ISA (istituto Agro Alimentare) SPA E RICONOSCIMENTO MANSIONI SUPERIORI DI QUADRO: LA SOCIETA' CONDANNATA AL PAGAMENTO DI OLTRE 100 MILA EURO PER DIFFERENZE RETRIBUTIVE

Causa patrociata dallo Studio legale Salvagni

La Corte di Appello di Roma, con sentenza n 2585 del 10 maggio 2021, ha confermato la sentenza del Tribunale di Roma, condannando la società ISA – Istituto Sviluppo Agroalimentare S.p.A. a riconoscere ad un lavoratore il superiore livello di quadro, nonché a corrispondere al medesimo tutte le differenze retributive per il periodo contestato.

La vicenda in concreto riguardava un dipendente adibito per circa 6 anni a mansioni di elevata responsabilità e autonomia, con requisiti di iniziativa personale e capacità decisionale tipiche della figura aziendale del Project Manager.

Anche la Corte di Appello ha ritenuto provato che il lavoratore avesse svolto (per tutto il periodo dal 2006 al 2011), con continuità e prevalenza, mansioni di Project Manager, in base ai documenti depositati e alle testimonianze escusse nel corso del giudizio. La Corte di Appello ha quindi accertato il diritto del lavoratore al riconoscimento del livello di quadro, a partire dal 2006, oltre a tutte le differenze retributive per tutto il periodo in cui egli ha svolto tali mansioni superiori, nonché il superiore inquadramento anche per il futuro.

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LA CASSAZIONE CONFERMA ILLEGITTIMITA' CONTRATTI A PROGETTO DEI DOCENTI UPTER

Causa patrocinata dallo Studio legale Salvagni

La Corte di Cassazione, con sentenza pubblicata in data 30 novembre 2021, ha dichiarato l’illegittimità di contratti di collaborazione e a progetto stipulati tra l’Upter - Università popolare della terza età- e una docente a cui era stato assegnato il corso di storia dell’arte durato ininterrottamente per circa 10 anni. Il giudizio in cassazione ha avuto ad oggetto una duplice questione: la cortezza dell’accertamento dell’illegittimità dei contratti di collaborazione coordinata e a progetto che, formalmente, avevano giustificato la collaborazione prestata dalla lavoratrice nonché, in ogni caso, la verifica della sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato tra le parti sin dall’origine.

La Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto la configurabilità di un unico rapporto di lavoro subordinato anche in ragione della continuità e uniformità dei compiti di insegnamento, della cadenza dei tempi dei corsi e della ripetitività e prevedibilità della natura didattico educativa svolta da UPTER. Secondo i giudici di legittimità propri tali tratti di continuità dimostrano l’assenza di un reale progetto e l’assenza di qualsivoglia autonomia del docente.

Nel caso di specie, infatti, la lavoratrice svolgeva - per ogni anno accademico e consecutivamente per un periodo di circa 10 anni (dal 2003 al 2012) – attività didattica di insegnamento a favore della Università Popolare “Upter“ nella materia Storia dell’Arte, in virtù della stipulazione di una serie di contratti di lavoro a progetto.  

La lavoratrice sosteneva che i contratti oggetto di causa fossero carenti di un reale e necessario progetto di lavoro e che ciò fosse comprovato in ragione del fatto che non fosse ravvisabile, nei contratti stessi, un quid pluris rispetto alla mission (scopo) della società resistente.

La lavoratrice deduceva inoltre, a sostegno delle proprie domande, che durante il rapporto di lavoro doveva: attenersi alle ordinarie esigenze dell’Istituto conformandosi agli orari delle lezioni predefiniti; svolgere le lezioni in aula secondo un programma di insegnamento stabilito prima dell’inizio dell’anno accademico dal datore; assicurare la propria presenza e giustificare le assenze in caso di malattia o impedimento. Affermava, inoltre, di essere onerata alla tenuta di registri ove doveva inserire la presenza dei discenti. L’insegnante chiedeva, pertanto, il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato per il concreto atteggiarsi della prestazione di insegnante del tutto priva di autonomia.

La Cassazione ha confermato quindi quanto già stabilito dalla Corte di Appello di Roma secondo cui i contratti sottoscritti dalle parti non fossero conformi allo schema legale ex art. 69, 1° comma, del D. Lgs n. 276/2003 in quanto non contenevano la determinazione del progetto. I contratti, di fatto, avevano ad oggetto lo “svolgimento di lezioni teorico-pratiche” e, quindi, meri compiti di insegnamento. Non era individuabile alcun riferimento ad un vero e proprio risultato finale che potesse riconoscersi come un progetto specifico o fase o programma rispetto all’attività del committente.

La Corte di Cassazione, pertanto, ha ritenuto corretta la motivazione della Corte di Appello che ha ritenuto nel caso di specie configurabile la presunzione assoluta di cui all’art. 69, 1° comma, del D.Lgs n. 276/2003, quale sanzione conseguente all’assenza del progetto, riconoscendo così la natura subordinata del rapporto di lavoro. In forza di tale disposizione il giudice, ove accerti la mancata specificità e/o l’assenza di un reale progetto, deve procedere con l’automatica conversione in un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, senza accertare nel merito se il rapporto si sia in concreto svolto secondo gli schemi del lavoro subordinato.

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TELECOM CONDANNATA A RISARCIRE IL DANNO PROFESSIONALE E MORALE PER L’ILLECITO DEMANSIONAMENTO DI UN 7 LIVELLO QUADRO

Causa patrocinata dallo Studio legale Salvagni

Il Tribunale di Roma, con sentenza del 24 giugno 2021, ha accertato l’illegittimo demansionamento posto in essere dalla Telecom Italia S.p.a. nei confronti di una lavoratrice inquadrata nel livello 7 Quadro del CCNL Telecomunicazioni, ordinando alla società di reintegrare la medesima in mansioni riferibili nel livello posseduto (7Q) e condannando altresì l’azienda al risarcimento del danno professionale e morale. La vicenda prende le mosse dalla dedotta adibizione a mansioni inferiori di una dipendente, la quale ha rivendicato l’accertamento della dequalificazione professionale subita a seguito di un presunto riassetto organizzativo. La ricorrente, dopo aver ricostruito in dettaglio le mansioni espletate con riferimento all’elevata capacità lavorativa acquisita mediante lo svolgimento di funzioni direttive e di coordinamento del personale ha richiesto il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali in ragione dell’adibizione a mansioni inferiori e del conseguente svilimento della propria professionalità e dignità morale.

Il Tribunale di Roma a seguito della disamina delle dichiarazioni testimoniali e della giurisprudenza di legittimità in merito all’onere della prova in tema di demansionamento – affermando che questo grava sul datore di lavoro – ha accertato l'illegittimità della dequalificazione professionale, evidenziando che la società resistente non ha fornito la prova dell’esatto adempimento dell’obbligo contrattuale scaturente dall’art. 2103 c.c. e condannando la società al risarcimento del danno professionale sia nella sua componente patrimoniale che in quella non patrimoniale da lesione della dignità.  

Il Giudice, pertanto, raffrontando le mansioni assegnate alla lavoratrice dopo la asserita riorganizzazione aziendale con le funzioni previste dalla declaratoria relativa al livello Quadro, ha rilevato come risulti del tutto evidente che i compiti assegnati alla medesima non possano essere in alcun modo rispondenti alle caratteristiche che connotano tale livello, né possano essere ritenute riconducibili alle funzioni che, svolte antecedentemente al demansionamento, sono connotate da competenza manageriale, gestionale e tecnica e da un elevato grado di autonomia e decisionalità. In particolare, il magistrato attribuisce rilevanza alla fattispecie della professionalità anche a seguito della modifica apportata all’art. 2103 c.c. da parte del c.d. Jobs Act, che ha eliminato il principio dell’equivalenza; in merito, il giudice afferma che la modifica delle mansioni non potrà mai giungere al punto di mortificare il valore della professionalità di un lavoratore, che si rinviene non solo in base al suo inquadramento contrattuale, ma anche (ed in pari misura), dall’esperienza, dalla preparazione e dalle competenze maturate nel corso degli anni, le quali contribuiscono a creare un patrimonio indissolubile integrante il presupposto per il continuo sviluppo delle capacità lavorative. Ciò assume, poi, ancora maggiore valenza allorché le declaratorie contrattuali, come nel caso del CCNL Telecomunicazioni, siano di ampiezza tale da racchiudere al loro interno professionalità molto diverse tra loro, in quanto derivanti dallo svolgimento di compiti differenziati da competenze e preparazione acquisite con modalità assolutamente non comparabili.

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POLICLINICO UMBERTO I DI ROMA: LA CORTE DI APPELLO DI ROMA CONFERMA LA SENTENZA CON CUI IL TRIBUNALE AVEVA ACCERTATO IL DEMANSIONAMENTO DEL LAVORATORE RICONOSCENDO IL DANNO ESISTENZIALE E BIOLOGICO

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con sentenza del 12.04.2021, la Corte di Appello di Roma ha confermato la sentenza di primo grado con cui il Tribunale di Roma aveva accertato il demansionamento subito dal lavoratore, condannando l’Azienda a risarcirgli il non patrimoniale subito.

In particolare, i giudici dell’appello hanno confermato che il lavoratore - inquadrato come collaboratore amministrativo professionale esperto - per un periodo di oltre due anni, era rimasto, dapprima, sostanzialmente privo di assegnazione di incarichi e, poi, addirittura privo di una postazione lavorativa e, successivamente, adibito a mansioni nettamente inferiori rispetto a quelle proprie della qualifica posseduta, ed infine lasciato in condizione di inattività lavorativa.

La Corte di Appello, pertanto, dando corretta applicazione dei principi espressi dalla Suprema Corte in tema di onere della prova del demansionamento - che, appunto, grava sul datore di lavoro - ha ritenuto che l’Azienda non avesse contestato la ricostruzione dei fatti fornita dal lavoratore (comunque confermata dai testimoni escussi) e, in ogni caso, non avesse provato di aver adibito il medesimo a mansioni proprie della elevata qualifica posseduta.

La Corte, inoltre, quanto al risarcimento del danno, ha condiviso la statuizione del giudice di primo grado laddove: a) aveva accertato il danno esistenziale patito dal lavoratore in oltre 33.000,00 euro, avendo ritenuto raggiunta la prova dell’effettiva alterazione delle abitudini di vita del medesimo nel periodo in cui aveva subito l’accertato demansionamento; b) aveva determinato il danno in via equitativa nella misura del 40% della retribuzione mensile, avuto riguardo alle caratteristiche concrete del demansionamento (privazione delle funzioni di coordinamento di risorse e di responsabilità), alla sua durata e gravità, alla conoscibilità della stessa all’interno e all’esterno del luogo di lavoro, nonché agli effetti negativi di tale dequalificazione professionale sul “fare a-reddituale” del medesimo.

La Corte di Appello, infine, dopo aver disposto la CTU per l’accertamento del danno all’integrità psico-fisica non riconosciuto in primo grado, accogliendo l’appello sul punto proposto dal lavoratore, ha altresì accertato il danno biologico subito dal lavoratore.

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