOVO ART. 2103 C.C.: TELECOM ITALIA S.P.A. RISARCIRÀ LA LAVORATRICE INQUADRATA NEL 7° LIVELLO E ILLEGITTIMAMENTE ADIBITA AD ATTIVITÀ DI DATA ENTRY (2° LIVELLO)

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con sentenza del 28 febbraio 2018, n. 1531, il Tribunale di Roma, Sezione Lavoro, ha accolto il ricorso promosso da una lavoratrice e, nell’accertare il grave demansionamento subito da quest’ultima a far data dall’agosto 2012, ha ordinato a Telecom Italia S.p.a. di adibirla alle mansioni del proprio livello di inquadramento, ovvero il 7° livello contrattuale; in ultimo, ha condannato la società resistente a risarcire il danno arrecato alla professionalità della ricorrente a causa del suddetto demansionamento.

Il caso di specie muove dal ricorso promosso da una dipendente di Telecom Italia S.p.a. che, a seguito di un precedente giudizio in cui era stata accertata la dequalificazione professionale, ha continuato ad essere adibita a mansioni inferiori, nonostante il Tribunale di Roma, con la precedente decisione, avesse ordinato a Telecom Italia S.p.a. di riassegnarla a mansioni confacenti al proprio bagaglio professionale, comunque riconducibili al 7° livello contrattuale.

Al contrario, la lavoratrice, a seguito della vittoria conseguita nel precedente giudizio, è stata trasferita presso il settore CSA (ora DAC), destinato a supportare il customer care aziendale, e, in quella sede, è stata adibita a svolgere semplici compiti d’ufficio e data entry.

In particolare, sulla base dell’istruttoria testimoniale espletata, il giudice, confrontando le relative declaratorie contrattuali, ha accertato che le mansioni di inserimento dati per la pubblicazione di film (come, ad esempio, il titolo, i registi e gli attori dei film) in apposite maschere del programma, sono riferibili al 2° livello e, in quanto tali, risultano nettamente inferiori a quelle riconducibili al 7° livello di appartenenza delle lavoratrice che, in precedenza, svolgeva la funzione di Responsabile Commerciale (successivamente denominata KAM-Key Account Manager) e gestiva, autonomamente e in tutte le fasi del ciclo di vendita, un portafoglio clienti di rilevante importanza, interfacciandosi direttamente con la clientela e curando personalmente le trattative.

Pertanto, il giudice, anche in ragione dell’eccessivo divario tra le mansioni di appartenenza della ricorrente (7° livello) e quelle a cui la stessa è stata assegnata (2° livello) – inferiori di ben cinque livelli contrattuali rispetto alle prime – ha ritenuto gravemente illegittima la condotta datoriale che, in quanto tale, integra una violazione del disposto dell’art. 2103 c.c., nella formulazione ante e post riforma; infatti, il testo novellato in vigore dal 25 giugno 2015 prevede la possibilità di assegnare il lavoratore a mansioni inferiori solo in caso di modifica degli assetti organizzativi aziendali e, comunque, con il limite di un solo livello inferiore a quello contrattualmente posseduto.

Il Tribunale ha riconosciuto la natura elementare e ripetitiva delle attività di inserimento dati svolta dalla ricorrente, confermata dall’utilizzo di procedure e metodologie standardizzate del tutto incompatibili con i requisiti di autonomia e discrezionalità tipici delle attività di cui alla declaratoria di 7° livello contrattuale posseduto dalla lavoratrice; pertanto, ha disposto la riassegnazione della stessa a mansioni riconducibili al proprio livello contrattuale di appartenenza.

In ultimo, il giudice ha accertato il danno professionale subito dalla dipendente e, nel liquidare l’importo complessivo del risarcimento, ha considerato non soltanto la durata del demansionamento e il tipo di professionalità colpita (particolarmente elevata nel caso di specie), ma soprattutto l’inadempimento di Telecom Italia S.p.a. alla precedente sentenza resa a favore della lavoratrice.

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ACCERTAMENTO DI SOMMINISTRAZIONE DI LAVORO IRREGOLARE E CONSEGUENTE TRASFORMAZIONE DEL RAPPORTO DI LAVORO A TEMPO INDETERMINATO: IL TRIBUNALE DI ROMA CONDANNA EUROSANITÀ S.p.A.

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 9783 del 29.11.2017, ha condannato la società per azioni Eurosanità alla riammissione in servizio di una lavoratrice per la quale è stata accertata l’irregolarità di una serie di contratti di somministrazione.

Le ragioni poste alla base della pronuncia del Giudice attengono a due diversi profili di illegittimità.

Il primo risiede nel mancato assolvimento dell’onere della prova (che si ricorda essere totalmente a carico del datore di lavoro) relativamente alla produzione del documento di valutazione dei rischi. Infatti, la convenuta si è limitata a produrre in giudizio solo i modelli informativi sui rischi che vengono allegati ai singoli contratti di somministrazione, ossia quelli sottoscritti dal lavoratore direttamente con l’Agenzia del lavoro; tali moduli prestampati, non corrispondendo al documento di valutazione dei rischi non possono integrare la condizione di liceità richiesta dall’art. 20, comma 5, del D. Lgs. 276/2003.

Il secondo attiene, invece, alla estraneità delle mansioni fatte espletare alla ricorrente rispetto a quelle, diverse ed ulteriori, descritte dalle causali inserite nei contratti di somministrazione. In particolare, deve evidenziarsi come i suddetti contratti via via stipulati dalle parti presentavano causali descrittive facenti riferimento a ragioni di carattere organizzativo e che, alla luce delle risultanze istruttorie, il Tribunale di Roma ha ritenuto non rispondenti con i compitile svolti dalla lavoratrice.

Per le ragioni sopra esposte, il Giudice ha quindi condannato la società, oltre che alla suddetta riammissione in servizio, anche al pagamento in favore della lavoratrice di un’indennità risarcitoria commisurata sulla ultima retribuzione globale di fatto.

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Corso di Diritto del Lavoro

Slides intervento Avv. Michelangelo Salvagni

L'avvocato Michelangelo Salvagni, esperto di diritto del lavoro, interverrà a proposito del tema del licenziamento nella giurisprudenza nel quadro di un importante corso e ciclo di conferenze promosso dallo Studio Legale Santini sul diritto del lavoro.

Gli incontri, che si terranno nei pomeriggi di lunedi 11, venerdi 15 e lunedi 18 dicembre 2017 presso l'Aula del Collegio Leoniano in Via Pompeo Magno 21, affronteranno anche le questioni del demansionamento e del mobbing e tratteranno le novità legislative del 2017.

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IL TRIBUNALE DI LATINA REINTEGRA LA LAVORATRICE IN MATERNITÀ VITTIMA DI UN LICENZIAMENTO DISCIPLINARE: LA GIUSTA CAUSA È INESISTENTE

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Link all'articolo: www.latina24ore.itwww.buongiornolatina.itwww.latinaoggi.euwww.mobile.ilcaffe.tv  

Il Tribunale di Latina, con ordinanza n. 11863 del 31.10.2017, ha accolto il ricorso promosso da una lavoratrice madre che era stata licenziata durante il primo anno di vita del figlio, condannando la società alla reintegrazione della medesima nonché al pagamento di tutte le retribuzioni dal giorno dell’illegittimo licenziamento a quello di effettiva reintegra.

In questa particolare vicenda, la società ha proceduto a licenziare la dipendente durante il periodo di maternità adducendo quale ragione posta alla base del recesso una presunta grave condotta della lavoratrice che sarebbe stata posta in essere, tuttavia, addirittura in un periodo antecedente a quello in cui la medesima aveva comunicato lo stato di gravidanza.

Infatti, la asserita giusta causa posta dalla società a fondamento del provvedimento disciplinare è stata ritenuta dal Giudice del tutto insussistente in quanto generica e totalmente sfornita di prova. A tal proposito, il Tribunale di Latina ha accertato che la società non ha in alcun modo provato, come sarebbe stato suo onere, né la colpa grave della lavoratrice (che si limitava ad eseguire le direttive dei propri responsabili), né il fatto in sé oggetto di contestazione, essendo la documentazione prodotta dalla resistente del tutto priva di rilevanza probatoria.

Pertanto, il Tribunale ha dichiarato la radicale nullità del licenziamento in quanto contrario ad uno specifico ed inderogabile divieto normativo, che non consente il licenziamento della lavoratrice madre nel primo anno di vita del bambino, a meno che non venga dimostrata una colpa grave della medesima.

La pronuncia in questione rappresenta certamente una conferma della centralità e dell’importanza dei diritti fondamentali dell’individuo, dei valori assoluti e primari della maternità e della famiglia che sono sanciti dalla Carta Costituzionale e che sono difesi da specifiche disposizioni normative inderogabili.

Il Tribunale di Latina, quindi, disponendo la reintegrazione della lavoratrice nel precedente posto di lavoro con diritto a percepire tutte le retribuzioni dalla data del licenziamento ad oggi, ha impedito al datore di lavoro di utilizzare una “fittizia” giusta causa per evadere una chiara e inderogabile norma di legge.

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ALMAVIVA: REINTEGRATO IL 154ESIMO LAVORATORE PER VIOLAZIONE DEI CRITERI DI SCELTA. La mancata comparazione rivela la volontà discriminatoria

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Roma, con ordinanza n. 108215 del 17 novembre 2017, ha reintegrato un altro dipendente di Almaviva (difeso da questo Studio Legale) che era stato estromesso a seguito della ormai nota procedura di licenziamento collettivo conclusasi nel dicembre del 2016, condannando la società al pagamento di tutte le retribuzioni dal giorno del recesso a quello di effettiva reintegra.

Come già abbondantemente riportato dai maggiori media nazionali, il Giudice ha accertato – in questa ordinanza, come in quelle del giorno precedente (vedi La Repubblica del 17/112017 e Il Fatto Quotidiano del 17/11/2017) – l’illegittimità del licenziamento a seguito della mancata effettuazione della comparazione dei lavoratori su tutto il complesso aziendale poiché, senza reali giustificazioni, la società ha proceduto ad un irragionevole ed irrazionale restringimento del perimetro aziendale sul quale applicare i criteri legali per la collocazione in mobilità.

In sostanza, ed è questo il motivo che rende illegittimo il licenziamento secondo la prospettazione del Tribunale di Roma, si sono scelti i lavoratori da estromettere comparando soltanto quelli della sede di Roma e non anche quelli impiegati nelle altre sedi sparse su tutto il territorio nazionale, violando con tale scelta l’art. 5 della legge 223/1991.

Il Tribunale di Roma, inoltre, ha rilevato la natura discriminatoria della scelta operata dalla società di licenziare i soli lavoratori addetti alla sede di Roma in quanto i medesimi non avevano accettato il taglio delle retribuzioni e del tfr, proposto, invece, anche per il tramite dei sindacati, quale misura alternativa al licenziamento stesso. Sul punto, scrive il Giudice che “… appare evidente che tale scelta, ..., si risolve in una vera e propria illegittima discriminazione: chi non accetta di vedersi abbattere la retribuzione (a parità di orario e di mansioni) e lo stesso tfr, in spregio dell’art. 2103 cod. civ., dell’art. 36 Cost. e di numerosi altri precetti costituzionali ancora vigenti, viene licenziato e chi accetta viene invece salvato. Un messaggio davvero inquietante anche per il futuro e che si traduce comunque in una condotta illegittima perché attribuisce valore decisivo ai fini della scelta dei lavoratori da licenziare, pur se tramite lo schermo dell’accordo sindacale, ad un fattore (il maggiore costo del personale di una certa sede rispetto ad altre) che per legge è invece del tutto irrilevante a questo fine”.

Il Giudice ha quindi dichiarato l’illegittimità del licenziamento ritenendo violati i criteri legali di scelta, nello specifico per la mancata comparazione dei lavoratori licenziati sull’intero complesso aziendale.

L’azienda, pertanto, pensando di trovare un giusto riparo grazie allo “scudo” dell’accordo sindacale, ha illegittimamente licenziato i lavoratori colpevoli di non aver accettato tale aberrante compromesso.

Il criterio posto alla base del licenziamento collettivo, ossia quello di limitare la procedura ai soli dipendenti della sede di Roma, senza considerare l’eventuale fungibilità delle mansioni espletate dai medesimi e quindi la loro collocazione presso le altre sedi site sul territorio nazionale, viola i criteri di scelta così come previsti dalla legge.

Nulla hanno potuto dimostrare le giustificazioni che la società ha posto a fondamento della scelta di limitare la procedura ai soli dipendenti della sede di Roma, sia in tema di infungibilità, sia a in tema di distanza geografica o per generiche e non provate esigenze organizzative, essendo evidente che l’unico tratto distintivo tra la sede romana e le altre era il maggior costo del lavoro a causa del diniego al taglio salariale.

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LICENZIATO DALL’AGENZIA DI SOMMINISTRAZIONE PER UNA PRESUNTA “MANCANZA DI OCCASIONI DI LAVORO”: il Tribunale di Roma, condanna Randstad alla reintegra del lavoratore

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Ordinanze concernenti la causa pubblicate su:

 Lavoro e previdenza oggi, n. 5/6 2016, a cura di Paolo De Marco

 Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n. 2/2016, a cura di Lorenzo Giasanti

 Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n.2/2017

CDSN Roma 

Il Tribunale di Roma, con sent. n. 8106/17 del 5.10.2017, ha confermato la precedente ordinanza dello stesso Tribunale, con la quale l’Agenzia di somministrazione era stata condannata a reintegrare un lavoratore licenziato per giustificativo motivo, basato su un’asserita perdurante “mancanza di occasioni di lavoro”.

In questa vicenda, come anche in altra analoga fattispecie decisa precedentemente dal Tribunale di Velletri (e patrocinata sempre da questo studio, cfr. ord. n. 12411/16 del 29.07.2016, est. Falcione), il lavoratore, terminata la missione presso la società utilizzatrice cui era stato destinato, veniva collocato in disponibilità per “mancanza di occasioni di lavoro” e, in seguito, licenziato per il perdurare delle suddette condizioni.

Nella controversia sottoposta alla cognizione del Tribunale di Roma (decisa positivamente per il lavoratore sia nella fase sommaria Fornero sia in quella di opposizione), il ricorrente, che era stato somministrato come addetto al call center e back office presso una società del settore automotive, impugnava il licenziamento intimato dall’Agenzia di Lavoro (per giustificato motivo oggettivo) al termine della procedura dell’art. 25 del CCNL di settore, in ragione della insussistenza di nuove occasioni           di         lavoro. Il lavoratore deduceva che – durante il periodo di collocazione in disponibilità e prima del licenziamento – si fossero invece concretizzate occasioni di lavoro presso altre società utilizzatrici, dalle quali era stato incomprensibilmente escluso. Nel corso del giudizio emergeva che, nel periodo di durata della procedura di riqualificazione di cui all’art. 25 del CCNL di settore, l’Agenzia di Lavoro avesse somministrato almeno una risorsa ad aziende del settore automotive per l’espletamento di mansioni sostanzialmente omogenee rispetto a quelle che il lavoratore aveva svolto finché era stato occupato senza però prospettarle al ricorrente. Dall’istruttoria compiuta risultava inoltre escluso che, per candidarsi a ricoprire la posizione in questione, fosse necessario il possesso di un specifico requisito professionale, non ravvisandosi alcuna ragione della mancata prospettazione al lavoratore di detta occasione di lavoro.

Il Giudice, in considerazione del fatto che il licenziamento impugnato identificava quale motivazione la perdurante mancanza di occasioni di lavoro al termine della procedura prevista dall’art. 25 del CCNL di settore, dichiarava insussistente il fatto posto a base del licenziamento e disponeva l’applicazione della tutela reintegratoria, con condanna del datore di lavoro al pagamento di un’indennità pari a 12 mensilità.
Il Tribunale di Roma, confermando quando deciso all’esito della prima “Fase Fornero”, non ha, pertanto, ritenuto sufficiente per la legittimità del licenziamento che l’Agenzia del Lavoro avesse attivato la procedura dell’art. 25 del CCNL di settore e che avesse atteso il decorso del termine di durata di essa prima di procedere alla intimazione del licenziamento, ritenendo invece necessario, al fine di accertare l’illegittimità del recesso, operare una verifica di tipo sostanziale circa l’effettiva “mancanza di occasioni di lavoro”.

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LICENZIATO DALL’AGENZIA DI SOMMINISTRAZIONE PER UNA PRESUNTA “MANCANZA DI OCCASIONI DI LAVORO”: il Tribunale di Roma, condanna Randstad alla reintegra del lavoratore

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Ordinanze concernenti la causa pubblicate su:

 Lavoro e previdenza oggi, n. 5/6 2016, a cura di Paolo De Marco

 Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n. 2/2016, a cura di Lorenzo Giasanti

 Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n.2/2017

CDSN Roma 

Il Tribunale di Roma, con sent. n. 8106/17 del 5.10.2017, ha confermato la precedente ordinanza dello stesso Tribunale, con la quale l’Agenzia di somministrazione era stata condannata a reintegrare un lavoratore licenziato per giustificativo motivo, basato su un’asserita perdurante “mancanza di occasioni di lavoro”.

In questa vicenda, come anche in altra analoga fattispecie decisa precedentemente dal Tribunale di Velletri (e patrocinata sempre da questo studio, cfr. ord. n. 12411/16 del 29.07.2016, est. Falcione), il lavoratore, terminata la missione presso la società utilizzatrice cui era stato destinato, veniva collocato in disponibilità per “mancanza di occasioni di lavoro” e, in seguito, licenziato per il perdurare delle suddette condizioni.

Nella controversia sottoposta alla cognizione del Tribunale di Roma (decisa positivamente per il lavoratore sia nella fase sommaria Fornero sia in quella di opposizione), il ricorrente, che era stato somministrato come addetto al call center e back office presso una società del settore automotive, impugnava il licenziamento intimato dall’Agenzia di Lavoro (per giustificato motivo oggettivo) al termine della procedura dell’art. 25 del CCNL di settore, in ragione della insussistenza di nuove occasioni           di         lavoro. Il lavoratore deduceva che – durante il periodo di collocazione in disponibilità e prima del licenziamento – si fossero invece concretizzate occasioni di lavoro presso altre società utilizzatrici, dalle quali era stato incomprensibilmente escluso. Nel corso del giudizio emergeva che, nel periodo di durata della procedura di riqualificazione di cui all’art. 25 del CCNL di settore, l’Agenzia di Lavoro avesse somministrato almeno una risorsa ad aziende del settore automotive per l’espletamento di mansioni sostanzialmente omogenee rispetto a quelle che il lavoratore aveva svolto finché era stato occupato senza però prospettarle al ricorrente. Dall’istruttoria compiuta risultava inoltre escluso che, per candidarsi a ricoprire la posizione in questione, fosse necessario il possesso di un specifico requisito professionale, non ravvisandosi alcuna ragione della mancata prospettazione al lavoratore di detta occasione di lavoro.

Il Giudice, in considerazione del fatto che il licenziamento impugnato identificava quale motivazione la perdurante mancanza di occasioni di lavoro al termine della procedura prevista dall’art. 25 del CCNL di settore, dichiarava insussistente il fatto posto a base del licenziamento e disponeva l’applicazione della tutela reintegratoria, con condanna del datore di lavoro al pagamento di un’indennità pari a 12 mensilità.
Il Tribunale di Roma, confermando quando deciso all’esito della prima “Fase Fornero”, non ha, pertanto, ritenuto sufficiente per la legittimità del licenziamento che l’Agenzia del Lavoro avesse attivato la procedura dell’art. 25 del CCNL di settore e che avesse atteso il decorso del termine di durata di essa prima di procedere alla intimazione del licenziamento, ritenendo invece necessario, al fine di accertare l’illegittimità del recesso, operare una verifica di tipo sostanziale circa l’effettiva “mancanza di occasioni di lavoro”.

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Il Tribunale di Latina condanna le Fonderie Pontine Catis a reintegrare lavoratrice licenziata pretestuosamente durante la maternità

da Buongiorno Latina del 17/11/2017

Link all'articolo: www.buongiornolatina.it 

Il Tribunale di Latina accoglie la tesi difensiva dell’Avv. Michelangelo Salvagni, legale della FIOM- CGIL di Latina che ha patrocinato la causa di una lavoratrice licenziata in quanto madre di un bambino di appena 6 mesi e, quindi, fraudolentemente licenziata dall’azienda per una presunta giusta causa in base ad una ragione che il Giudice ha ritenuto non veritiera e, quindi, pretestuosa. Il Tribunale ha, pertanto, ritenuto il recesso radicalmente nullo in quanto contrario ad uno specifico ed inderogabile divieto normativo, che non consente il licenziamento della lavoratrice madre nel primo anno di vita del bambino.

La presunta giusta causa posta dalla società a fondamento del recesso ed oggetto della contestazione disciplinare è stata, quindi, ritenuta dal Giudice del tutto insussistente in quanto generica e totalmente sfornita di prova. A tal proposito, il Tribunale ha accertato che la società non ha in alcun modo provato, come sarebbe stato suo onere, né la colpa grave della lavoratrice, né il fatto in sé oggetto di contestazione, essendo anche la documentazione prodotta dalla società a supporto del recesso in realtà sfornita di valenza probatoria ai fini della dimostrazione dei fatti addebitati alla lavoratrice.

Il Tribunale di Latina ha ordinato alla società la reintegra della lavoratrice (oggi ancora disoccupata e con un bimbo di un anno e 10 mesi) nel precedente posto di lavoro, condannando l’azienda al pagamento in favore della stessa di tutte le retribuzioni dalla data del licenziamento ad oggi.
La vicenda esaminata dal Tribunale di Latina maschera configura l’ennesimo attacco ai diritti fondamentali del lavoratore ed ai valori assoluti e primari della maternità e della famiglia, garantiti dalla Carta Costituzionale, tramite un fittizio e pretestuoso licenziamento attuato al solo scopo di espellere la lavoratrice in quanto divenuta madre e, quindi, risorsa potenzialmente meno produttiva.

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Latina. Mamma reintegrata dopo licenziamento in maternità

da Latina Oggi Editoriale del 18/11/2017

Link all'articolo: www.latinaoggi.eu 

Era andata in maternità e quando è tornata al lavoro dopo un periodo di inattività e un trasferimento in un ufficio che aveva tutte le sembianze di un container senza strumenti di lavoro a partire dal computer, era stata licenziata. Arrivederci e tanti saluti. 

Una donna di 34 anni, nata a Latina, mamma di un bambino che adesso ha quasi due anni, è stata reintegrata dal giudice della sezione lavoro di via Fabio Filzi di Latina. Il magistrato Michela Francorsi ha dato ragione alla donna, difesa in questo procedimento dall'avvocato Michelangelo Salvagni e ha emesso nei giorni scorsi un ordinanza Fornero e ha condannato le Fonderie Pontine Catis al reintegro della lavoratrice che era stata licenziata durante la maternità. 
I fatti contestati sono avvenuti nell'estate del 2016 quando la donna dopo il parto e dopo che è tornata al lavoro ha trovato il suo posto occupato: c'è un altro dipendente che ricopre le sue stesse mansioni e così capisce che qualcosa è cambiato. Dall'azienda le dicono che la sua professionalità in questo momento non serve e viene spostata in un'altra zona dell'azienda dove resta di fatto inattiva.

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Latina. Reintegrata lavoratrice. Il Tribunale annulla licenziamento

da Il Caffè.tv Mobile del 18/11/2017

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Il Tribunale di Latina ha annullato il licenziamento di una donna, “colpevole” di essere madre di un bambino di 6 mesi: il Giudice ha accolto la tesi difensiva dell’Avv. Michelangelo Salvagni, legale della Fiom-Cgil di Latina che ha patrocinato la causa dela lavoratrice licenziata, che riteneva “pretestuosa” la presunta giusta causa dell'allontameamento, soprattutto perché senza prove.

Il Tribunale ha, pertanto, ritenuto il recesso radicalmente nullo in quanto contrario ad uno specifico ed inderogabile divieto normativo, che non consente il licenziamento della lavoratrice madre nel primo anno di vita del bambino. Il Tribunale ha accertato che la società non ha in alcun modo provato, come sarebbe stato suo onere, né la colpa grave della lavoratrice, né il fatto in sé oggetto di contestazione, “essendo anche la documentazione prodotta dalla società a supporto del recesso in realtà sfornita di valenza probatoria ai fini della dimostrazione dei fatti addebitati alla lavoratrice”, spiega Tiziano Maronna della Cgil. Il Tribunale di Latina ha ordinato alla società la reintegra della lavoratrice (oggi ancora disoccupata e con un bimbo di un anno e 10 mesi) nel precedente posto di lavoro, condannando l’azienda al pagamento in favore della donna di tutte le retribuzioni dalla data del licenziamento ad oggi. ”La vicenda esaminata dal Tribunale di Latina maschera configura l’ennesimo attacco ai diritti fondamentali del lavoratore ed ai valori assoluti e primari della maternità e della famiglia, garantiti dalla Carta Costituzionale, tramite un fittizio e pretestuoso licenziamento attuato al solo scopo di espellere la lavoratrice in quanto divenuta madre e, quindi, risorsa potenzialmente meno produttiva”, conclude Maronna.

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Licenziata dalle Fonderie Pontine Brevetti Catis dopo essere diventata mamma. Il giudice di Latina ordina il reintegro

da Latina 24 ore.it del 17/11/2017

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Viene licenziata dopo essere diventata mamma, ma il giudice la reintegra. Il Tribunale di Latina ha accolto la tesi difensiva dell’avvocato Michelangelo Salvagni, legale della FIOM-CGIL di Latina che ha patrocinato la causa di una lavoratrice licenziata quando il suo bambino aveva appena 6 mesi. L’azienda aveva indicato una giusta causa per motivare il licenziamento, una ragione che il giudice ha ritenuto non veritiera e, quindi, pretestuosa.

“Il Tribunale – si legge in una nota del sindacato – ha, pertanto, ritenuto il recesso radicalmente nullo in quanto contrario ad uno specifico ed inderogabile divieto normativo, che non consente il licenziamento della lavoratrice madre nel primo anno di vita del bambino. La presunta giusta causa posta dalla società a fondamento del recesso ed oggetto della contestazione disciplinare è stata, quindi, ritenuta dal Giudice del tutto insussistente in quanto generica e totalmente sfornita di prova. A tal proposito, il Tribunale ha accertato che la società non ha in alcun modo provato, come sarebbe stato suo onere, né la colpa grave della lavoratrice, né il fatto in sé oggetto di contestazione, essendo anche la documentazione prodotta dalla società a supporto del recesso in realtà sfornita di valenza probatoria ai fini della dimostrazione dei fatti addebitati alla lavoratrice”.

Il Tribunale di Latina ha ordinato alla società Fonderie Pontine Brevetti Catis la reintegra della lavoratrice (oggi ancora disoccupata e con un bimbo di un anno e 10 mesi) nel precedente posto di lavoro, condannando l’azienda al pagamento in favore della stessa di tutte le retribuzioni dalla data del licenziamento ad oggi.

“La vicenda esaminata dal Tribunale di Latina – scrive il sindacato – maschera configura l’ennesimo attacco ai diritti fondamentali del lavoratore ed ai valori assoluti e primari della maternità e della famiglia, garantiti dalla Carta Costituzionale, tramite un fittizio e pretestuoso licenziamento attuato al solo scopo di espellere la lavoratrice in quanto divenuta madre e, quindi, risorsa potenzialmente meno produttiva”.

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L'interpretazione costituzionalmente orientata in materia di trasferimento del lavoratore che assiste il soggetto affetto da disabilità non grave

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n. 2/2017

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CASSAZIONE, 12.12.2016, n. 25379 - Pres. Nobile, Est. Bronzini, P.M. Sanlorenzo (rigetto) – L.S.  (avv.ti Arrotta, Colucci) c. Capgemini Italia S.p.a. (avv.ti Zucchinali, Favalli)

Diff. Corte Appello Roma, 19.02.14

 

Disabilità – Richiesta di benefici ex art. 33, comma 5, l. n. 104 del  1992 per assistenza a disabile – Non gravità dell’handicap - Trasferimento nelle more dell’accertamento della situazione di handicap grave per il disabile – Rifiuto al trasferimento - Licenziamento disciplinare – Diritto a non essere trasferiti anche quando non vi sia disabilità grave - Illegittimità del trasferimento.

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Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo e l'obbligo di repêchage anche in mansioni inferiori nell'interpretazione dottrinale e giurisprudenziale prima e dopo il Jobs Act

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Lavoro e Previdenza Oggi, n. 5/6 2017

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Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo: brevi cenni. – 2. La nozione di licenziamento per giustificato motivo nell’elaborazione dottrinale e giurisprudenziale: i concetti di costo contabile e costo-opportunità – 3. Il controllo giudiziale sull’effettività del licenziamento per motivo oggettivo. – 3.1. Segue. Problematiche sui limiti del controllo giudiziale sull’effettività della ragione del recesso: la querelle sul licenziamento per mere esigenze di profitto. – 4. Il licenziamento per g.m.o. quale extrema ratio funzionalmente connessa all’obbligo di repêchage nell’interpretazione dottrinale e giurisprudenziale.– 5. La recente giurisprudenza della Corte di Cassazione sull’obbligo di repêchage quale elemento costitutivo della fattispecie del licenziamento per g.m.o.: l’onere della prova esclusivamente a carico del datore di lavoro e conseguenze sanzionatorie – 6. L’obbligo di repêchage anche in mansioni inferiori ai fini della conservazione del posto di lavoro alla luce del Jobs Act (le modifiche del D.Lgs. n. 81 del 2015). – 6.1. Evoluzione normativa e giurisprudenziale del repêchage in mansioni inferiori prima del D.Lgs. n. 81 del 2015 e la ripartizione dell’onere della prova. – 6.2. L’art. 2103 c.c. a seguito delle modifiche del D.Lgs. n. 81 del 2015: il superamento della regola dell’equivalenza, l’ammissibilità della dequalificazione professionale e dei patti di declassamento. – 6.3. L’art. 2103 c.c. riformato e il repêchage anche in mansioni inferiori nell’interpretazione della dottrina: obbligo o facoltà per il datore di lavoro? – 6.4. L’esegesi giurisprudenziale dopo il Jobs Act: sussistenza di un obbligo di repêchage del lavoratore anche in mansioni inferiori.

 

Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo: brevi cenni.

L’analisi dell’istituto del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, così come l’individuazione della sua nozione, non può prescindere da un inquadramento normativo della fattispecie che collochi la stessa all’interno delle norme generali dettate in tema di licenziamento dal Codice Civile e di quelle specifiche relative alla materia del licenziamento per giusta causa e giustificato motivo definite, principalmente, dalla Legge 15 luglio 1966, n. 604.

In primo luogo è opportuno effettuare un breve excursus delle norme codicistiche, partendo dall’art. 2118 c.c. che – all’interno del Libro V del Codice – disegna il confine del recesso dal contratto di lavoro a tempo indeterminato stabilendo che “ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto di lavoro a tempo indeterminato, dando preavviso nel termine e nei modi stabiliti, dagli usi o secondo equità”. Precisa, inoltre, tale articolo che “in mancanza di preavviso, il recedente è tenuto verso l’altra parte a un’indennità equivalente all’importo della retribuzione[1] che sarebbe spettata per il periodo di preavviso. La stessa indennità è dovuta dal datore di lavoro nel caso di cessazione del rapporto per morte del prestatore di lavoro”.

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GRAVE DEQUALIFICAZIONE PROFESSIONALE: Telecom deve risarcire il lavoratore che era stato illegittimamente adibito ad attività di "ull" e "tipizzazioni"

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Roma, Sezione Lavoro, con la sentenza n. 8311/2017 del 30.10.2017, ha condannato la società Telecom Italia S.p.A. a risarcire un suo dipendente a seguito di un accertato periodo di demansionamento professionale pari a circa 36 mesi e di ben tre livelli inferiori (dal V al II livello), dichiarando il diritto del lavoratore ad essere adibito a mansioni equivalenti a quelle svolte precedentemente al demansionamento e, in ogni caso, riconducibili al proprio V livello di inquadramento contrattuale.

La vicenda in questione si incentra sulle attività svolte dal lavoratore a partire dall’ottobre del 2012 in poi quando la società datrice di lavoro ha provveduto ad assegnare al suddetto dipendente, nell’ambito del customer care e del back office, compiti relativi alle attività di “ULL” e “Tipizzazioni” (consistenti, la prima, nel contattare telefonicamente il cliente in base ad un elenco di domande predefinite e, la seconda, nell’inserimento di dati in una maschera a video scegliendo tra opzioni standard di un menu a tendina).

In particolare, il Giudice ha accertato che tali mansioni sono riferibili al II livello e, quindi, non riconducibili alla declaratoria contrattuale del V livello del CCNL telecomunicazioni, ossia quello posseduto dal ricorrente e non equivalenti a quelle svolte in precedenza (prima del 2012) di tipo specialistico con qualifica di “Project Manager in ambito progettazione di rete.

Tale condotta datoriale, consistente nell’adibizione a mansioni inferiori riconducibili al II livello e, quindi, di tre livelli inferiori rispetto a quello contrattualmente previsto, risulta illegittima sia alla luce del testo dell’art. 2103 c.c. ante riforma, sia alla luce di quello novellato (in vigore dal 25 giugno 2015) che prevede la possibilità di assegnare il lavoratore a mansioni inferiori solo in caso di modifica degli assetti organizzativi aziendali e, comunque, con il limite di un solo livello inferiore a quello contrattualmente posseduto.

Il Giudice ha riconosciuto, infatti, la natura elementare e ripetitiva delle attività di “ULL” e “Tipizzazioni” a cui era stato adibito il lavoratore, confermata dall’utilizzo di procedure e metodologie standardizzate incompatibili con i requisiti di autonomia e discrezionalità tipici delle attività di cui alla declaratoria di V livello contrattuale posseduto del lavoratore.

Il Giudice sul punto ha dichiarato che le mansioni svolte dall’ottobre del 2012 in poi fossero “ben lontane dai compiti specialistici ad elevata tecnicalità, connotati da significativa autonomia e decisionalità e richiedenti capacità professionali e gestionali correlate ad elevate conoscenze specialistiche”, condannando la Telecom al risarcimento del danno professionale in favore del dipendente. Il Tribunale di Roma ha disposto l’adibizione del lavoratore a mansioni riconducibili al V livello contrattuale di appartenenza.

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CONDANNATA LA TELECOM: il Tribunale di Roma riconosce il diritto del lavoratore all'inquadramento al superiore VI livello e al conseguente trattamento retributivo

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Roma, Sezione Lavoro, con la sentenza n. 8574/2017 del 20.10.2017, ha riconosciuto il diritto di un lavoratore ad essere inquadrato nel VI livello del CCNL Telecomunicazioni e ha condannato la Telecom Italia S.p.A. al conseguente pagamento delle differenze retributive per tutto il periodo in cui ha accertato che il lavoratore ha svolto mansioni superiori.

Nel caso di specie, il dipendente – inquadrato nel V livello del CCNL Telecomunicazioni – ha dimostrato, in base alle deduzioni del ricorso confermate dall’escussione dei testi in corso di causa, di aver svolto mansioni riconducibili alla declaratoria di VI livello del contratto collettivo.

Il Giudice ha, pertanto, ritenuto sussistenti i requisiti tipici del superiore VI livello; in particolare, è emerso con chiarezza che le mansioni svolte dal ricorrente comportavano facoltà di iniziativa e decisionale nei limiti delle direttive generali impartite, con esplicazione di funzioni specialistiche. Inoltre è stato anche confermato che il lavoratore, a seguito di specifica abilitazione, aveva svolto attività relative alla Regia Nazionale, ossia riguardanti il coordinamento e la programmazione dei call center su tutto il territorio nazionale.

Tale pronuncia del Tribunale di Roma rappresenta un notevole risultato nell’affermazione di un diritto centrale nell’ambito del settore lavoristico e dimostra come sia possibile ottenere in giudizio il riconoscimento delle mansioni superiori e delle differenze retributive da esse derivanti di cui il lavoratore potrà usufruire fino al maturamento della pensione.

Il Tribunale di Roma ha dichiarato che al lavoratore spettasse il riconoscimento del VI livello del CCNL Telecomunicazioni e il conseguente trattamento retributivo, ciò permettendo la condanna per la società al pagamento di tutte le differenze retributive quantificate in oltre 17.000 euro.

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LA CORTE D'APPELLO DI ROMA CONFERMA LA DEQUALIFICAZIONE PROFESSIONALE SUBITA DA UNA DIPENDENTE TELECOM adibita alle "condizioni agevolate" presso il DAC (oggi CDA ex CSA)

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

La Corte d’Appello di Roma, con la sentenza n. 4102/2017 del 09.10.2017, ha confermato quanto già accertato da Tribunale di Roma in merito ad un periodo di demansionamento professionale subito da una lavoratrice dipendente di Telecom Italia S.p.A.

In questa fattispecie la lavoratrice, in possesso del VI livello CCNL Telecomunicazioni, è stata adibita per sei mesi a mansioni che i Giudici della Corte d’Appello hanno accertato essere riconducibili ad almeno tre livelli inferiori. Ed infatti, il Collegio ha accertato che le attività a cui è stata adibita la lavoratrice, ossia le cosiddette “condizioni agevolate”, in realtà consistevano nel mero inserimento di dati su maschere predefinite per abilitare alcuni clienti ad avere sconti sul canone telefonico. In concreto, tali compiti si sostanziavano in un controllo visivo al computer di documenti già scansionati al fine di verificare i requisiti del soggetto richiedente per ottenere l’agevolazione (età, reddito, invalidità, ecc.), dati, questi, tutti contenuti nella schermata informatica.

La sentenza evidenzia che, ai fini della verifica del legittimo esercizio datoriale di adibizione delle mansioni, occorre effettuare un confronto tra le mansioni svolte e la qualifica posseduta, perché è proprio con riferimento alla declaratoria di livello contrattuale che può verificarsi se ci sia stato demansionamento professionale o no.

Infatti, l’inadempimento contrattuale da parte di Telecom Italia si evince già dalla comparazione tra attività espletata e descrizione del VI livello del CCNL, senza, quindi, che nasca neppure la necessità, evidentemente successiva, di effettuare il confronto tra mansioni pregresse e successive.

Ancora, i Giudici precisano che “il lavoratore ha diritto a svolgere le mansioni conformi al proprio inquadramento, ossia alla qualifica di assunzione o successivamente acquisita, e tale diritto non viene meno nel caso che, in ipotesi, abbia espletato per un certo periodo compiti ad essa non corrispondenti”.

In riferimento al danno è stato riconosciuto la condotta della società come lesiva della dignità professionale della dipendente, per la violazione del fondamentale diritto al lavoro inteso soprattutto come mezzo di estrinsecazione della personalità e come esigenza umana di manifestare la propria utilità e le proprie capacità nel contesto lavorativo.

Pertanto, in linea con il consolidato orientamento della giurisprudenza, la Corte, oltre a confermare l’accertamento del demansionamento, ha confermato anche il danno morale liquidato in via equitativa dal giudice di prime cure.

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LICENZIAMENTI DISCIPLINARI NEL PUBBLICO IMPIEGO PRIVATIZZATO: IL TRIBUNALE DI ROMA REINTEGRA LA DIPENDENTE DELL’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile)

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con ordinanza del 20.07.2017, n. 75581, il Tribunale di Roma accoglieva il ricorso presentato ex art. 1, comma 48, L. 92/2012 da una lavoratrice dipendente di un ente pubblico condannando parte datoriale a reintegrarla nel posto di lavoro precedentemente occupato, nonché al pagamento di tutte le retribuzioni medio tempo maturate, dalla data dell’illegittimo licenziamento sino a quella dell’effettiva reintegra, oltre al versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali.

La vicenda giudiziaria riguardava un licenziamento disciplinare irrogato ad una lavoratrice, alla quale veniva contestata la veridicità dei numerosi certificati medici, giustificativi delle assenze dal servizio. Con il ricorso presentato alla sezione lavoro del Tribunale di Roma la ricorrente, assistita da questo Studio Legale, contestava e impugnava il licenziamento, poiché illegittimo, in quanto la certificazione medica era veritiera e la stessa aveva sempre seguito, nelle ore di assenza dal posto di lavoro, tutti gli adempimenti medici di cui necessitava e per cui tale certificazione medica era stata redatta. Il Tribunale di Roma, alla luce della prova testimoniale svolta, nonché alla luce dei certificati prodotti in giudizio da parte ricorrente, riteneva provati gli interventi medici subiti dalla lavoratrice e tutte le terapie fisioterapiche alla medesima prescritte nel corso del tempo.

Quindi, conseguentemente alle evidenze provenienti dalla escussione dei testimoni e dalla documentazione prodotta, non emergevano in corso di causa elementi volti a provare, in alcun modo, la falsità dei certificati medici della ricorrente. Pertanto, essendo privo di riscontri il fondamento del provvedimento disciplinare irrogato alla lavoratrice, il Giudice accoglieva totalmente la domanda e ordinava la reintegrazione nel posto di lavoro precedentemente occupato, condannando l'ENEA al pagamento di tutte le retribuzioni medio tempore maturate, dalla data del recesso sino a quella della effettiva reintegrazione.

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LA CORTE D'APPELLO CONDANNA TELECOM: accertamento di mansioni superiori, illegittimità del trasferimento e dequalificazione

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

La Corte d’Appello di Roma, con la sentenza n. 5390/2016, pubblicata il 16.12.2016, ha accertato che un dipendente Telecom, inquadrato formalmente nel livello IV del CCNL, durante il rapporto di lavoro aveva invece svolto mansioni superiori riferibili al V livello, condannando così la società al pagamento di tutte le differenze retributive per il passato e riconoscendo, peraltro, il diritto all’inquadramento nel V livello. La Corte d’Appello di Roma ha inoltre accertato che il lavoratore, successivamente al periodo in cui aveva svolto mansioni superiori, era stato illegittimamente trasferito ad altra sede di lavoro e, poi, adibito a mansioni inferiori non riferibili al livello di inquadramento né alla pregressa attività lavorativa. I giudici hanno quantificato il danno alla professionalità liquidandolo in misura pari al 60% della retribuzione mensile per tutto il periodo di dequalificazione, ossia 6 anni!

La vicenda, quindi, si sviluppa su due differenti periodi lavorativi del dipendente: il primo, precedente all’illegittimo trasferimento di sede, in cui egli ha svolto mansioni riferibili ad un livello contrattuale superiore a quello formalmente attribuito nel contratto (era, infatti, inquadrato nel IV, ma le mansioni erano di V) e, il secondo, successivo all’illegittimo trasferimento (giugno 2010), in cui il dipendente ha subito un grave demansionamento professionale ampiamente dimostrato nel giudizio e conseguentemente riconosciuto dai giudici della Corte d’Appello.

Riguardo il riconoscimento del V livello, la Corte d’Appello di Roma ha considerato le prove testimoniali non soltanto molto attendibili, ma anche sufficientemente descrittive dell’attività del lavoratore così come da declaratoria del CCNL. In merito al demansionamento, dal giugno 2010 in poi, i giudici hanno accertato come le nuove mansioni svolte, poche peraltro, fossero semplice attività di data-entry, gestibile in circa due ore giornaliere, determinanti una forzosa inattività per la maggior parte della giornata lavorativa.

Discorso a parte merita invece la dichiarazione di illegittimità del trasferimento; ancora una volta, come da consolidata giurisprudenza, è stato ribadito dai giudici il principio per cui due sedi diverse site nel medesimo comprensorio non costituiscono un’unica sede di lavoro (o unità produttiva) solo perché rientranti nello stesso comune, come invece erroneamente sostenuto da Telecom nel corso dei giudizi. Pertanto, considerando quando esposto, la Corte d’Appello ha riconosciuto al dipendente un risarcimento del danno in misura della gravità del demansionamento professionale subito, ammettendo, peraltro, la consulenza tecnica d’ufficio (demandando la questione ad un medico legale) al fine di accertare anche il danno biologico subito dal lavoratore.

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RISARCIMENTO DEL DANNO PROFESSIONALE E MORALE DA DEQUALIFICAZIONE E ORDINE DI ADIBIZIONE A MANSIONI RICONDUCIBILI A LIVELLO DI APPARTENENZA: CONDANNA ESEMPLARE PER TELECOM ITALIA

Il Tribunale di Roma, con sentenza del 20 giugno 2017, ha condannato la Telecom Italia S.p.A. a risarcire una lavoratrice per una somma pari a 64.000 euro, ordinando inoltre alla società di adibire la dipendente a mansioni riconducibili al livello V di appartenenza.

La ricorrente, infatti, inquadrata contrattualmente al V livello del CCNL Telecomunicazioni, aveva iniziato un contenzioso contro il datore di lavoro volto ad ottenere l’accertamento della illegittimità del demansionamento professionale subito per aver svolto mansioni inferiori dalla fine del 2012 in poi. ...

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VICENDA AVIOINTERIORS: ancora due reintegri per violazione dei criteri di scelta nella procedura del licenziamento collettivo

Con le ordinanze del 22.06.2017, il Tribunale di Latina, Sezione Lavoro pronunciandosi sui ricorsi avverso i licenziamenti collettivi intimati da Aviointeriors S.p.A. nel 2014, ha condannato la Società alla reintegra nel posto di lavoro, nonché al pagamento della massima indennità risarcitoria (12 mensilità), per altri due lavoratori. Il giudice, infatti, ha ravvisato, anche in questi casi, la violazione dei criteri utilizzati per selezionare il personale da collocare in mobilità e ha annullato i licenziamenti. ...

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IL TRIBUNALE DI ROMA CONDANNA TELECOM PER LA VICENDA DEL REPARTO GHETTO: I DIPENDENTI TRASFERITI AL DAC (Già C.S.A.) VITTIME DI DISCRIMINAZIONE E DEQUALIFICAZIONE PROFESSIONALE

Causa patrocinata dallo Studio Salvagni

Il caso è stato commentato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n.1/2015 Pdf

Il Tribunale di Roma ha emesso una importante ed emblematica sentenza in materia di discriminazione di lavoratori – nel caso di specie dipendenti Telecom – in ragione del fatto di essere titolari dei benefici di cui alla L. 104/92. Infatti, con la sentenza n. 10918/2014, il Tribunale di Roma, da una parte, ha accertato l’illegittimità sia dei trasferimenti dei lavoratori adibiti al DAC sia del demansionamento professionale subito dai medesimi;dall’altra,ha rilevato l’esistenzadi una gravissima discriminazione operata da Telecom nei confronti di tali lavoratori. Alla luce di tale accertamento, il Tribunale di Roma ha ordinato alla società il ripristino della situazione antecedente alla accertata condotta illegittima (e quindi la riassegnazione alla precedente sede di lavoro), condannandola a risarcire i ricorrenti per i danni patiti a seguito delle condotte lesive poste in essere dal datore di lavoro.

La fattispecie concreta (che può ritenersi una classica ipotesi di scuola della fattispecie giuridica dei cosiddetti “reparti ghetto” e che è stata oggetto di un articolo a firma di Olivia Bonardi dal titolo “Sui reparti confino”, pubblicata su Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n. 1/2015,pp 100 ss),si è incentrata su diversi aspetti giuridici quali: a) l’illegittimità dei trasferimenti da una sede all’altra in violazione delle norme di legge sul trasferimento del lavoratore (art. 2103 c.c.); b) il grave demansionamento professionale subito dai lavoratori; c) la condotta palesemente discriminatoria adottata da parte datoriale nei confronti di ben determinate categorie di dipendenti. Infatti, è stato giudizialmente accertato che Telecom ha posto in essere una condotta illecita nei confronti di lavoratori considerati “a bassa produttività”, i qualisono stati trasferiti in un cosiddetto “reparto ghetto” e adibiti a mansioni riferibili a livelli contrattuali inferiori rispetto a quelli di appartenenza. Peraltro, il Tribunale di Roma ha ritenuto che le condizioni ambientali delle varie sedi del settore DAC fosseroinferiori agli standard delle altre sedi societarie (nel senso di mancato rispetto delle norme di igiene e sicurezza), ciò determinando una evidente disparità di trattamento tra dipendenti della stessa azienda.Ed infatti, la concentrazione in un’unica sede/settore di lavoratori fruitoridei benefici previsti dalla L. 104/92 e/o di lavoratrici che avessero usufruito del congedo di maternità e/o in part time comprova come il reale motivo sotteso al trasferimento fosse, in realtà, la minor produttività di tali lavoratori che, solo per tali ragioni, sono stati collocati in un “reparto confino”.

Il Giudice ha accertato, facendo produrre i libri matricola della società, l’impatto impressionante deitrasferimenti/assegnazionipresso la struttura CSA (oggi DAC), avendo infatti verificato una percentuale palesemente sproporzionata ed esorbitante di lavoratori disabili o fruitori dei benefici ex L. 104/92(43.75%) ivi assegnati rispetto alla media aziendale su Roma pari, infatti, al 11,6%.

Sul punto il Tribunale di Roma si è espresso con straordinaria chiarezza e, in merito alla discriminazione, ha scritto: “… la concentrazione in Via dei Saliceti di una percentuale quadrupla a quella delle restanti sedi di dipendenti o invalidi o portatori di handicap o con familiari portatori di handicap evidenzia, in mancanza di qual si voglia plausibile ragione, l’oggettiva discriminatorietà della scelta datoriale prescindere dalla qualificazione in senso tecnico o meno di tali spostamenti come trasferimenti …”, e ancora “tale scelta imprenditoriale lede da un lato i diritti del disabile familiare del lavoratore e dall’altra opera una sorta di ghettizzazione tra lavoratori di serie A (quelli ad alta produttività) e di serie B (quelli che per gravi problemi di salute personali o assenze in favore di familiari portatori di handicap hanno una minore resa)”.

Il giudice, conseguentemente, ha constatato l’esistenza di una vera e propria “classificazione”, tra dipendenti di serie A e dipendenti di serie B, generata da arbitrarie ed illegittime ragioni datoriali, considerando i suddetti trasferimenti radicalmente nulli perché “discriminatori ex art. 3 Cost”.

Oggi, a distanza di pochi anni dalla riportata pronuncia giudiziale, il rischio che si potrebbe verificare è quello di una riproposizione, seppur con strumenti diversi, di quelle condotte aziendali che hanno determinatole condanne sopra indicate. Per approfondimenti circa l’attualità del tema della discriminazione si veda “Il caso dei dipendenti Telecom trasferiti al servizio di “accoglienza”(site specialist): la vicenda DAC torna d’attualità?”, nella sezione news del presente sito web.

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IL TRIBUNALE DI ROMA CONDANNA TELECOM PER LA VICENDA DEL REPARTO GHETTO: I DIPENDENTI TRASFERITI AL DAC (Già C.S.A.) VITTIME DI DISCRIMINAZIONE E DEQUALIFICAZIONE PROFESSIONALE

Causa patrocinata dallo Studio Salvagni

Il caso è stato commentato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n.1/2015 Pdf

Il Tribunale di Roma ha emesso una importante ed emblematica sentenza in materia di discriminazione di lavoratori – nel caso di specie dipendenti Telecom – in ragione del fatto di essere titolari dei benefici di cui alla L. 104/92. Infatti, con la sentenza n. 10918/2014, il Tribunale di Roma, da una parte, ha accertato l’illegittimità sia dei trasferimenti dei lavoratori adibiti al DAC sia del demansionamento professionale subito dai medesimi;dall’altra,ha rilevato l’esistenzadi una gravissima discriminazione operata da Telecom nei confronti di tali lavoratori. Alla luce di tale accertamento, il Tribunale di Roma ha ordinato alla società il ripristino della situazione antecedente alla accertata condotta illegittima (e quindi la riassegnazione alla precedente sede di lavoro), condannandola a risarcire i ricorrenti per i danni patiti a seguito delle condotte lesive poste in essere dal datore di lavoro.

La fattispecie concreta (che può ritenersi una classica ipotesi di scuola della fattispecie giuridica dei cosiddetti “reparti ghetto” e che è stata oggetto di un articolo a firma di Olivia Bonardi dal titolo “Sui reparti confino”, pubblicata su Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n. 1/2015,pp 100 ss),si è incentrata su diversi aspetti giuridici quali: a) l’illegittimità dei trasferimenti da una sede all’altra in violazione delle norme di legge sul trasferimento del lavoratore (art. 2103 c.c.); b) il grave demansionamento professionale subito dai lavoratori; c) la condotta palesemente discriminatoria adottata da parte datoriale nei confronti di ben determinate categorie di dipendenti. Infatti, è stato giudizialmente accertato che Telecom ha posto in essere una condotta illecita nei confronti di lavoratori considerati “a bassa produttività”, i qualisono stati trasferiti in un cosiddetto “reparto ghetto” e adibiti a mansioni riferibili a livelli contrattuali inferiori rispetto a quelli di appartenenza. Peraltro, il Tribunale di Roma ha ritenuto che le condizioni ambientali delle varie sedi del settore DAC fosseroinferiori agli standard delle altre sedi societarie (nel senso di mancato rispetto delle norme di igiene e sicurezza), ciò determinando una evidente disparità di trattamento tra dipendenti della stessa azienda.Ed infatti, la concentrazione in un’unica sede/settore di lavoratori fruitoridei benefici previsti dalla L. 104/92 e/o di lavoratrici che avessero usufruito del congedo di maternità e/o in part time comprova come il reale motivo sotteso al trasferimento fosse, in realtà, la minor produttività di tali lavoratori che, solo per tali ragioni, sono stati collocati in un “reparto confino”.

Il Giudice ha accertato, facendo produrre i libri matricola della società, l’impatto impressionante deitrasferimenti/assegnazionipresso la struttura CSA (oggi DAC), avendo infatti verificato una percentuale palesemente sproporzionata ed esorbitante di lavoratori disabili o fruitori dei benefici ex L. 104/92(43.75%) ivi assegnati rispetto alla media aziendale su Roma pari, infatti, al 11,6%.

Sul punto il Tribunale di Roma si è espresso con straordinaria chiarezza e, in merito alla discriminazione, ha scritto: “… la concentrazione in Via dei Saliceti di una percentuale quadrupla a quella delle restanti sedi di dipendenti o invalidi o portatori di handicap o con familiari portatori di handicap evidenzia, in mancanza di qual si voglia plausibile ragione, l’oggettiva discriminatorietà della scelta datoriale a prescindere dalla qualificazione in senso tecnico o meno di tali spostamenti come trasferimenti …”, e ancora “tale scelta imprenditoriale lede da un lato i diritti del disabile familiare del lavoratore e dall’altra opera una sorta di ghettizzazione tra lavoratori di serie A (quelli ad alta produttività) e di serie B (quelli che per gravi problemi di salute personali o assenze in favore di familiari portatori di handicap hanno una minore resa)”.

Il giudice, conseguentemente, ha constatato l’esistenza di una vera e propria “classificazione”, tra dipendenti di serie A e dipendenti di serie B, generata da arbitrarie ed illegittime ragioni datoriali, considerando i suddetti trasferimenti radicalmente nulli perché “discriminatori ex art. 3 Cost”.

Oggi, a distanza di pochi anni dalla riportata pronuncia giudiziale, il rischio che si potrebbe verificare è quello di una riproposizione, seppur con strumenti diversi, di quelle condotte aziendali che hanno determinatole condanne sopra indicate. Per approfondimenti circa l’attualità del tema della discriminazione si veda “Il caso dei dipendenti Telecom trasferiti al servizio di “accoglienza”(site specialist): la vicenda DAC torna d’attualità?”, nella sezione news del presente sito web.

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DEMANSIONAMENTO DI UN LAVORATORE LEONARDO-FINMECCANICA: LA CORTE D'APPELLO DI ROMA ORDINA L'ADIBIZIONE A MANSIONI CORRISPONDENTI ALLA QUALIFICA E DISPONE IL RISARCIMENTO

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con la sentenza n. 5548, pubblicata il 21.02.2017, la Corte d’Appello di Roma ha accertato un demansionamento ai danni di un lavoratore SELEX (ora LEONARDO – FINMECCANICA) per un periodo complessivo di 34 mesi e ha conseguentemente ordinato alla società l’adibizione del dipendente a mansioni corrispondenti alla sua qualifica contrattuale (Quadro cat. 7), oltre a condannare la società stessa al risarcimento, in favore del medesimo, per tanti mesi quanti sono quelli del periodo interessato dalla condotta datoriale illegittima.
In questa vicenda, come è stato accertato dai giudici, un dipendente SELEX Sistemi Integrati S.p.A. (poi SELEX ES, ora LEONARDO FINMECCANICA), che fino al periodo contestato svolgeva attività di progettazione e/o di elevata responsabilità, veniva posto in condizione di inattività totale per circa 31 mesi e veniva adibito a mansioni inferiori per poche ore al giorno per ulteriori 3 mesi.
Il Tribunale di Roma prima, e la Corte d’Appello poi, hanno riscontrato che le mansioni svolte dal suddetto lavoratore nel periodo oggetto di causa non potevano in alcun modo rientrare nella declaratoria del profilo professionale contrattualmente posseduto dal dipendente, accertando la totale assenza dei requisiti appartenenti al livello di Quadro cat. 7 (capacità gestionale, organizzativa, professionale, funzioni organizzativamente articolate di rilevante importanza e responsabilità, …, coordinamento e gestione, e/o ricerca e progettazione, ecc…) nelle attività, o nella inattività, svolte dal medesimo nell’intervallo di tempo dal 2005 al 2009, ossia nell’intero periodo oggetto di giudizio.
La Corte d’Appello, in ragione dell’accertamento sopra descritto, ha ritenuto sussistere un danno non patrimoniale risarcibile, derivante dalla dequalificazione professionale, quantificando il risarcimento in ragione di più fattori tra i quali, ad esempio: a) la lunga durata del demansionamento; b) gli effetti negativi sulle abitudini di vita, sull’immagine e sulle relazioni sul luogo di lavoro; c) la gravità della situazione in termini di estromissione da qualsiasi catena decisionale dell’azienda; d) la conoscibilità di tale situazione all’interno e all’esterno dell’ambiente di lavoro. I Giudici, pertanto, hanno condannato la società al risarcimento del danno in favore del lavoratore in base alla grave situazione accertata in concreto e, ordinando l’adibizione del dipendente a mansioni appartenenti al proprio livello contrattuale, hanno sentenziato la fine di una situazione di grave illegittimità.

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RISARCIMENTO DANNI DEMANSIONAMENTO: la Corte d'Appello di Roma condanna Invitalia S.p.a.

Con sentenza n. 4140, pubblicata il 02.01.2017, la Corte d’Appello di Roma ha condannato la società Invitalia S.p.A. a corrispondere in favore di un lavoratore dipendente un risarcimento del danno da dequalificazione professionale quantificato in una percentuale della retribuzione mensile moltiplicata per tutti i mesi nei quali il suddetto demansionamento è stato accertato.
In particolare, i Giudici hanno stabilito, anche in ragione dei testimoni escussi nel corso del giudizio, che il lavoratore per un prolungato e continuo periodo era stato adibito a mansioni inferiori rispetto al livello posseduto di quadro. Tale accertamento ha determinato il riconoscimento da parte della Corte d’Appello di un danno professionale. Quanto alla quantificazione del risarcimento di tale danno, tenuto conto che è principio consolidato che la prova del danno alla professionalità può essere fornita anche mediante presunzioni, i Giudici hanno osservato come la grave e persistente dequalificazione avesse cagionato al lavoratore una palese lesione della dignità professionale e dell’immagine, anche sociale, nonché serie difficoltà relazionali dovute alla perdita di autostima e all’inaridimento del bagaglio professionale. In particolare, quest’ultimo aspetto, relativo proprio alla diminuzione della professionalità posseduta dal lavoratore, ha determinato secondo i giudici anche una perdita di chance di ulteriore sviluppo professionale di carriera. Pertanto, in base alle suesposte considerazioni, la Corte d’Appello di Roma ha condannato la società a corrispondere, in via equitativa, una somma pari ad una percentuale della retribuzione mensile per ogni mese di accertata dequalificazione professionale.

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CONDANNATO L'ISTITUTO SVILUPPO AGROALIMENTARE S.P.A. Le mansioni di project manager valgono l'inquadramento superiore di quadro.

Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 8617/2015, ha condannato la società ISA – Istituto Sviluppo Agroalimentare S.p.A. a riconoscere il livello contrattuale superiore di quadro ad un lavoratore che per 6 anni aveva svolto mansioni non corrispondenti al suo inquadramento, nonché a corrispondere al medesimo tutte le differenze retributive per il periodo contestato.
La vicenda in concreto riguardava un dipendente adibito a mansioni di elevata responsabilità e autonomia, con requisiti di iniziativa personale e capacità decisionale tipiche della figura aziendale del Project Manager; il magistrato ha accertato che le attività lavorative svolte in concreto dal lavoratore non rientravano nel livello in cui lo stesso era inquadrato, bensì corrispondevano al livello superiore di quadro.
Nonostante nella fattispecie giuridica delle mansioni superiori l’onere della prova cada sul lavoratore ricorrente, in questa vicenda il Giudice ha ritenuto provato che il lavoratore avesse svolto (per tutto il periodo dal 2006 al 2011), con continuità e prevalenza, mansioni di Project Manager, in base ai documenti depositati e alle testimonianze escusse nel corso del giudizio. Il Tribunale ha quindi accertato il diritto del lavoratore al riconoscimento del livello di quadro, a partire dal 2006, oltre a tutte le differenze retributive per tutto il periodo in cui egli ha svolto tali mansioni superiori, nonché il superiore inquadramento anche per il futuro.

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TELECOM ITALIA CONDANNATA AL RISARCIMENTO DANNI PER 64.000 EURO. SENTENZA ESEMPLARE DEL TRIBUNALE DI ROMA CONTRO LA DEQUALIFICAZIONE PROFESSIONALE DEI DIPENDENTI

Il Tribunale di Roma riconosce l’illegittimità del demansionamento professionale e condanna Telecom ad un risarcimento danni pari a 64.000 euro, per aver affidato ad una lavoratrice mansioni inferiori al livello di appartenenza.

È quanto accaduto il 20 giugno scorso con una nuova, importante sentenza, attraverso la quale viene confermato uno dei principi di dignità del lavoro e del lavoratore che lo studio Salvagni si è sempre impegnato a difendere: degradare un lavoratore a mansioni non corrispondenti al suo livello di competenza, produce un danno sulla persona sia di tipo professionale che morale.

La sentenza riconosce infatti alla lavoratrice anche il danno morale, definito come “una lesione alla propria personalità e dignità”,
confermando ancora una volta le criticità di un settore, il DAC, dove numerosi dipendenti Telecom continuano ad essere oggetto di una condotta del datore di lavoro più volte giudicata illegittima.

A distanza di tre anni appare oggi ancor più significativo l’importante causa condotta da questo studio nel 2014 [ Telecom ] quando, sulla base degli stessi principi, la Telecom fu condannata per aver trasferito decine di dipendenti in quello che è stato definito dalla giurisprudenza un “reparto ghetto”. La vicenda fu ripresa anche dagli organi di stampa nazionali che ne riconobbero subito la rilevanza giuridica e sociale, si veda ad esempio [ ilFattoQuotidiano ].

Ma sono ancora numerosissimi i lavoratori trasferiti negli anni che hanno svolto, e continuano a svolgere, mansioni inferiori rispetto a quelle del proprio livello di appartenenza. E moltissimi i contenziosi.

Fortunatamente i dipendenti che subiscono un demansionamento professionale, che sia di un livello, di due o, come è stato accertato in  numerosi contenziosi del lavoro, molti dei quali patrocinati dall’avvocato Salvagni, addirittura di tre livelli, sono tutelati dal nostro ordinamento che, infatti, punisce con severità il datore di lavoro non soltanto per inadempimento contrattuale, ma anche per l’impoverimento personale e morale causato dall’impedire lo svolgimento  “… di un’attività lavorativa confacente alla propria professionalità”.

Pertanto, anche alla luce degli ultimi riconoscimenti, possiamo affermare che è nel diritto di ogni lavoratore oggetto di dequalificazione, chiederne l’immediata cessazione con il conseguente risarcimento del danno subito, esattamente come accaduto nei casi precedenti a questa ultima sentenza di Giugno.

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Aviointeriors, reintegro e risarcimento: l’avvocato Michelangelo Salvagni vince il ricorso per licenziamento illegittimo

Massimiliano Nardi sarà reintegrato nel proprio posto di lavoro alla Aviointeriors, con il massimo di risarcimento previsto dalla legge pari a dodici mensilità. Lo ha deciso il giudice del lavoro del Tribunale di Latina, Sara Foderaro, che ha accolto il ricorso presentato dall'avvocato Salvagni (Fiom Cgil) dopo più di due anni dal “licenziamento illegittimo”.
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LA CORTE D'APPELLO DI ROMA CONDANNA TELECOM AL RISARCIMENTO DEL DANNO PROFESSIONALE E BIOLOGICO PER UN DEMANSIONAMENTO DI OLTRE 6 ANNI

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con la sentenza n. 5265/2016, pubblicata il 23 marzo 2017, la Corte d’Appello di Roma ha accertato, confermando in parte la sentenza di primo grado, il grave demansionamento perpetrato ai danni di un lavoratore di Telecom Italia per un periodo complessivo di circa sei anni. I giudici di Appello hanno condannato la società sia al risarcimento del danno professionale (parametrandolo sulla retribuzione mensile del lavoratore per tutto il periodo in cui lo stesso è stato dequalificato e pari a 6 anni) sia al risarcimento del danno biologico, ordinando alla Telecom di adibire il lavoratore a mansioni riferibili al VII livello.

Il caso riguarda la vicenda riguarda un dipendente Telecom, inquadrato al VII livello del CCNL di settore, che durante il rapporto di lavoro aveva svolto mansioni di progettazione e di responsabile della programmazione commerciale ma che, da una certa data in poi era invece stato adibito a mansioni di mera compilazione di fogli excel sui cui riportare dei dati e, in altri casi, assegnato alla distribuzione di elenchi telefonici; il lavoratore, inoltre, per lunghi periodi durante i 6 anni di dequalificazione era stato lasciato completamente inattivo e senza alcun compito da svolgere. Nel corso dei procedimenti, di primo e secondo grado, i giudici hanno accertato la rilevante differenza quantitativa e qualitativa tra le attività lavorative svolte prima del periodo contestato e quelle, poche e inconsistenti, riferibili alla dequalificazione professionale oggetto di causa.

A tal proposito, i giudici hanno quindi accertato il gravissimo e prolungato demansionamento subito dal lavoratore; tale condotta della società ha determinato un grave danno alla professionalità del dipendente che, anche considerando l’età anagrafica del medesimo e le modalità dell’avvenuto demansionamento, è stato calcolato sul parametro del 50% della retribuzione mensile percepita dal lavoratore e quindi determinando un risarcimento del danno moltiplicato per tanti mesi quanti sono stati quelli dell’accertata condotta illecita dell’azienda, (il tutto per un totale di 6 anni).

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Il caso dei dipendenti Telecom trasferiti al servizio di "accoglienza" (site speciliast): la vicenda Dac torna d'attualità?

Oggi, a distanza di pochi anni dalla ormai nota vicenda dei trasferimenti Telecom al cosiddetto “reparto ghetto”, potrebbe riproporsi una nuova gravissima discriminazione ai danni di un numero elevato di dipendenti. Il rischio, qui fortemente rappresentato, si basa sull’analisi di alcune condotte aziendali che, seppur tramite modalità differenti rispetto al recente passato, presenterebbero allarmanti analogie con quelle contestate sin dal 2012 da questo Studio Legale e dichiarate illegittime dall’autorità giudicante, (sul punto si vedaIl Tribunale di Roma condanna Telecom per la vicenda del reparto ghetto …”sentenza n. 10918/2014, nella sezione “Le nostre cause” di questo sito web).

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Il TRIBUNALE DI ROMA ANNULLA IL TRASFERIMENTO DISPOSTO DA TELECOM

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Roma con ordinanza cautelare n. 123915/2016, confermata anche in sede di reclamo, ha disposto la sospensione dell’efficacia del trasferimento di una lavoratrice Telecom Italia S.p.A. e ordinato alla Società l’adibizione della medesima presso la sede di provenienza. In questa complessa e delicata vicenda spicca con particolare evidenza la nozione di trasferimento che viene affrontata, ancora una volta, dalla giurisprudenza; la decisione del Tribunale di Roma è di straordinario interesse perché tocca un tema che potenzialmente riguarda, o potrebbe farlo, un numero elevatissimo di lavoratori. Il concetto di unità produttiva e la nozione di trasferimento sono fortemente in relazione tra loro e nulla stabilisce in più o in meno il contratto collettivo.

Secondo la società tutte le sedi del Comune di Roma costituirebbero un’unica unità produttiva, che viene definita “comprensorio” dall’art. 25 del CCNL; in realtà, i Giudici del Tribunale di Roma hanno respinto completamente la tesi dell’azienda. L’autorità giudicante, dando seguito alla ormai consolidata giurisprudenza che prevede l’applicabilità della normativa sui trasferimenti anche agli spostamenti all’interno dello stesso comprensorio/territorio comunale, non ha ammesso l’esistenza di una nozione di trasferimento diversa da quella legale. La Telecom invocava l’applicazione del CCNL, in deroga all’art. 2103 c.c., affermando che esisterebbe un’unica unità produttiva, consistente nell’intero comprensorio della città di Roma, nonostante nel territorio comunale siano invece ubicate diverse sedi operative con una propria identità organizzativa e in cui lavorano decine e decine, talvolta centinaia, di lavoratori.

Sul punto il Tribunale di Roma ha sostenuto che, a prescindere dalle disposizioni del CCNL, bisogna verificare se la sede abbia le caratteristiche dell’unità produttiva; in tal caso c’è trasferimento del lavoratore, non potendo la norma del contratto collettivo derogare alla disposizione di legale di cui all’art. 2103 c.c. Il Tribunale, sulla base di tali argomentazioni, ha quindi dichiarato illegittimo il trasferimento della lavoratrice ordinando alla Telecom di riadibire la medesima alla sede ove era precedentemente occupata.

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IL TRIBUNALE ANNULLA IL TRASFERIMENTO DISPOSTO DA TELECOM ITALIA S.p.A. nei confronti di una lavoratrice titolare delle tutele di cui all'art. 33, c. 6, L. 104/92

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Roma con ordinanza cautelare n. 123915/2016 ha disposto la sospensione dell’efficacia del trasferimento di una lavoratrice Telecom Italia S.p.A. e ordinato alla Società l’adibizione della medesima presso la sede di provenienza. Il ricorso d’urgenza veniva promosso dalla ricorrente a causa di un trasferimento della sede di lavoro, subito nonostante la medesima fosse affetta da grave patologia ritualmente certificata e per la quale aveva il riconoscimento della titolarità dei benefici previsti dalla legge n. 104/92, già dall’inizio dell’anno 2010. La vicenda vagliata dal Tribunale di Roma è di grande interesse perché affronta alcune questioni estremamente rilevanti ai fini della tutela del lavoratore in caso di trasferimento: il rapporto tra le tutele della legge 104/92 e il potere datoriale di trasferimento, affrontando anche la tematica della identificazione dell’unità produttiva.

Seppur la giurisprudenza sia costante nell’affermare che il giudice non possa sindacare il merito delle scelte aziendali che hanno portato al trasferimento, dovendosi limitare a valutare la comprovata esistenza di ragioni tecniche, organizzative e produttive, è altrettanto consolidato l’orientamento della Corte di Cassazione secondo cui l’interesse della persona portatrice di handicap si pone come limite del potere datoriale di trasferimento e prevale sulle ordinarie esigenze produttive e organizzative; (sul punto cfr. Cass. n. 25379/2016, Cass. n. 9201/2012).

I Giudici del Tribunale di Roma hanno respinto poi anche la tesi dell’azienda secondo cui nel territorio comunale di Roma vi sarebbe un’unica unità produttiva; l’autorità giudicante non ha condiviso la tesi della società secondo cui tutte le sedi del comune di Roma (comprensorio) appartengano ad un’unica unità produttiva dando seguito alla ormai consolidata giurisprudenza che prevede l’applicabilità della normativa sui trasferimenti anche agli spostamenti all’interno dello stesso comprensorio/territorio comunale. La Telecom, infatti, ha invocato l’applicazione del CCNL, in deroga all’art. 2103 c.c., affermando che esisterebbe un’unica unità produttiva, consistente nell’intero comprensorio della città di Roma, nonostante nel territorio comunale siano invece ubicate diverse sedi operative con una propria identità organizzativa e in cui lavorano decine e decine, talvolta centinaia, di lavoratori.

In merito a questa eccezione, il Tribunale reputa che la disciplina pattizia collettiva non stabilisca una diversa nozione di “trasferimento” rispetto a quella legale, dovendosi accertare concretamente se la singola sede sia o no un’unità produttiva. Sul punto il Tribunale di Roma ha sostenuto che, a prescindere dalle disposizioni del CCNL, bisogna verificare se la sede abbia le caratteristiche dell’unità produttiva; in tal caso c’è trasferimento del lavoratore, non potendo la norma del contratto collettivo derogare alla disposizione di legale di cui all’art. 2103 c.c. Il Tribunale, sulla base di tali argomentazioni, ha quindi dichiarato illegittimo il trasferimento della lavoratrice ordinando alla Telecom di riadibire la medesima alla sede ove era precedentemente occupata. A tal proposito, si veda anche la newsletter Wikilabour.it, "Il grande dizionario dei diritti dei lavoratori annotato con la giurisprudenza” che ha pubblicato tale ordinanza.

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L'irrilevanza giuridica del fatto equivale all'insussistenza della condotta

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n. 1/2017

Pdf pubblicazione

CASSAZIONE, 20.09.2016, n. 18418 - Pres. Bronzini, Est. Balestrieri, P.M. Celentano (conf.) – P.I. S.r.l. (avv.ti Amorese, Corvino) c. Z. M. (avv. Arena).

Conf.  C. Appello Brescia, 12.05.15

 Licenziamento individuale – Licenziamento disciplinare – Uso di espressioni non educate -  Fatto sussistente  – Qualificazione di illecito - Irrilevanza disciplinare della condotta – Fatto privo del requisito dell’antigiuridicità -  Illegittimità del recesso – Reintegra.

L’assenza di illiceità di un fatto materiale pur sussistente, deve essere ricondotto all’ipotesi, che prevede la reintegra nel posto di lavoro, dell’insussistenza del fatto contestato, mentre la minore o maggiore gravità (o lievità) del fatto contestato e ritenuto sussistente, implicando un giudizio di proporzionalità, non consente l’applicazione della tutela cd. Reale. (1)

 

Il licenziamento disciplinare e la tutela reintegratoria “a maglie larghe”: l’irrilevanza giuridica del fatto equivale alla insussistenza della condotta.

Il caso di specie concerne un licenziamento disciplinare irrogato a causa di una serie di condotte poste in essere del lavoratore: un comportamento maleducato e offensivo nei confronti del personale che aveva il compito di formare; il rifiuto di procedere alla negoziazione del superminimo; l’aver rivendicato nei confronti dell'azienda un demansionamento.

La Corte di Appello di Brescia ha ritenuto provata la prima circostanza, ossia il comportamento non educato nei confronti di altri soggetti, valutandola tuttavia irrilevante, al pari delle altre due presunte mancanze, in ragione della manifesta insussistenza di illiceità o antigiuridicità dei comportamenti. I giudici di appello hanno altresì osservato che le condotte oggetto di contestazione erano punite dal c.c.n.l di settore con la sola sanzione conservativa.

La società ha proposto ricorso in Cassazione assumendo che nella cognizione di merito fosse stato provato l’addebito censurato al lavoratore, ciò comportando quale conseguenza la sola tutela risarcitoria di cui all’art. 18, comma 5, e non già quella reintegratoria.

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VINTI TUTTI I RICORSI CONTRO I LICENZIAMENTI COLLETTIVI AVIOINTERIORS S.p.A.: il Tribunale di Latina condanna la società a reintegrare i lavoratori per la violazione dei criteri di scelta

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Latina, pronunciandosi sui ricorsi avverso i licenziamenti collettivi intimati da Aviointeriors S.p.A. nel 2014, ha condannato la Società alla reintegra nel posto di lavoro di tutti i ricorrenti, nonché al pagamento della massima indennità risarcitoria (12 mensilità). Il giudice, infatti, ha ravvisato la violazione dei criteri utilizzati per selezionare il personale da collocare in mobilità e ha annullato i licenziamenti.

La procedura di licenziamento collettivo si fonda sulla rigorosa applicazione di criteri di scelta che devono essere correttamente utilizzati per individuare i lavoratori da porre al di fuori del perimetro aziendale; nel caso di specie, la Società ha utilizzato i criteri di scelta legali e ha quindi fatto riferimento ai “carichi di famiglia, all’anzianità e alle esigenze tecnico-produttive ed organizzative”, attribuendo un punteggio per ognuno dei citati criteri, la cui somma corrisponde al punteggio totale di ogni lavoratore e ne determina la posizione in lista. I ricorrenti, contestando la corretta applicazione dei criteri legali, hanno dimostrato in giudizio che avrebbero dovuto vedersi assegnare un punteggio diverso da quello riportato nella comunicazione conclusiva. L’attribuzione dei punteggi, come è emerso nel corso del contenzioso, è stata determinata dall’erronea considerazione sia dell’anzianità che delle esigenze tecnico-produttive, essendo i ricorrenti più anziani di quanto considerato e, soprattutto, essendo essi idonei ad espletare mansioni in altri reparti (almeno 5 diversi reparti). Pertanto, il Giudice ha ritenuto che il punteggio totale che avrebbero dovuto avere i lavoratori licenziati risultava molto più alto di quello attribuito dalla Aviointeriors e, quindi, idoneo ad evitare il licenziamento dei ricorrenti. La Società, di contro, non è riuscita a dimostrare la correttezza dell’applicazione dei criteri di scelta in merito all’anzianità o alle esigenze tecnico-produttive.

Secondo il Tribunale di Latina, che accoglie totalmente la domanda dei ricorrenti, la società avrebbe dovuto confrontare i lavoratori licenziati sull’intero complesso aziendale e quindi su tutti i reparti dell’azienda.

Alla luce di tali evidenze, il Tribunale ha reintegrato i lavoratori condannando la società al pagamento di 12 mensilità.

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Licenziamento per giusta causa per presunta violazione del codice etico aziendale e svolgimento di attività lavorativa concorrente durante un periodo di aspettativa: ATAC S.p.A. CONDANNATA A REINTEGRARE UN LAVORATORE

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con provvedimento n. 36466/2017 del 11.04.2017 il Tribunale di Roma ha dichiarato illegittimo il licenziamento disciplinare intimato a un lavoratore dipendente di ATAC S.p.A., condannando l’azienda a reintegrarlo nel posto di lavoro e al pagamento di una somma a titolo di risarcimento del danno. Il caso sottoposto al vaglio della magistratura tratta la vicenda di un dipendente a cui la Società ATAC S.p.A., al termine di un procedimento disciplinare, ha intimato il licenziamento in tronco. Le contestazioni disciplinari mosse da ATAC S.p.A. erano incentrate sulla violazione del codice etico e sullo svolgimento di una seconda attività lavorativa concorrenziale (asseritamente non autorizzata dalla Società) mentre il lavoratore fruiva di un periodo di aspettativa non retribuita; secondo il Tribunale, nessuna delle due violazioni sussiste dal momento che l’attività asseritamente concorrenziale tenuta dal lavoratore si era indirizzata nei confronti di una società diversa da quella effettivamente concorrente di ATAC S.p.A.

Nella lettera di licenziamento la Società ha posto a fondamento del recesso un comportamento del dipendente consistente in reiterate inadempienze nello svolgimento delle proprie mansioni di Direttore esecutivo espletate per la società in cui stava lavorando nel periodo di aspettativa; dalla documentazione prodotta in giudizio da ATAC S.p.A. e grazie soprattutto a quanto allegato nel ricorso dalla parte ricorrente, non è emersa nessuna prova circa l’effettiva sussistenza degli inadempimenti contestati. Pertanto, secondo il Giudice, il datore di lavoro non ha assolto all’onere della prova che grava sullo stesso circa la presenza di una giusta causa di licenziamento. Infatti, in base all’attuale nuovo testo dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, come modificato dalla legge n. 92/2012, per i datori di lavoro che occupino più di 15 dipendenti, se si realizza l’insussistenza del fatto posto alla base del recesso, ovvero se il fatto stesso è sanzionabile alla stregua del CCNL solo attraverso una misura conservativa, trova applicazione la tutela massima della reintegrazione nel posto di lavoro, oltre il pagamento di una indennità risarcitoria. Nel caso di specie, infatti, non è emerso che il lavoratore durante l’aspettativa non retribuita, mentre lavorava per la nuova società, abbia espletato mansioni di concorrenza ad ATAC.

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Adibizione del lavoratore a mansioni inferiori: CONDANNA DELLA SOCIETA AERO SEKUR AL RISARCIMENTO SIA DEL DANNO PROFESSIONALE SIA DEL DANNO BIOLOGICO A CAUSA DELL'ILLEGITTIMO DEMANSIONAMENTO

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con sentenza n. 260/2017 depositata il 11.04.2017 il Tribunale di Latina condanna la Società Aero Sekur S.p.A. a risarcire una lavoratrice per il danno professionale e biologico subito a causa di una illegittima dequalificazione professionale posta in essere durante il rapporto di lavoro. La società aveva infatti adibito la lavoratrice a mansioni inferiori invocando il proprio diritto di riorganizzare l’impresa a fronte della carenza di commesse patita nel reparto in cui la medesima era addetta. La Società assumeva in giudizio che la propria condotta fosse pienamente legittima. Tale assunto veniva smentito dal ragionamento del Tribunale di Latina. Ed infatti, secondo la disciplina dettata dall’art. 2103 c.c. (nella precedente formulazione prima del D. Lgs. 81/2015), è a carico del datore di lavoro l’onere di dimostrare di aver adibito il lavoratore, durante il rapporto di lavoro, a mansioni equivalenti a quelle del livello contrattuale posseduto e/o quelle in precedenza svolte, dovendo garantire la capacità professionale acquisita dal prestatore.

A parere del Giudice di Latina, invece, tale onere non è stato assolto in quanto l’istruttoria ha dimostrato che la lavoratrice era stata adibita a mansioni inferiori di semplice operaia addetta alle linee di produzione (in concreto, assemblaggio pezzi), quando invece in precedenza aveva ricoperto il ruolo di capo reparto. In sostanza, la ricorrente si era ritrovata a svolgere le stesse mansioni degli operai che invece prima dirigeva e controllava nella qualità di capo reparto.

Ciò ha determinato, secondo il Tribunale di Latina, non solo una grave dequalificazione professionale, ma anche un serio danno d’immagine e professionale per la lavoratrice, compromettendo il suo credito presso i colleghi ed impedendole di aggiornarsi e di avanzare ulteriormente di carriera. Il Giudice ha quindi quantificato il danno di tipo professionale considerando l’anzianità di servizio e la posizione raggiunta antecedentemente all’illegittima condotta aziendale utilizzando quale parametro risarcitorio la retribuzione mensile della lavoratrice.

Per quanto riguarda il danno non patrimoniale il Giudice, inoltre, ha condannato l’azienda anche al risarcimento del danno biologico liquidando una somma in base alle tabelle adottate dal Tribunale di Milano alle quali il Giudice di Latina attribuisce il pregio di considerare, non solo la lesione dell’integrità psico-fisica, bensì anche gli ulteriori pregiudizi areddituali che da tale lesione ordinariamente derivano.

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Contratti a tempo determinato e mancanza di nesso di causalità tra le ragioni indicate nel contratto e le mansioni svolte dai lavoratori: IL TRIBUNALE DI ROMA CONDANNA GSE S.p.a. A RIPRISTINARE IL RAPPORTO DI TRE LAVORATORI

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con tre sentenze depositate a marzo 2017, il Tribunale di Roma condanna la Società GSE S.p.A. all’instaurazione tre rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato, con conseguenti condanne al pagamento delle indennità risarcitorie.

Nelle fattispecie, i contratti a tempo determinato, superiori a 12 mesi, sono stati stipulati adducendo ragioni di carattere organizzativo dovute ad una determinata esigenza aziendale; nonostante l’azienda abbia indicato la causale e il Giudice l’abbia ritenuta sufficientemente specifica, il Tribunale ha accertato la mancanza del nesso di causalità tra le ragioni poste alla base della stipula del contratto a termine e l’attività svolta in concreto dai ricorrenti. I lavoratori di GSE S.p.A., infatti, per l’intero periodo oggetto di causa, non hanno svolto l’attività indicata nel contratto, come emerso con evidenza in corso di giudizio tramite prova testimoniale.

Se in tema di assunzione a termine il datore di lavoro ha infatti l’onere di specificare, in modo circostanziato e puntuale, le ragioni di carattere organizzativo che giustificano l’apposizione del termine finale (Cass. 11.02.2015, n. 2680), coerenza vuole che dette ragioni debbano connotare l’attività del lavoratore assunto a termine. Secondo il Tribunale di Roma ci deve essere una stretta corrispondenza tra le ragioni indicate nell’assunzione a termine e l’attività concretamente svolta dal lavoratore. L’apposizione di un termine è legittima solo quando l’utilizzazione del lavoratore avviene esclusivamente nell’ambito della specifica ragione posta a base dell’assunzione ed in stretto collegamento causale con la stessa. Conseguentemente il Tribunale di Roma ha dichiarato nulla l’apposizione del termine dei tre contratti di lavoro stipulati con i lavoratori, convertendo il rapporto indeterminato sin dall’origine.

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Accertamento di somministrazione di lavoro irregolare e conseguente trasformazione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato: IL TRIBUNALE DI ROMA CONDANNA GSE S.p.a. A RICOSTITUIRE IL RAPPORTO DI LAVORO CON LA LAVORATRICE

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 2296/2017 depositata il 09.03.2017, ha dichiarato l’instaurazione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, direttamente con la Società utilizzatrice, per una lavoratrice assunta con contratto di lavoro in somministrazione condannando la Società stessa al pagamento di un’indennità risarcitoria.

La vicenda portata al vaglio del magistrato implicava l’accertamento della regolarità della somministrazione anche con riferimento alla causale utilizzata nel contratto posto a giustificazione del rapporto di lavoro. Il Tribunale di Roma ha quindi accertato la non veridicità di tali ragioni. Ed infatti, il Giudice capitolino, a seguito dell’istruttoria svolta, ha stabilito che la ricorrente, insieme a colleghi direttamente assunti dalla Società utilizzatrice, ha svolto mansioni diverse e comunque non corrispondenti a quelle indicate nel contratto di somministrazione e che avrebbero dovuto giustificare l’assunzione stessa.

Ulteriore profilo di irregolarità della somministrazione emerge anche dalla mancata dimostrazione in giudizio della effettuazione della valutazione dei rischi da parte della Società utilizzatrice; l’art. 20, comma 5, lett. d) del D. Lgs n. 273/2003 stabilisce infatti che il contratto di somministrazione di lavoro è vietato da parte delle imprese che non abbiano effettuato la valutazione dei rischi. Insufficiente è apparso al Giudice l’estratto del DVR depositato dalla Società resistente, redatto in data successiva di anni rispetto al periodo in cui la ricorrente è stata utilizzata in somministrazione.  Infatti, come da pronuncia della Cassazione (cfr. Cass. 02.04.2012, n. 5241), il datore di lavoro deve provvedere alla valutazione dei rischi prima della stipula del contratto, che esso sia a termine o in somministrazione a tempo detreminato.

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LICENZIAMENTI COLLETTIVI ILLEGITTIMI E VIOLAZIONE DEI CRITERI DI SCELTA: REINTEGRATI ALTRI QUATTRO LAVORATORI ALITALIA

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con quattro ordinanze depositate in data 26.04.2017 il Tribunale Ordinario di Civitavecchia, sezione lavoro, ha annullato il licenziamento Impugnato da quattro lavoratori Assistenti di Volo condannando la Società Alitalia a reintegrarli nel posto di lavoro e a corrispondere agli stessi un indennizzo economico. La fattispecie concreta oggetto di contenzioso riguardava l’accertamento della violazione dei criteri di scelta nella procedura di licenziamento collettivo, apertasi nell’ottobre 2014, che ha riguardato circa 2000 lavoratori dipendenti dell’allora Alitalia CAI S.p.A.

Si domandava al Tribunale, previa declaratoria di nullità e/o illegittimità e/o inefficacia del licenziamento, la condanna alla reintegra dei Lavoratori e al pagamento dell’indennizzo di cui all’art. 18 della L. 300/1970; l’accoglimento è totale.

In ossequio all’indirizzo consolidato della Cassazione, il Giudice ha affermato che nel licenziamento collettivo e nel collocamento in mobilità è il datore di lavoro a dover indicare compiutamente i criteri e le modalità della sua scelta; secondo il Tribunale di Civitavecchia, infatti, grava sul datore di lavoro l’onere di allegazione dei criteri di scelta e la prova della loro piena applicazione individuale nei confronti dei lavoratori licenziati, mentre grava sul lavoratore l’onere di dimostrare che la scelta in concreto operata dal datore di lavoro non ha in realtà fatto applicazione di quei criteri, allegando l’indicazione dei lavoratori in relazione ai quali la scelta è stata illegittimamente applicata.

In base a tale principio, il provvedimento giudiziario ha osservato come la convenuta, a differenza dei ricorrenti, non abbia provveduto ad adempiere all’onere della prova circa il fatto contestato, ossia la maggiore anzianità dei ricorrenti rispetto ad altri lavoratori non soggetti a recesso datoriale. Infatti, nel caso di specie la convenuta si era limitata a produrre in giudizio un documento non idoneo a dimostrare il rispetto dei criteri di scelta ne lo aveva dimostrato a seguito della prova testimoniale.

Pertanto, il Tribunale di Civitavecchia, in assenza di idonea prova documentale e/o testimoniale, ha stabilito che l’onere della prova da parte datoriale non era stato adempiuto, determinando l’accertamento della violazione del criterio di scelta concordato e l’assunto per cui se tale criterio fosse stato applicato correttamente i ricorrenti non avrebbero dovuto essere licenziati stante la loro maggiore anzianità rispetto a quella convenzionalmente e illegittimamente assegnata da Alitalia ai fini di giustificare il loro licenziamento.

Il Tribunale di Civitavecchia ha condannato l’Alitalia a reintegrare in servizio i quattro lavoratori secondo i suesposti principi.

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Nel contratto a tutele crescenti il licenziamento ritorsivo rientra tra i casi di nullità suscettibili di reintegrazione

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n.4/2016

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TRIBUNALE DI ROMA, 24.6.2016 - Est. Leone - C.N.B (avv.ti Crescenzio, Bernardi) c. Settembrini S.p.A. e M.L. (avv. Rinaldi).

 

Licenziamento individuale – Contratto di lavoro a tutele crescenti – Sanzioni disciplinari – Licenziamento  disciplinare - Consumazione potere disciplinare – Natura ritorsiva del recesso -  Motivo illecito determinante – Nullità - Sussistenza - Reintegrazione.

 

Il licenziamento disciplinare dev’essere considerato ritorsivo quando l’ordine temporale tra i provvedimenti e i comportamenti del dipendente è tale che tra la sospensione dal servizio e il licenziamento non è stato svolto alcun giorno di lavoro effettivo e, quindi, non può essersi realizzato, neppure in ipotesi, alcun comportamento da parte del dipendente (assente) se non la sola impugnativa delle sanzioni innanzi all’Organo arbitrale. Tale unico circostanza di fatto, in assenza di diverse indicazioni da parte del datore di lavoro, comprova che la scelta di quest’ultimo che determina il recesso risulta connotata dal chiaro e unico intento ritorsivo, quale risposta all’impugnativa delle precedenti sanzioni il cui potere disciplinare si era peraltro già consumato con la irrogazione delle stesse. (1)

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La Reintegrazione nel posto di lavoro al tempo del Jobs Act

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Lavoro e Previdenza Oggi n. 9/10 e in formato abstract in rivista on line CSDN Roma 

LA REINTEGRAZIONE NEL POSTO DI LAVORO AL TEMPO DEL JOBS ACT: LICENZIAMENTO DISCIPLINARE, RIPARTIZIONE DELL’ONERE DELLA PROVA IN CASO DI ASSERITE CONDOTTE RITORSIVE O DISCRIMINATORIE E L’INSUSSISTENZA DEL FATTO MATERIALE – Tribunale di Roma, 4 aprile 2016, est. Marrocco, P.S. c. TILAK S.r.l.

Il licenziamento discriminatorio si può ritenere dimostrato se pervenga dagli elementi di causa la sussistenza del c.d. fattore rischio e del dato oggettivo, che dia conto del fatto che il lavoratore, proprio a causa delle sue condizioni e delle sue scelte, sia stato trattato in maniera differente rispetto a quanto sia stato o sarebbe stato trattato un altro soggetto in analoga situazione e ciò a prescindere dalla motivazione addotta e dall’intenzione di chi ha adottato il provvedimento discriminatorio. Il recesso per motivo illecito ex art. 1345 c.c., invece, ricorre ove la condotta datoriale sia stata determinata esclusivamente da un intento contra legem e, quindi, nel caso in cui vi sia stata da parte di quest’ultimo una reazione abnorme rispetto ad una condotta lecita del prestatore.
Esclusa la natura discriminatoria e comunque illecita del licenziamento ...

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Annullabilità delle dimissioni per incapacità naturale e ricostituzione del rapporto di lavoro

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in CSDN Roma 

Tribunale di Roma, 15 settembre 2016, est. Selmi, N. P. (Avv. Merlo) c. UGL Agricoli Forestali (Avv. Rongioletti).

RAPPORTO DI LAVORO - DIMISSIONI - STATO DI INCAPACITA NATURALE - SUSSISTENZA - VIZIO DEL CONSENSO - ANNULLAMENTO DELLE DIMISSIONI - RICOSTITUZIONE DEL RAPPORTO - OBBLIGO RETRIBUTIVO DALLA SENTENZA.

Devono annullarsi ai sensi dell’art. 428 c.p.c. le dimissioni rese dal prestatore di lavoro in uno stato di incapacità naturale allorché le stesse siano state rassegante in un momento di alterata percezione sia della situazione di fatto sia delle conseguenze dell’atto che si compie, con conseguente pregiudizio della sua capacità di autodeterminazione. Le dimissioni sono annullabili purché il lavoratore dimostri due condizioni: la prima, di trovarsi, al momento in cui ha compiuto l’atto, in uno stato di privazione delle capacità volitive e intellettive, anche parziale, tale da impedire la formazione di una volontà cosciente, dovuta per qualsiasi ragione anche di natura transitoria; la seconda, di aver subito un grave pregiudizio a causa dell’atto medesimo, senza che sia richiesta la malafede del destinatario.
Il caso in commento tratta la vicenda di una lavoratrice la quale ha convenuto in giudizio il datore di lavoro al fine di ottenere l’annullamento delle proprie dimissioni, deducendo di averle rassegnate in uno stato di incapacità naturale. La ricorrente, altresì, ha richiesto la condanna della convenuta alla reintegra nel posto di lavoro con efficacia ex tunc, oltre il risarcimento del danno pari alle retribuzioni perse dalla data della risoluzione del rapporto di lavoro.

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Il Diritto del Lavoro dopo il Jobs Act - Ciclo di Seminari

Si segnala un importante ciclo di seminari organizzato dal prof. Edoardo Ghera e proposto nel quadro del Corso di Perfezionamento e Approfondimento "Il diritto del lavoro post Jobs Act" (Roma, Aula Magna di Via Pietro Cossa, 40), in cui verranno trattate tematiche di grande rilievo inerenti e successive all'applicazione del Jobs Act. 

L'avvocato Michelangelo Salvagni interverrà in veste di relatore il 30 Novembre tenendo il seminario dal titolo "Le problematiche relative alla disciplina degli appalti di manodopera e il trasferimento d’azienda". 

Per iscriversi al Corso clicca qui.

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Il caso Aviointeriors Spa: guerra sui licenziamenti

Latina, 12 ottobre 2016

Da anni la città di Latina è protagonista di un caso giudiziario emblematico che riguarda una delle realtà industriali più importanti della provincia di Latina e che vede coinvolti centinaia di dipendenti che hanno già perso il  posto di lavoro e rischiano di perderlo in futuro.

In breve la vicenda è la seguente: la società Aviointeriors tra il settembre e il dicembre del 2014 con procedura collettiva ha licenziato circa settanta dipendenti. L’11 ottobre 2016 sono state trattate presso il Tribunale di Latina, innanzi ai giudici Diana e Gatani, le cause di alcuni dipendenti licenziati aderenti all’organizzazione sindacale CGIL – FIOM, tutti rappresentati in giudizio dall’avvocato Michelangelo Salvagni e che chiedono venga accertata l’illegittimità del licenziamento e la reintegrazione nel posto di lavoro.

La società alla suddetta data dell’11 ottobre ha proposto ai lavoratori una conciliazione di tipo economico, ma al momento continua il percorso dei lavoratori al fine di ottenere in giudizio il riconoscimento dei proprio diritti e la reintegrazione del posto di lavoro ai sensi dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

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Il Tribunale di Latina reintegra 5 lavoratori licenziati dalla Sapa di Fossanova

Sentenza pubblicata su Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n. 2/2017

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Ordinanza Tribunale Latina, 27 settembre 2016

Al Tribunale di Latina vincono i lavoratori e i loro diritti.

La Sapa (ex ALCOA) di Fossanova, importantissima azienda siderurgica del territorio sud pontino, a luglio del 2014, a seguito di una procedura di mobilità, licenziava tutti i dipendenti di tale sede (ossia 136 lavoratori). Il 27 settembre 2016 il Tribunale di Latina ha accolto i primi ricorsi presentati da alcuni lavoratori appartenenti all’organizzazione sindacale CGIL – FIOM, tutti rappresentati in giudizio dall’avvocato Michelangelo Salvagni, reintegrandoli nel posto di lavoro ai sensi dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e condannando la società a corrispondere ai medesimi un risarcimento del danno pari a 12 mensilità (misura massima prevista per legge).

La controversia prende le mosse da una procedura di mobilità, apertasi e conclusasi nell’anno 2014 causa “forti perdite economiche”, allorché la Sapa comunicava la chiusura dello stabilimento di Fossanova e il licenziamento di tutti i 136 dipendenti che ivi prestavano servizio.

Il giudice invece, accogliendo la tesi dei lavoratori, ha dichiarato l'illegittimità della procedura di mobilità poiché il criterio di scelta indicato dalla Sapa è risultato del tutto falso. Il Tribunale di Latina, infatti, ha osservato sul punto che a fronte della sussistenza di 136 dipendenti effettivamente in organico presso la sede di Fossanova, i destinatari del provvedimento di recesso collettivo erano solo 130. Quindi, ben 6 lavoratori che espletavano la loro attività presso la sede di Fossanova non risultavano destinatari di alcun provvedimento di licenziamento. Il magistrato ha accertato al riguardo che questi 6 lavoratori erano stati ricollocati presso lo stabilimento di Atessa, in Abruzzo, facente parte del gruppo societario Sapa, nonostante “sulla carta” facessero parte dei 136 lavoratori che prestavano servizio nello stabilimento di Fossanova. Da qui l'illegittimità del criterio di scelta adottato dalla società al fine di giustificare il licenziamento collettivo, giudicato tutt'altro che oggettivo e veritiero, con conseguente riconoscimento per i lavoratori ricorrenti della tutela reintegratoria piena ex art. 18 Legge n. 300/70.

Per una migliore comprensione della vicenda, si segnalano i seguenti articoli pubblicati on line:

- Corriere di Latina

- Radio Luna 

- http://www.ilcaffe.tv/articolo/28103/reintegrati-i-lavoratori-licenziati-dalla-fabbrica-dell-alluminio

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Jobs Act e licenziamento disciplinare: alla ricerca della reintegrazione tentando la strada del recesso ritorsivo o discriminatorio

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato Lavoro e Previdenza Oggi, n.9/10 2016 

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Tribunale di Roma, Sez. IV Lav., ordinanza 4 aprile 2016 – Giud. Marrocco – P. S. (Avv. Marongiu) c. T. S.r.l. (contumace)*

 

Rapporto di lavoro – Contratto di lavoro a tutele crescenti – Sanzioni e contestazioni disciplinari – Licenziamento disciplinare – Natura discriminatoria o ritorsiva del recesso – Ripartizione onere della prova - Nullità del licenziamento – Esclusione – Insussistenza del fatto materiale contestato – Sussistenza – Reintegrazione.

 

Il licenziamento discriminatorio si può ritenere dimostrato se risulti dagli elementi di causa la sussistenza del c.d. fattore rischio e del dato oggettivo che dia conto del fatto che il lavoratore, proprio a causa delle sue condizioni e delle sue scelte, sia stato trattato in maniera differente rispetto a un altro soggetto in analoga situazione e ciò a prescindere dalla motivazione addotta e dall'intenzione di chi ha adottato il provvedimento discriminatorio. Il recesso per motivo illecito ex art. 1345 c.c., invece, ricorre ove la condotta datoriale sia stata determinata esclusivamente da un intento contra legem e, quindi, nel caso in cui vi sia stata da parte di quest’ultimo una reazione abnorme rispetto ad una condotta lecita del prestatore.

Esclusa la natura discriminatoria e comunque illecita del licenziamento e quindi gli effetti sanzionatori della nullità del recesso, lo stesso può ritenersi illegittimo ai sensi dell’art. 3, co. 2, del D.Lgs. n. 23/2015, quando sia dimostrata in giudizio l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore, con conseguente annullamento del licenziamento e reintegra nel posto di lavoro

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Prima sentenza Corte di Cassazione sull' irretroattività della tutela indennitaria prevista dal D.LGS. 81 del 2015

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Csdn Roma

 e di prossima pubblicazione in “Lavoro e Previdenza Oggi”

IRRETROATTIVITA’ DELLA TUTELA INDENNITARIA PREVISTA DAL D.LGS. 81 DEL 2015 AI GIUDIZI PENDENTI E AI CONTRATTI A TEMPO DETERMINATO STIPULATI ANTECEDENTEMENTE ALL’ENTRATA IN VIGORE DELLA NUOVA DISCIPLINA – Corte di Cassazione, 20 ottobre 2015, Sezione lavoro, n. 21266, pres. Roselli, rel. Nobile, Poste Italiane S.p.A. (avv. Fiorillo) c./ P.D. (avv. Rizzo). Cassa con rinvio la sentenza n. 2773/2009 della Corte d’Appello di Roma, depositata il 14 dicembre 2009, r.g.n. 4147/2006

Deve escludersi la retroattività della nuova norma art. 28 del D.Lgs. n. 81 del 2015 la cui disciplina potrà applicarsi soltanto ai contratti di lavoro stipulati successivamente alla data di entrata in vigore del D.Lgs. citato (ossia dal 25/06/2015), così perdurando l’applicazione della pregressa disciplina di cui all’art. 32 della legge 183/2010 in relazione ai “giudizi pendenti”, relativi ai contratti stipulati precedentemente alla nuova normativa.
Lavoro subordinato (Rapporto di) – Contratto a termine ex art. 23 L. 56 del 1987 – Assunzioni a termine di dipendenti postali – Esigenze eccezionali previste dalla contrattazione collettiva – Sostituzione personale in ferie – Nullità clausola appositiva del termine – Conversione – Risarcimento del danno – Insussistenza – Indennizzo ex art. 32, commi 5,6, e 7 L. 183 del 2010 – ius superveniens – Indennità prevista ex art. 28 D.lgs n. 81 del 2015 per i casi di trasformazione del contratto a tempo determinato – art. 55, lette f) D.Lgs. n. 81 del 2015 e abrogazione commi 5 e 6 L. n. 183 del 2010 – Questione di successione di leggi – Mancanza di disposizione transitoria sull’efficacia retroattiva dell’art. 28 D.Lgs. n. 81 del 2015 – Non applicabilità della nuova disciplina ai giudizi pendenti alla data della entrata in vigore della legge – Mancata abrogazione art. 32, comma 7, L. 183 del 2010 – Applicabilità art. 28 del D.Lgs. 81 del 2015 solo ai contratti a termine stipulati dopo il 25 giugno 2015 – Applicazione ratione temporis indennizzo ex art. 32 della L. n.183 del 2010.
La sentenza della Corte di Cassazione oggetto di annotazione risulta di particolare interesse ...

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Sulla natura disciplinare del licenziamento per scarso rendimento in caso di notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Lavoro e Previdenza Oggi, n. 5-6/2016

Pdf pubblicazione

Sulla natura disciplinare del licenziamento per scarso rendimento in caso di notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore

 

Tribunale di Roma, ordinanza 24 dicembre 2015 – Est. Buconi – G. M. (Avv. C. de Marchis e V. Piresti) c. A. F. S.r.l.*

 

Licenziamento individuale – Assenze per malattia discontinue e irregolari – Scarso rendimento – Presupposti – Inutilizzabilità della prestazione – Carattere disciplinare del recesso - Necessità di colpa – Insussistenza – Reintegra

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Applicazione dell'art. 18 in caso di insussistenza del fatto contestato

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Lavoro e Previdenza Oggi, n.1-2, 2016

USI AZIENDALI, DICHIARAZIONI CONFESSORIE RESE IN SEDE DISCIPLINARE E PRINCIPIO DI PROPORZIONALITÀ DELLA SANZIONE CON RIFERIMENTO AL CCNL: APPLICAZIONE DELL’ART. 18 DELLO STATUTO DEI LAVORATORI IN CASO DI INSUSSISTENZA DEL FATTO CONTESTATO 

Corte di Appello di Roma, 7 aprile 2015, Sezione lavoro e previdenza, n. 3161, pres. Cambria, rel. Michelini, Ospedale Israelitico (avv.ti Troiano e Ciranna) c. B.A. (avv.ti Chilosi e Calamita). Riforma Tribunale di Roma n. 7986 del 14 luglio 2014 Deve escludersi che le giustificazioni rese in sede disciplinare abbiano valenza confessoria quando le stesse sono rilasciate dal lavoratore in mancanza di assistenza tecnica–giuridica e senza la consapevolezza della oggettiva incidenza delle stesse in ordine alle conseguenze giuridiche.
E’ quindi illegittimo il licenziamento per giusta causa del dirigente medico ...

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Diritto di critica, utilizzo di espressioni sconvenienti e licenziamento del sindacalista

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro n.3/2016

Pdf pubblicazione

TRIBUNALE FERRARA – decreto ex art. 28 L. 300/70, 30 gennaio 2016 – Est. D’Ancona -  L.F. (avv.ti Piccinini, Mangione, Mozzanti) c.  B. P. I. S.r.l. (avv.ti Pavone, Marasco, Lopez).  

Lavoro subordinato – Condotta antisindacale ex art. 28 L. 300/70 - Lavoratore sindacalista – Uso di espressioni aspre e inopportune durante una trattativa sindacale - Rivendicazione del ruolo sindacale – Licenziamento disciplinare – Pertinenza delle espressioni utilizzate ai temi oggetto di critica - Sproporzione della sanzione e carattere strumentale del licenziamento – Nullità – Natura antisindacale e ritorsiva del recesso – Reintegra.

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Scarso rendimento ed eccessiva morbilità nel rapporto di lavoro degli autoferrotranvieri

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale n. 1/2016

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CASSAZIONE, 2.9.2015, n. 17436, ord. – Pres. Stile, Est. Manna, P.M. Matera (conf.) – A.T.M. - Azienda trasporti milanese Spa (avv.ti Giacchetti, Zambello) c. A.G. (avv. Civitelli).
Conf. Corte d’Appello di Milano, 10.3.2013.


Licenziamento individuale – Rapporto di lavoro autoferrotranvieri – Ferrovie in concessione –
Esonero agente per scarso rendimento – Eccessiva morbilità – Necessità di colpa – Insussistenza –
Giustificato motivo oggettivo – Differenza dall’esonero del servizio per malattia.


Ai fini dell’esonero definitivo dal servizio dei lavoratori autoferrotranvieri dipendenti da aziende
esercenti il pubblico servizio di trasporti in regime di concessione, la fattispecie dello scarso rendimento previsto dall’art. 27, lett. d, del Regolamento attuativo, all. A, al r.d. n. 148 del 1931, è ipotesi diversa e separata da quella prevista dallo stesso art. 27, lett. b, che disciplina invece la malattia. Conseguentemente, e ripetute assenze per malattia non possono considerarsi come utili ai fini della configurabilità dello scarso rendimento idoneo a giustificare l’esonero dal servizio dell’agente. (1)

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La qualificazione della definizione «primo rapporto» nel contratto a termine acausale ex lege n. 92/2012

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale n.3/2015

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TRIBUNALE DI MONZA, 9 ottobre 2014  – Est.  Capelli – M. L. T. (avv. Leonardo) c. Eurosfera s.r.l. (avv. Campolunghi).

Somministrazione di lavoro – Contratto a termine acausale ex art. 1, comma 1 bis, d.lgs. n. 368/2001 – Successione contratti con medesimo datore - Nullità clausola appositiva del termine – Qualificazione precedente rapporto lavorativo -  Conversione per mancanza di motivazione -  Insussistenza

Il precedente rapporto di somministrazione a termine non determina alcuna violazione dell’art. 1, comma 1 bis, d.lgs. n. 368/2001 (comma aggiunto dalla lettera b) del comma 9 dell’art. 1, legge 28 giugno 2012, n. 92) e, quindi, non comporta la conversione del rapporto a tempo indeterminato in quanto, anche se il lavoratore era già stato utilizzato dalla stessa azienda, tuttavia, formalmente era stato dipendente dell’Agenzia di somministrazione. Conseguentemente, tra lavoratore e utilizzatore non era mai intercorso un rapporto di lavoro subordinato e, pertanto, il datore di lavoro può legittimamente stipulare un contratto a termine acausale, trattandosi effettivamente del primo rapporto  a tempo determinato intercorso tra le parti (1). 

 La qualificazione della definizione “primo rapporto” nel contratto a termine acausale ex lege 92/2012.

- La sentenza che si commenta risulta di particolare rilevanza in quanto attiene ad una delle prime interpretazioni giurisprudenziali in relazione alla fattispecie del contratto a termine acausale a seguito della riforma attuata con la legge 28 giugno 2012, n. 92, “Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita” (pubblicata in Gazzetta Ufficiale n.153 del 3/7/2012 - Suppl. Ordinario n. 136) che ha introdotto il comma 1 bis, all’art. 1 del d.lgs. n. 368/2001.

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Prassi aziendale, dichiarazioni confessorie rese in sede disciplinare e principio di proporzionalità della sanzione con riferimento al ccnl: applicazione dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori in caso di insussistenza del fatto contestato

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Lavoro e Previdenza Oggi 1-2/2016

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Corte d'Appello di Roma, Sez. Lav., sentenza 7 aprile 2015, n. 3161 - Pres. Cambria - Rel. Michelini - B. A. (Avv. R. Chilosi e T. Calamita) c. O. I. (Avv. R. Troiano e A. Ciranna)*

Ragioni in fatto e diritto della decisione

Con ricorso ex art. 1, comma 48, L. n. 92/2012 depositato in data 5/3/2013 al Tribunale di Roma in funzione di giudice del lavoro, A. B., medico dipendente dell'O. I. dal 1982 e dal 2001 primario responsabile del reparto cardiologia quale dirigente medico di II livello, conveniva in giudizio l'O. I. chiedendo accertarsi la nullità o l'illegittimità del licenziamento per giusta causa intimatogli il 8/8/2012 a seguito di contestazione disciplinare del 23/7/2012 relativa a fatti, accertati mediante incarico conferito ad agenzia investigativa, di omessa timbratura del badge di rilevazione delle presenze in uscita ed in entrata durante la pausa pranzo in una serie di giorni lavorativi tra giugno e luglio 2012, qualificati da parte datoriale come abbandono del posto di lavoro e mancato rispetto dell'orario di lavoro giornaliero e settimanale prescritto dal CCNL (38 ore), con conseguente ingiusto profitto consistito nella percezione dell’intera retribuzione nonostante la mancata prestazione dell'attività lavorativa.

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Il controllo giudiziale sull’effettività del licenziamento per motivo oggettivo

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale n. 4/2015

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CASSAZIONE CIVILE n. 5173, 16 marzo 2015, Sez. lav. – Pres. Macioce – Est. Buffa – P.M. Fresa (Conf.), Assitur s.r.l. (avv. Pessi) c. T.M. (avv. Agosto).
Conf. Corte di Appello di Catanzaro del 30 agosto 2011.


Lavoro (Rapporto di) – Licenziamento individuale - Giustificato motivo oggettivo – art. 3,
legge 15 luglio 1966, n. 604 – Controllo giudiziale sull’effettività delle ragioni – Calo di
commesse – Soppressione posto di lavoro – Attività affidata in appalto - Obbligo di repechage – Onere della prova – Illegittimità del licenziamento.


Non costituiscono idonea giustificazione al licenziamento per giustificato motivo oggettivo le ragioni addotte dal datore di lavoro ove tali ragioni richiamino a un generico ridimensionamento dell’attività imprenditoriale che non può essere meramente strumentale ad un incremento del profitto, ma devono essere dirette a fronteggiare situazioni sfavorevoli non contingenti. Il lavoratore ha quindi il diritto che il datore di lavoro (su cui incombe il relativo onere) dimostri la concreta riferibilità del licenziamento individuale ad iniziative collegate ad effettive ragioni di carattere produttivo organizzativo, e non ad un mero incremento di profitti, e che dimostri, inoltre, l'impossibilità di utilizzare il lavoratore stesso in altre mansioni equivalenti a quelle esercitate prima della ristrutturazione aziendale


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CASSAZIONE CIVILE n. 12242, 12 giugno 2015, Sez. lav. – Pres. Lamorgese – Est. Ghinoy –
P.M. Celeste (Conc. rigetto) Dolce e salato di Baucia Giovanni & C. s.n.c. (avv.ti Luponio e
Porrati) c. C.F. (avv.ti Spinoso e Grattarola).

Conf. Corte di Appello di Torino del 13 gennaio 2012.


Lavoro (Rapporto di) – Licenziamento individuale - Giustificato motivo oggettivo – art. 3,
legge 15 luglio 1966, n. 604 – Controllo giudiziale sull’effettività delle ragioni – Soppressione
posto di lavoro – Ingresso nuovi soci - Obbligo di repechage – Onere della prova –
Illegittimità del licenziamento.


Non costituisce giustificato motivo oggettivo, idoneo, in quanto tale, a giustificare il licenziamento del lavoratore per soppressione del posto di lavoro conseguente alla riorganizzazione aziendale, il subingresso nella società datoriale di nuovi soci lavoratori adibiti allo svolgimento delle mansioni prima assegnate al lavoratore licenziato. La circostanza che i predetti soggetti, a prescindere dalla configurabilità o meno in capo ad essi della qualifica di soci-lavoratori, siano impiegati nello svolgimento delle mansioni in precedenza svolte dal prestatore licenziato, invero, esclude chiaramente che il riassetto organizzativo, posto dal datore di lavoro alla base dell'intimato licenziamento, sia diretto a fronteggiare situazioni sfavorevoli e non contingenti, idonee ad influire sulla normale attività produttiva, imponendo una effettiva riduzione dei costi (1-3)


(*) il testo delle sentenze è pubblicato in www.ediesseonline.it/riviste/rgl

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Telecom, quattro lavoratrici vincono causa contro “la sede ghetto per disabili”

La compagnia ha trasferito in un solo ufficio romano un elevato numero (43,7%) di lavoratori tutelati dalla legge 104. Il tribunale annulla il trasferimento per quattro di loro: “Scelta discriminatoria”.

 

Link all'articolo: Il Fatto Quotidiano.

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La configurabilità del trasferimento in caso di riammissione in servizio in nuova sede a seguito di nullità del termine

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n.4/2014

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CORTE DI CASSAZIONE, 25 febbraio 2014, n. 13060, Sez. lav. – Pres. Vidiri – Rel. Ghinoy – Poste Italiane S.p.A. (avv. Pessi) c. R.F. C.F. (avv. Vacirca). 

Conf. Corte di Appello di Firenze del 6 ottobre 2007.

 

Contratto a termine – Nullità clausola appositiva del termine – Riammissione in servizio in sede diversa da quella di originaria appartenenza – Trasferimento del lavoratore ex art. 2103 c.c. – Eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c. per ripristino rapporto di lavoro in altra sede di lavoro – Licenziamento – Reintegrazione nel posto di lavoro.

 

L’ordine di riammissione nel posto di lavoro emanato dal giudice che dichiara la nullità del termine apposto ad un contratto esige che il lavoratore sia in ogni caso ricollocato nel luogo e nelle mansioni originarie, salva la facoltà per il datore di lavoro di disporne con successivo provvedimento il trasferimento ad altra unità produttiva, laddove ne ricorrano le condizioni tecniche, organizzative e produttive. Ne consegue che il trasferimento del lavoratore al di fuori di tali condizioni è nullo, in quanto integra un inadempimento contrattuale da parte del datore di lavoro, e giustifica, sia quale attuazione dell’eccezione di inadempimento ai sensi dell’art. 1460 cod. civ. sia in considerazione dell’inidoneità a produrre effetti da parte degli atti nulli, il rifiuto del dipendente di assumere servizio nella sede diversa cui sia stato destinato (1).

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La responsabilità del datore di lavoro per gli infortuni derivanti da attività criminose

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n.1/2014

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I

 

CORTE DI CASSAZIONE, 8 aprile 2013, Sez. lav., n. 8486 – Pres. Vidiri – Rel. Arienzo – Poste Italiane S.p.A. (avv. Fiorillo) c. P.F.E.A. (avv. Fatigato).  Conf. Corte di Appello di Bari del 16.03.2009.

 

Lavoro subordinato (Rapporto di) - Tutela delle condizioni di lavoro - sicurezza e prevenzione infortuni  – Obbligo di prevenzione dai rischi da rapine – Onere del datore di lavoro valutazione a priori di rischi extra-lavorativi - Insufficienza di adeguate misure di tutela –– Ripartizione dell’onere della prova – Responsabilità del datore di lavoro per inadempimento dell’obbligo di sicurezza per l’attività criminosa di terzi – Sussistenza.

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Questioni interpretative sull’applicabilità dell’indennità ex art. 32, comma 5, del Collegato lavoro al lavoro temporaneo e alla somministrazione di lavoro

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro n.2/2013

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CASSAZIONE, 17 gennaio 2013, n. 1148, Sez. lav. – Pres. De Renzis, Est. Curzio – Poste Italiane Spa (avv. Trifirò) c. C.F. (avv. De Donno).

Conf. Corte d’Appello Milano 17 dicembre 2009

Lavoro temporaneo tramite agenzia – Instaurazione del contratto tra lavoratore e utilizzatore interponente – Illegittimità del contratto di fornitura – Conversione del rapporto a termine in lavoro a tempo indeterminato – Indennità ex art. 32, comma 5, legge n. 183/2010, come autenticamente interpretato dall’art. 1, comma 13, legge n. 92/2012.

 

In tema di lavoro interinale, la legittimità del contratto di fornitura costituisce il presupposto per la stipulazione di un legittimo contratto per prestazioni di lavoro temporaneo. Ne consegue che l’illegittimità del contratto di fornitura comporta le conseguenze previste dalla legge sul divieto di intermediazione e interposizione nelle prestazioni di lavoro e, quindi, l’instaurazione del rapporto di lavoro con il fruitore della prestazione, cioè con il datore di lavoro effettivo; inoltre, alla conversione soggettiva del rapporto si aggiunge la conversione dello stesso da lavoro a tempo determinato in lavoro a tempo indeterminato, per intrinseca carenza dei requisiti richiesti dal d.lgs. n. 368/2001 ai fini della legittimità del lavoro a tempo determinato tra l’utilizzatore e il lavoratore. In virtù di tale conversione, l’indennità prevista dall’art. 32 della legge n. 183/2010, nel significato chiarito dal comma 13 dell’art. 1 della legge n. 92/2012, trova applicazione anche al lavoro temporaneo, con riferimento quindi a qualsiasi ipotesi di ricostituzione del rapporto di lavoro avente in origine termine illegittimo, e si applica anche nel caso di condanna del datore di lavoro al risarcimento del danno subìto dal lavoratore a causa dell’illegittimità di un contratto per prestazioni di lavoro temporaneo a tempo determinato, ai sensi dell’art. 3, comma 1, lett. a, della legge n. 196/1997, convertito in contratto a tempo indeterminato tra lavoratore e utilizzatore della prestazione. (1)

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Il precario errante nella Scuola Pubblica: viaggio alla ricerca della stabilità

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Il Sole 24 Ore (Aprile 2012), Massimario di Giurisprudenza del Lavoro n.4/2012

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Il lavoro a termine nella Scuola pubblica potrebbe essere rappresentato con una metafora in cui il lavoratore assunto con più contratti flessibili intraprende un viaggio su un treno che non arriva mai alla sua destinazione finale. Tante stazioni intermedie. Brevi soste e ripartenze, dove però si rischia di finire, dopo un lungo e instabile percorso, su un binario morto; e alla fine, al massimo, ti viene rimborsato solo il costo del biglietto.

In questa similitudine si concentra il tema dei contratti a tempo determinato nella scuola pubblica, in quanto il sistema normativo vigente, che dovrebbe ispirarsi a principi di derivazione comunitaria anche nel settore pubblico, ha determinato un paradosso inaccettabile per il nostro diritto positivo: ovvero la stabilizzazione legalizzata del precariato.

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Questioni in tema di qualificazione del rapporto di lavoro e onere della prova in caso di asserite dimissioni

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro n.4/2012

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TRIBUNALE DI ROMA, 12 ottobre 2011 – Est. Armone – P.P.S. (avv. Aiello) c. Compagnia di navigazione Ponte S. Angelo in liquidazione (avv. Napoletano).

Contratto di lavoro occasionale – Natura subordinata della prestazione - Contratto a termine di lavoro marittimo – Utilizzo abusivo del contratto a termine – Nullità del termine – Trasformazione in contratto a tempo indeterminato – Nullità del licenziamento orale – Dimissioni – Ripartizione onere della prova .

 Nel caso di successione consecutiva di un rapporto di lavoro di tipo occasionale e di un rapporto di lavoro subordinato a termine di lavoro marittimo, l’accertamento della subordinazione sin dal primo rapporto, formalmente qualificato come autonomo, travolge il successivo contratto a tempo determinato e la relativa apposizione del termine, con la conseguenza che il rapporto di lavoro deve considerarsi unico ed a tempo indeterminato sin dall’origine. Ove si controverta sulle modalità di risoluzione del rapporto con affermazioni contrapposte (licenziamento orale o dimissioni), sul lavoratore grava esclusivamente la prova della cessazione del rapporto lavorativo, mentre la controdeduzione del datore di lavoro riguardante le dimissioni ha valore di eccezione ed il relativo onere della prova incombe sullo stesso eccipiente. ...

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Genericità della causale nel lavoro temporaneo e nella somministrazione

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro n.1/2012

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Corte d’Appello Torino, 2 maggio 2011, Sez. lav. – Pres. Mariani, Est. Grillo Pasquarelli – M. P. (avv. Scavone) c. Poste Italiane Spa (avv.Fronticelli).

 

Lavoro temporaneo tramite agenzia – Difetto di indicazione dei motivi – Eccessiva genericità – Violazione art. 3, comma 3, lett. a, legge n. 196/1997 – Applicazione dell’art. 10, comma 1, legge n. 196/1997 – Riconoscimento della sussistenza del rapporto di lavoro in capo all’azienda utilizzatrice.

Il contratto per prestazioni di lavoro temporaneo a tempo determinato si trasforma in contratto a tempo indeterminato alle dipendenze dell’azienda utilizzatrice non solo nei casi contemplati dall’art. 10, commi 2 e 3, legge n. 196/1997, in mancanza di forma scritta o di protrazione del rapporto oltre il termine di dieci giorni dalla naturale scadenza, ma anche nelle ipotesi contemplate dal comma 1 del medesimo art. 10, e quindi anche nel caso di violazione dell’art. 1, commi 2-5, ipotesi tra le quali rientra la generica indicazione dei motivi sottesi alla stipula del contratto di fornitura e del contratto per prestazioni di lavoro temporaneo, essendo detti contratti, intrinsecamente collegati, ontologicamente causali.

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La natura ontologicamente causale del contratto di lavoro temporaneo

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista giuridica del Lavoro n.4/2010

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Corte d’Appello Torino, 20 gennaio 2010, Sez. lav. – Pres. Girolami, Est. Ramella Trafighet – C. R. (avv.ti Poli e Ingegneri) c. Eni Spa (avv.ti Tosi e Realmente). 

Lavoro temporaneo tramite agenzia – Difetto di indicazione dei motivi – Eccessiva genericità – Violazione art. 3, comma 3, lett. a, legge n. 196/1997 – Applicazione dell’art. 10, comma 1, legge n. 196/1997 – Riconoscimento della sussistenza del rapporto di lavoro in capo all’azienda utilizzatrice. 

Il contratto per prestazioni di lavoro temporaneo a tempo determinato si trasforma in contratto a tempo indeterminato alle dipendenze dell’azienda utilizzatrice non solo nei casi contemplati dall’art. 10, commi 2 e 3, legge n. 196/1997, in mancanza di forma scritta o di protrazione del rapporto oltre il termine di dieci giorni dalla naturale scadenza, ma anche nelle ipotesi contemplate dal comma 1 del medesimo art. 10, e quindi anche nel caso di violazione dell’art. 1, commi 2-5, ipotesi tra le quali rientra la generica indicazione dei motivi sottesi alla stipula del contratto di fornitura e del contratto per prestazioni di lavoro temporaneo, essendo detti contratti, intrinsecamente collegati, ontologicamente causali. (1)

(1) La natura ontologicamente causale del contratto di lavoro temporaneo

 

Sommario: 1. — Breve premessa sulla ratio della legge n. 196/97: la doppia deroga rispetto al modello legale tipico. — 2. Il caso di specie. — 3. La specifica indicazione dei motivi quale contenuto essenziale dei contratti di fornitura e di prestazione di lavoro ontologicamente collegati nella loro natura causale. — 4. L’esegesi giurisprudenziale sull’indicazione oggettiva della causale ai fini dell’effettivo controllo del nesso causale che giustifica l’assunzione temporanea. — 5. La novazione soggettiva e oggettiva del contratto di lavoro temporaneo che comportano la conversione del rapporto a tempo indeterminato con l’utilizzatore. — 6. Rilievi conclusivi.

— Breve premessa sulla ratio della legge n. 196/97: la doppia deroga rispetto al modello legale tipico — L’oggetto della presente nota riguarda la querelle interpretativa su quali siano le violazioni della legge n. 196 del 1997 che configurino la trasformazione del rapporto di lavoro temporaneo in uno a tempo indeterminato con l’impresa utilizzatrice.

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La flessibilità «insicura» dell’art. 2, comma 1-bis, d.lgs. n. 368 del 2001: la disapplicazione della norma nell’ esegesi giurisprudenziale successiva alla sentenza della Corte Costituzionale n. 214 del 2009

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro n.2/2010

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TRIBUNALE SIENA, 23 novembre 2009, Sez. lav. – Est. Cammorasano – C. G. c. Poste Italiane Spa.

 Lavoro subordinato – Contratto a termine – Imprese concessionarie di servizi nel settore postale – Art. 2, comma 1-bis, d.lgs. n. 368 del 2001 – Condizioni legittimanti la clausola appositiva del termine nella norma a-causale – Violazioni princìpi comunitari anche in ipotesi di un unico contratto a termine – Interpretazione della giurisprudenza comunitaria – Disapplicazione della norma per contrasto con il diritto comunitario – Nullità del termine – Trasformazione a tempo indeterminato.

I princìpi affermati dalla Corte di Giustizia, in relazione al fenomeno della successione dei contratti a termine, sono pienamente applicabili al singolo rapporto di lavoro a termine, nella logica di proteggere i lavoratori dall’instabilità dell’impiego e del principio secondo il quale i contratti a tempo indeterminato costituiscono la forma comune dei rapporti di lavoro. L’abuso dei contratti a termine può essere accertato andando a considerare la globale utilizzazione del lavoro precario in ambito aziendale ove nel medesimo stabile posto di lavoro, nella medesima ordinaria mansione, per dodici mesi su dodici l’anno, tanto è abusivo utilizzare in successione temporizzata un medesimo lavoratore, quanto farvi ruotare lavoratori diversi con singoli contratti. In entrambi i casi abbiamo un sostanziale fenomeno di successione di rapporti. La presupposizione della Corte, nella conclusione del par. 90, della sentenza Angelidaki, è e non può non essere, che per quella mansione, per quel posto, non vi sia ricorso a una successione ancorché indiretta, cioè con altri lavoratori a termine.

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Il datore di lavoro ha sempre l'obbligo di tutelare l'integrità fisio-psichica dei dipendenti contro il rischio di aggressioni criminose

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n.4/2008

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I

 

TRIBUNALE TORINO, 27 marzo 2008, Sez. lav. – Est. Lanza – C. Z. (avv.ti Martino, Distasio) c. Autogrill Spa (avv. Lavizzari).

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Il lavoro umano nell'impresa: la subordinazione di tipo economico-funzionale

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro n.2/2009

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CASSAZIONE, 1 agosto 2008, n. 21031,  Sez. Lav. – Pres. De Luca – Rel. Bandini - Pm Sepe - conf. - E. 2000 Srl (Avv. Bosio) – c. INPS (Avv.ti Coretti, Cossu, Correra). Corte d’Appello Genova, 6 dicembre 2004

 

Lavoro subordinato - Lavoro autonomo - Criteri distintivi - Prestazioni saltuarie - Identificazione dell'autonomia del rapporto - Esclusione - Ricorrenza del vincolo della subordinazione – Configurabilità

 La sussistenza del vincolo della subordinazione e quindi la non configurabilità come lavoro autonomo avviene anche per prestazioni saltuarie se le modalità di svolgimento dell’attività lavorativa sono contraddistinte dalla messa a disposizione da parte dei lavoratori delle proprie energie lavorative, dall’obbligo di sottostare alle disposizioni impartite loro dal superiore gerarchico e, quindi, dal loro inserimento nell’organizzazione aziendale.(1)

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Il licenziamento del dirigente non apicale e applicazione della tutela reale

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro n.3/2007

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CASSAZIONE, SEZ. LAV., 22 dicembre 2006, n. 27464,  Pres. Senese -  Rel. D’Agostino – Consorzio Agrario Regione della Lucania e Taranto S.C.A.R.L.  (avv. G. Vesci) c/  Lettere Ermanno  (avv. G. Semeraro).

Licenziamento individuale - Distinzione tra la figura di dirigente apicale e pseudo dirigente – Ambito di operatività – Ampi poteri di iniziativa e discrezionalità tali da imprimere un indirizzo al governo complessivo dell’azienda – Mancanza – Limitazione di responsabilità - Applicabilità della legge n° 604 del 1966 e dell’art. 18 della legge n°  300 del 1970 – Reintegrazione nel posto di lavoro.

La qualifica di dirigente spetta soltanto al prestatore di lavoro che, come alter ego dell'imprenditore, sia preposto alla direzione dell'intera organizzazione aziendale, ovvero ad una branca o settore autonomo di essa, e sia investito di attribuzioni che, per la loro ampiezza e per i poteri di iniziativa e di discrezionalità che comportano, gli consentono, sia pure nell' osservanza delle direttive programmatiche del datore di lavoro, di imprimere un indirizzo ed un orientamento al governo complessivo dell'azienda, assumendo la corrispondente responsabilità ad alto livello (c.d. dirigente apicale);  da questa figura si differenzia quella dell'impiegato con funzioni direttive, che è preposto ad un singolo ramo di servizio, ufficio o reparto e che svolge la sua attività sotto il controllo dell'imprenditore o di un dirigente, con poteri di iniziativa circoscritti e con corrispondente limitazione di responsabilità (c.d pseudo-dirigente) (1) (Massima non ufficiale)

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Il mobbing e l'onere della prova: fattispecie a formazione complessa

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro n.4/2006

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CASSAZIONE, SEZ. LAV., 25 maggio 2006, n. 12445,  Pres. Ciciretti -  Rel. De Luca – M. M. (avv. Rodolfo Brognieri) c/  A.N.M.I.L. - ASSOCIAZIONE NAZIONALE MUTILATI ED INVALIDI DEL LAVORO (avv. Angelo Alberto Martorano ).

Lavoro subordinato – comportamenti vessatori – dimissioni per giusta causa – responsabilità del datore di lavoro per inadempimento dell'obbligo di  sicurezza – natura contrattuale – misure di prevenzione nominate ed innominate - ripartizione dell’onere della prova – prova liberatoria - risarcimento danni da mobbing – sussistenza.

Nell’ipotesi dell’accertamento di fatti mobbizzanti che hanno determinato al prestatore di lavoro delle rilevanti conseguenze sul piano morale e psico-fisico, la responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 cod. civ. ha natura contrattuale e lo stesso non assolve l’onere della prova liberatoria posta a suo carico se invece di dimostrare di aver adottato misure idonee a prevenire il dedotto evento dannoso si limita a dedurre iniziative volte alla repressione e non già alla prevenzione di comportamenti di tipo vessatorio (1) (Massima non ufficiale)

 

Svolgimento del processo.

Con la sentenza ora denunciata, il Tribunale di Potenza confermava la (sentenza del Pretore della stessa sede, che -pronunciando sulla domanda, proposta da  - M.M. - contro l'Associazione nazionale mutilati ed invalidi del lavoro (ANMIL) - sezione provinciale di Potenza, della quale era  stata dipendente fino alle proprie dimissioni per giusta causa, e diretta ad ottenere il risarcimento dei danni (patrimoniali, psicologici e morali) subiti in dipendenza del "comportamento vessatorio tenuto nei suoi confronti dal Presidente dell'Associazione, P.A.” - aveva, bensì, riconosciuto il diritto della lavoratrice alla indennità sostitutiva del preavviso, in dipendenza delle dimissioni per giusta causa, mentre aveva rigettato le altre domande - dirette ad ottenere il risarcimento dei danni -essenzialmente, in base ai rilievi  seguenti:

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Il giudizio sull'equivalenza delle mansioni deve tenere conto della capacità professionale dal lavoratore acquisita dal lavoratore anche se modesta

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, n.4/2004

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CASSAZIONE, SEZ. LAV., 11 dicembre 2003, n. 18984Pres. Sciarelli -  Rel. Curcuruto – Steccati Paolo (avv.ti Bruno Cossu e Benedetto Ricciardi) c/  Safta S.p.A. (avv.ti  Orlando Sivieri e Giovanni Cuminetti).



Categorie e qualifiche – mansioni diverse rispetto a quelle precedentemente svolte - giudizio di equivalenza ai fini dell’art. 2103 c.c.insussistenza – salvaguardia della professionalità acquisita anche per mansioni semplici ed esecutive.

 

In materia di equivalenza delle mansioni oltre alla loro inclusione nella stessa area professionale e salariale occorre considerare la loro affinità professionale, intesa quale nucleo di professionalità comune o almeno analogo, tale da rendere possibile l’armonizzazione delle nuove mansioni con le capacità professionali acquisite dall’interessato durante il rapporto lavorativo e consentirne ulteriori affinamenti e sviluppi, non assumendo invece rilievo, di per sé, i comuni caratteri di elementarità o semplicità delle precedenti e delle nuove mansioni.

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Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo e criteri di scelta

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro n.2/2005

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 CASSAZIONE, 11 giugno 2004, n. 11124, Sez. lav. – Pres. Sciarelli, Rel. Vigolo, P.M. De Augustinis (diff.), Cordeschi Luciana (avv.ti Alleva e Panici) c. Cooperativa Fra Produttori Latte S.r.l. (avv. Autieri).

Lavoro – lavoro subordinato – licenziamento individuale -  licenziamento per giustificato motivo oggettivo -  ragioni economiche – soppressione del posto di lavoro – inapplicabilità legge n. 223 del 1991 per mancanza dei requisiti occupazionali e dimensionali – lavoratori in posizione di fungibilità – comportamento vessatorio e persecutorio del datore di lavoro – profili di molestie sessuali – motivo illecito del licenziamento – insussistenza - illegittimità del licenziamento per violazione dei criteri di correttezza e buona fede ex art. 1175 c.c. – mancata applicazione analogica criteri di scelta ex art. 5 L. 223 del 1991.

In caso di licenziamento di un dipendente dovuto a ragione economiche, quando vi è una generica esigenza di riduzione del personale, il nesso di causalità tra questa necessità ed il licenziamento può non rappresentare una sufficiente funzione individualizzante del lavoratore licenziabile; dunque, la selezione del lavoratore non avrebbe dovuto essere compiuta liberamente, ma con applicazione analogica di criteri obiettivi quali quelli dei carichi di famiglia e dell’anzianità previsti dall’art. 5 della legge 223 del 1991, escludenti l’arbitrarietà della scelta, in attuazione degli artt. 2, 3, e 41, comma 2, della Costituzione (che impongono una maggior tutela del lavoratore socialmente più debole, rispetto al più avvantaggiato).

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La domanda iniziale di ammissione all’integrazione salariale determina l’ente legittimato passivamente ad erogare le quote di t.f.r. maturate

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Italiana di Diritto del Lavoro n.1/2005

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CASSAZIONE, SEZ. LAV., 11 marzo 2004, n. 5007,  Pres. Mercurio -  Rel. Amoroso – Urbano Michele (avv.ti Enzo Augusto e Sante Assennato) c/  I.N.P.S.  (avv.ti Giuseppe Fagiani, Franco Jeni, Giovanna Biondi). 

Conferna T. Bari 5 luglio 2001

Trattamento di fine rapporto – Cassa integrazione guadagni  - Quote di t.f.r. maturate durante le integrazioni salariali – Controversie - Ente obbligato ad erogare le prestazioni -  Legittimazione passiva di diversi enti nella successione di leggi - Disciplina applicabile ratione temporis – Domanda iniziale di ammissione all’integrazione salariale determina la competenza dell’ente obbligato – Competenza del Fondo della mobilità.

 

(…) Per i periodi di c.i.g. anteriori al 23 marzo 1988, in forza dell’art. 21, comma 5, l. 675/77, obbligato è il Fondo di mobilità e non l’INPS. Nella Specie, trattandosi appunto di un intervento della c.i.g. autorizzato per un precedente alla data suddetta, la successiva modifica del 1988 (decreto legge 21 marzo 1988, n. 86, coordinato con la legge di conversione  20 maggio 1988, n. 160), per cui si supera l’obbligo a carico del Fondo e si ritorna al sistema dell’obbligo di rimborso della c.i.g., non si applica. Infatti ciò che rileva è la data della domanda della c.i.g.  (prima o dopo il 23 marzo 1988) e non già il periodo di riferimento (…) né certo la eventuale proroga del beneficio modifica la data di presentazione della domanda: il periodo di c.i.g. rimane unitario proprio perché si tratta di” proroga” e non già di nuova concessione. (1)

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La tutela del diritto alla salute del cittadino straniero entrato irregolarmente nel territorio nazionale

Articolo di Michelangelo Salvagni

Pubblicato in Rivista Giuridica del Lavoro n.2/2002

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SENTENZA CORTE COSTITUZIONALE del 17 luglio 2001, n° 252. 

(1-3) La tutela del diritto alla salute del cittadino straniero entrato irregolarmente nel territorio nazionale.

SOMMARIO: 1. Quadro normativo generale. – 2. La tesi del Tribunale di Genova e dell’Avvocatura dello Stato. – 3.  I principi della sentenza della Corte costituzionale n° 252/2001, in materia di tutela del diritto costituzionale alla salute del cittadino straniero irregolarmente presente nel territorio nazionale.

 

Premessa.

La sentenza emessa dalla Corte Costituzionale il 17 luglio 2001, n° 252, che si pubblica, con la quale è stata dichiarata non fondata la questione della legittimità costituzionale dell’articolo 19, comma 2, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n° 286 (Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), sollevata con riferimento agli articoli 2 e 32 della Costituzione, è un’ulteriore specificazione ed approfondimento del tema riguardante l’esigenza del “bilanciamento d’interessi costituzionalmente protetti”.

Per una completa trattazione del caso di specie, che si riferisce alla tutela della salute del cittadino straniero entrato irregolarmente nel territorio nazionale, è opportuno analizzare, preliminarmente, il quadro normativo di riferimento in materia d’immigrazione e, in seconda istanza, lo svolgimento dei fatti e le posizioni assunte dalle parti chiamate ad affrontare una questione così delicata come quella dei diritti fondamentali posti a tutela dell’individuo, che devono essere garantiti a prescindere dallo “status” giuridico di cittadino.

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