LA CORTE D’APPELLO DI ROMA DICHIARA ILLEGITTIMI I CONTRATTI A PROGETTO DI UNA DOCENTE DELLA UNIVERSITA’ POPOLARE “UPTER”

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

La Corte d’Appello di Roma, con sentenza pubblicata in data 17.06.2019, ha dichiarato l’illegittimità dei contratti a progetto stipulati tra le parti in giudizio. Il thema decidendum posto all’attenzione del giudice di secondo grado si componeva di una duplice questione: l’accertamento dell’illegittimità dei contratti a progetto che formalmente giustificavano la collaborazione prestata dalla ricorrente nonché, in ogni caso, la verifica della sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato tra le parti sin dall’origine.

Nel caso di specie, la lavoratrice svolgeva - per ogni anno accademico e consecutivamente per un periodo di circa 10 anni (dal 2003 al 2012) – attività didattica di insegnamento a favore della Università Popolare “Upter“ nella materia Storia dell’Arte, in virtù della stipulazione di una serie di contratti di lavoro a progetto.  

La parte ricorrente sosteneva che i contratti oggetto di causa fossero carenti di un reale e necessario progetto di lavoro e che ciò fosse comprovato in ragione del fatto che non fosse ravvisabile, nei contratti stessi, un quid pluris rispetto alla mission (scopo) della società resistente.

La lavoratrice deduceva inoltre, a sostegno delle proprie domande, che durante il rapporto di lavoro doveva: attenersi alle ordinarie esigenze dell’Istituto conformandosi agli orari delle lezioni predefiniti; svolgere le lezioni in aula secondo un programma di insegnamento stabilito prima dell’inizio dell’anno accademico dal datore; assicurare la propria presenza e giustificare le assenze in caso di malattia o impedimento. Affermava, inoltre, di essere onerata alla tenuta di registri ove doveva inserire la presenza dei discenti. L’insegnante chiedeva, pertanto, il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato per il concreto atteggiarsi della prestazione di insegnante del tutto priva di autonomia.

La Corte territoriale ha stabilito che i contratti sottoscritti dalle parti non fossero conformi allo schema legale ex art. 69, 1° comma, del D. Lgs n. 276/2003 in quanto non contenevano la determinazione del progetto. I contratti, di fatto, avevano ad oggetto lo “svolgimento di lezioni teorico-pratiche” e, quindi, meri compiti di insegnamento. Non era individuabile alcun riferimento ad un vero e proprio risultato finale che potesse riconoscersi come un progetto specifico o fase o programma rispetto all’attività del committente.

La Corte d’Appello, pertanto, ha applicato al caso di specie la presunzione assoluta di cui all’art. 69, 1° comma, del D.Lgs n. 276/2003, quale sanzione conseguente all’assenza del progetto, riconoscendo così la natura subordinata del rapporto di lavoro. In forza di tale disposizione il giudice, ove accerti la mancata specificità e/o l’assenza di un reale progetto, deve procedere con l’automatica conversione in un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, senza accertare nel merito se il rapporto si sia in concreto svolto secondo gli schemi del lavoro subordinato.

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IKEA PERDE IL SECONDO RECLAMO: IL TRIBUNALE CONFERMA L’ILLEGITTIMITÀ DEL TRASFERIMENTO DISPOSTO ANCHE IN VIOLAZIONE DELLA L. N. 104/1992

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con ordinanza del 24 settembre 2019, il Tribunale di Roma, in composizione collegiale, ha rigettato il reclamo proposto da Ikea avverso la prima ordinanza con cui il giudice del lavoro aveva accolto il ricorso promosso da un lavoratore che, padre di due bambini e fruitore dei permessi ex L. n. 104 per assistere il padre malato, era stato trasferito dalla sede romana a quella di Bologna.

Si tratta della quarta vittoria conseguita dallo studio legale Salvagni, il quale ha assistito diversi lavoratori, sostenendo l’illegittimità (se non la pretestuosità) della selezione espletata lo scorso agosto da Ikea al fine di individuare le figure professionali inidonee ad accompagnare l’azienda nel processo di riorganizzazione denominato “Innovation for Growth” che ha interessato gli stores romani.

A riguardo, il collegio capitolino ha confermato la tesi difensiva seguita dall’Avv. Salvagni e ha rilevato la contrarietà ai canoni di correttezza e buona fede della condotta aziendale, la quale si è assestata al limite dell’arbitrio: infatti – scrive il Tribunale – “la società, pure sfidata a farlo, e che pure ha fatto fare delle prove scritte, non ha ritenuto di produrre neppure un documento o una evidenza obiettiva atta a dare evidenza della pretesa “imparzialità” della selezione” espletata che, dunque, viene descritta come “del tutto intrasparente e rispetto alla quale non si offre alcun concreto elemento che ne smentisca l’assoluta apparente arbitrarietà

Ma v’è di più: infatti, il Tribunale ha rilevato un ulteriore motivo di illegittimità del provvedimento impugnato, il quale è stato diposto nei confronti di un dipendente che, dal novembre 2018, fruiva dei benefici ex L. n. 104/1992 in qualità di caregiver del padre malato: ne deriva che il lavoratore “non poteva essere più trasferito senza il suo consenso [ed era titolare del] il diritto del lavoratore a scegliere la sede più vicina”.

Pertanto, il Tribunale, nel riconoscere la sussistenza dell’imminente pregiudizio per la salute e la vita familiare del lavoratore – trasferito ad oltre 400 Km di distanza, non soltanto dalla moglie e dai figli, ma anche dal padre, bisognoso di assistenza – ha rigettato il reclamo proposto dalla società che, dunque, è stata condannata a disporre l’immediata riammissione in servizio del lavoratore presso la propria sede di appartenenza sita in Roma.

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TELECOM ITALIA S.P.A.: ILLEGITTIMO IL TRASFERIMENTO ANCHE SE DISPOSTO TRA DUE SEDI SITE NEL MEDESIMO COMUNE. LE MANSIONI DI SITE SPECIALIST SONO DI 2° LIVELLO

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

Con sentenza del 24.10.2019, il Tribunale di Roma accoglie il ricorso promosso da una lavoratrice e riconosce l’illegittimità del provvedimento di assegnazione a mansioni di site specialist disposta da Telecom Italia S.p.A..

Il Giudice, pertanto, condanna l’azienda a reintegrare la lavoratrice nelle mansioni di 5° livello, accertando l’illegittimità del demansionamento subito dalla medesima per essere stata, dapprima, per circa quattro anni e mezzo, adibita a mansioni inferiori presso i settori ASA e AOA Centro, nonché, successivamente al luglio 2017, assegnata alle mansioni di portierato (cd. site specialist). Il Tribunale, infine, ha condannato la società a risarcire alla lavoratrice il danno professionale subito dalla medesima per l’adibizione a mansioni inferiori sin dal 2014.

La pronuncia rappresenta un’altra importante decisione del Tribunale di Roma che, resa in ordine all’operazione di re-internalizzazione delle funzioni di portineria (cd. site specialist) nell’ambito del dipartimento Manteinance & Facilities di Telecom Italia S.p.a., riconosce l’illegittimità dell’assegnazione a tali mansioni, poiché disposta dall’azienda in violazione dell’art. 2103 c.c..

Ciò premesso, il giudice riconosce il demansionamento subito dalla lavoratrice inquadrata nel 5° livello contrattuale, dapprima, presso i settori ASA e AOA Centro e, successivamente, per l’adibizione a mansioni nettamente inferiori, in quanto riferibili al 2° livello del CCNL di settore.

Pertanto, il Tribunale dichiara l’illegittimità del provvedimento di assegnazione alle mansioni di site specialist disposto da Telecom Italia S.p.A nei confronti della lavoratrice, in quanto l’azienda, anche nell’astratta ipotesi di un’effettiva modifica degli asseti organizzativi, non avrebbe rispettato la nuova formulazione dell’art. 2103 c.c., che ammette il demansionamento in via unilaterale per un solo livello inferiore e non per tre, come invece accaduto nel caso di specie.

Con questa pronuncia il giudice del lavoro di Roma, accertando che le mansioni di site specialist sono di 2° livello, sposa integralmente la tesi difensiva avanzata dall’Avv. Salvagni in numerosi ricorsi patrocinati dall’omonimo studio, così aprendo la strada ad altrettante vittorie per i lavoratori.

 

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LA CORTE D'APPELLO DI ROMA CONFERMA L’ILLEGITTIMITÀ DEL TRASFERIMENTO E IL DEMANSIONAMENTO PROFESSIONALE SUBITO DA UNA LAVORATRICE TELECOM ADIBITA ALLE “ULL” E ALLE "CONDIZIONI AGEVOLATE" PRESSO IL DAC

Causa patrocinata dallo Studio Legale Salvagni

La Corte d’Appello di Roma, con sentenza  del 04.11.2019, ha confermato quanto già accertato da Tribunale di Roma in merito all’illegittimità del trasferimento della lavoratrice dipendente di Telecom Italia S.p.A., e fruitrice dei benefici ex L. 104/92 ed all’accertamento della dequalificazione professionale subita dalla medesima presso il settore DAC.

La Corte di Appello ha innanzitutto confermato quanto statuito dal Tribunale di Roma in merito alla illegittimità del trasferimento della lavoratrice da una sede all’altra del Comune di Roma. In particolare, secondo la Corte di appello, la società non aveva adempiuto all’onere di provare la ragione posta alla base del trasferimento della lavoratrice da porre in comparazione con l’interesse, prevalente, della lavoratrice che assiste il disabile a non essere trasferita senza il proprio consenso.

In questa fattispecie la lavoratrice, in possesso del V livello del CCNL Telecomunicazioni, era stata adibita per oltre un anno e mezzo a mansioni - “condizioni agevolate” e “ULL” - che i Giudici della Corte d’Appello hanno confermato essere riconducibili a livelli inferiori, poiché a carattere elementare, da svolgere secondo procedure standardizzate e, come tali, prive di elevata tecnicalità, come invece richiesto dalla declaratoria di V livello.

In riferimento al danno, è stata riconosciuta la risarcibilità della lesione al diritto fondamentale al lavoro, inteso come mezzo di estrinsecazione della personalità di ciascun cittadino e, quindi, la Corte, oltre a confermare l’accertamento del demansionamento, ha confermato anche il danno non patrimoniale liquidato dal giudice di prime cure.

Quanto sopra, evidenzia come la tesi difensiva avanzata dall’Avv. Salvagni in numerosi ricorsi patrocinati dall’omonimo studio, continui ad essere accolta tanto in primo grado, quanto nei successivi gradi di giudizio.

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