NULLO IL TRASFERIMENTO DEL DIPENDENTE ADOTTATO DA SKY ITALIA S.R.L.

Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 1260 del 02.04.2019, ha accolto il ricorso promosso da un lavoratore nei confronti di Sky Italia S.r.l. qualificando l’oggetto della relativa azione giudiziaria come provvedimento di trasferimento ed accertando l’illegittimità dello stesso.

Il Giudice del lavoro ha affrontato le eccezioni preliminari in ordine alla carenza di interesse ad agire e di cessazione della materia del contendere fondate, a dire della società convenuta, sull’intervenuto licenziamento del lavoratore all’esito della procedura di licenziamento collettivo, nonché sulla mancata accettazione del proposto “mutamento di sede” da parte del medesimo.

Il Giudicante ha rilevato che il lavoratore, pur se destinatario di un provvedimento di licenziamento, non ha perso la qualità di soggetto attivamente legittimato a proporre l’azione giudiziale avendo il medesimo avanzato domanda di annullamento del trasferimento contestualmente alla distinta azione di impugnazione del recesso la quale, ove accolta, avrebbe posto nell’immediato la questione del luogo di lavoro in cui dare attuazione all’ordine di reintegrazione.

Il Tribunale ha, poi, respinto la deduzione della società secondo cui il dipendente non sarebbe stato interessato da un provvedimento di trasferimento bensì da una semplice proposta di ricollocazione del medesimo presso la sede di Milano, mai verificatasi in quanto non accettata.

Sul punto, il Giudicante ha ritenuto sussistente l’intervenuto trasferimento del lavoratore presso detta sede in ragione del richiamo operato dalla società, nella relativa lettera del 25.09.2017, all’art. 57 del CCNL applicato il quale, non solo disciplina espressamente le ipotesi di trasferimento (individuale e/o collettivo), ma riconnette al rifiuto, anche tacito, del lavoratore al mutamento di sede la configurazione dei presupposti per il giustificato motivo soggettivo di risoluzione del rapporto di lavoro.

In virtù di quanto precede, la risposta fornita dal lavoratore di voler prendere servizio presso la sede di Milano “per la salvaguardia del posto di lavoro”, con riserva di agire giudizialmente in quanto titolare della condizione di cui all’art. 33, co. 5 della Legge n. 104/1992, in uno con la conseguente decisione datoriale di licenziare il medesimo in assenza di qualsivoglia revoca del disposto trasferimento, ha condotto il Giudicante a qualificare l’oggetto della relativa azione giudiziaria come provvedimento di trasferimento.

Il magistrato, da ultimo, ha accertato l’illegittimità di tale trasferimento per contrarietà alla previsione di cui all’art. 33, co. 5 della Legge n. 104/1992 non avendo la società fornito, nemmeno in via subordinata, alcuna allegazione in ordine alla conformità del medesimo trasferimento alla predetta disposizione legislativa.

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LICENZIAMENTO COLLETTIVO SKY ITALIA S.R.L.: NULLO IL LICENZIAMENTO DEL DIPENDENTE PER MOTIVO ILLECITO DETERMINANTE EX ART. 1345 C.C.. LA SOCIETA’ CONDANNATA A REINTEGRARE IL LAVORATORE

Il Tribunale di Roma, con ordinanza n. 34233 del 02.04.2019, ha accolto il ricorso promosso da un lavoratore estromesso all’esito della nota procedura di licenziamento collettivo conclusasi nel mese di ottobre 2017 (originariamente di un numero complessivo di 124 esuberi), condannando Sky Italia S.r.l. alla reintegrazione del medesimo nel posto di lavoro, nonché al pagamento di tutte le retribuzioni dal giorno del recesso a quello di effettiva reintegra.

Il Giudice del lavoro ha accolto la tesi difensiva offerta dallo studio legale Salvagni in ordine alla sussistenza, nella specie, di due diverse procedure: quella di licenziamento collettivo per riduzione del personale ex Legge n. 223/1991 (avviata dalla società con comunicazione del 16.05.2017), sulla quale, a far data dall’01.09.2017, si è innestata quella di trasferimento collettivo ex art. 57 del CCNL di settore.

In particolare, il Tribunale, nel respingere le deduzioni datoriali secondo cui il dipendente non sarebbe stato interessato da un provvedimento di trasferimento bensì da una semplice proposta di ricollocazione del medesimo presso la sede di Milano, ha ritenuto sussistente l’intervenuto trasferimento del lavoratore presso detta sede, ciò in ragione del richiamo operato dalla società, nella relativa lettera di licenziamento del 25.09.2017, delle disposizioni di cui all’art. 57 del CCNL applicato il quale, non solo disciplina espressamente le ipotesi di trasferimento (individuale e/o collettivo), ma riconnette al rifiuto, anche tacito, del lavoratore al mutamento di sede la configurazione dei presupposti per il giustificato motivo soggettivo di risoluzione del rapporto di lavoro.

Per quanto sopra, il Giudicante, alla luce della disponibilità manifestata dal dipendente in data 28.09.2017 (in risposta alla suddetta comunicazione) di voler prendere servizio presso la sede di Milano “per la salvaguardia del posto di lavoro”, fatta salva la possibilità della successiva verifica giudiziale della legittimità del trasferimento stante la titolarità, in capo al medesimo, della condizione di cui all’art. 33, co. 5 della Legge n. 104/1992, ha ritenuto il successivo licenziamento del 02.10.2017 “riconducibile ad altri casi di nullità previsti dalla legge o determinato da un motivo illecito determinante ai sensi dell’articolo 1345 del codice civile”.

Ed invero, il Giudice, dall’esame della sequenza degli atti sopra descritti, ha individuato nella riserva manifestata dal lavoratore di sottoporre al successivo vaglio giudiziario la legittimità del disposto trasferimento, l’unico motivo che ha determinato la società ad intimare il licenziamento. Segnatamente, secondo l’iter argomentativo seguito dal Tribunale, ciò è emerso inconfutabilmente dall’assenza di qualsivoglia fatto diverso e/o nuovo tale da condurre, nel breve arco temporale intercorrente tra il 28.09.2017 e il 02.10.2017, Sky Italia S.r.l. ad escludere il lavoratore dall’assegnazione presso la sede di Milano includendolo, di conseguenza, nella lista degli esuberi.

Il Giudicante, infatti, in ragione del richiamo operato dalla società, anche nella lettera di licenziamento, all’art. 57 del CCNL di settore, ha rilevato come la medesima abbia interpretato la riserva del dipendente di adire l’autorità giudiziaria come un rifiuto al trasferimento considerando, in tal modo, come unica accettazione effettiva quella incondizionata e, dunque, con rinuncia da parte del lavoratore ai diritti di cui egli è certamente titolare.

La società, dunque, ha illecitamente condizionato il mantenimento del provvedimento di trasferimento del dipendente presso la sede di Milano e, quindi, la sua esclusione dalla procedura di licenziamento a quel punto avviata, alla rinuncia da parte del medesimo “all’esercizio dell’azione giudiziale a tutela dei diritti della persona, in questo caso anche del familiare a cui il ricorrente vuole continuare a prestare assistenza […] con una evidente compressione del diritto costituzionalmente riconosciuto dall’art. 24 co. 1 Cost.”.

Il Tribunale ha, quindi, condannato Sky Italia S.r.l. alla immediata reintegrazione del dipendente in azienda presso la sede di Roma e al pagamento di tutte le retribuzioni maturate dal giorno del recesso fino al momento in cui la società provvederà a riammettere in servizio il lavoratore.

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Convegno disabilità e lavoro

Nel quadro del convegno promosso dall'Associazione Nazionale Forense - Sede di Roma e dall'Associazione Italiana Sclerosi Multipla AISM, l'Avv. Michelangelo Salvagni interverrà sul tema della prestazione lavorativa del dipendente disabile nelle sue criticità, prospettive e modelli di organizazzione del lavoro.

VISUALIZZA PROGRAMMA CONVEGNO >>

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LE MANSIONI DI SALES REPRESENTATIVE E TPC SONO DI 4° LIVELLO: TELECOM ITALIA CONDANNATA A RISARCIRE DUE DIPENDENTI PER 40.000,00 € CA. IN RAGIONE DELLA DEQUALIFICAZIONE PROFESSIONALE SUBITA

Con due pronunce del 21 febbraio 2019, nn. 1758 e 1760, il Tribunale di Roma, Sezione Lavoro, ha accolto i ricorsi promossi da due lavoratori nei confronti di Telecom Italia S.p.a. e, nell’accertare la grave dequalificazione subita dagli stessi, ha ordinato a Telecom Italia S.p.a. di adibirli a mansioni riconducibili ai rispettivi livelli di inquadramento; in ultimo, ha condannato la società resistente a risarcire il danno arrecato alla professionalità dei ricorrenti a causa del suddetto demansionamento.

Il caso di specie muove da due ricorsi promossi da altrettanti dipendenti di Telecom Italia S.p.a. che, inquadrati rispettivamente nel 5° e nel 6° livello contrattuale, sono stati adibiti, dapprima a mansioni di Sales representative e, successivamente, allo svolgimento di una nuova attività, denominata TPC, consistente in mera attività promozionale e di vendita diretta al pubblico di alcuni prodotti e servizi TIM all’interno dei punti vendita aziendali.

Sul punto, il Tribunale, nell’effettuare un confronto tra le relative declaratorie contrattuali, ha accertato che le nuove mansioni cui i ricorrenti sono stati adibiti, rispettivamente a far data dal 2010 e dal 2013, non sono in alcun modo riconducibili ai livelli di inquadramento contrattuale posseduti dagli stessi (ovvero il 5° e il 6°), giacché prive della necessaria autonomia operativa e della specialità tecnica connotanti queste ultime e, in ultimo, poiché esercitate in assenza del coordinamento e del controllo di risorse precipuamente assegnate.

Tanto premesso, il giudice ha riconosciuto una grave violazione dell’art. 2103 c.c., vuoi nel testo anteriore alla novella operata con D.Lgs. n. 81/2015, vuoi nel testo successivo a quest’ultima; e infatti, il Tribunale ha rilevato che la società resistente nulla avesse dedotto sul punto in ordine alla sussistenza dei nuovi presupposti richiesti dalla norma e legittimanti eventuale adibizione a mansioni inferiori, tra cui figura una modifica degli assetti organizzativi aziendali incidenti sulla posizione del lavoratore.

Pertanto, il giudice del lavoro ha dichiarato illegittimo l’esercizio dello ius variandi da parte di Telecom Italia S.p.a. nei confronti di entrambi i ricorrenti, condannando l’azienda a disporre la riassegnazione degli stessi alle mansioni di appartenenza (rispettivamente 5° e 6° livello).

In ultimo, il Tribunale ha accertato il danno professionale subito dai lavoratori, condannando Telecom Italia S.p.a. a risarcire i ricorrenti per una somma complessiva liquidata in € 40,000 ca.

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